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infografica_emilia_romagnaA Torino questo fine settimana si sono trovati diversi gruppi di coabitanti (o aspiranti tali) a raccontare i loro progetti, tra sogni, bisogni e difficoltà, tutti seduti in cerchio al Teatro dell’officina del Cecchi Point, durante il primo di una serie di incontri intitolati Vicini+Vicini organizzati dall’associazione Coabitare. C’erano i nuovissimi coabitanti di Numero Zero, un gruppo di Genova, un altro di Milano, La corte dei girasoli di Vimercate, la Toscana, Pandino e poi Ferrara, Castelmerlino, Bologna, Faenza, noi di Modena, Fidenza e tanti curiosi.

Noi coabitanti in progress dell’Emilia Romagna abbiamo organizzato una presentazione unica per descrivere i dieci progetti della nostra regione, sintetizzati in questa infografica, che mette in luce che in Emilia la condivisione si fa prima di tutto a tavola (l’attività collettiva più gettonata è il mangiare insieme, in inglese cooking team), partendo dal cibo (oltre la metà dei cohouser vuole creare gruppi di acquisto solidali), in una bella sala conviviale (che non manca mai), preferibilmente non in automobile (il 50% dei gruppi è interessato a sperimentare forme di mobilità in sharing).

I coabitanti emiliani sono gente pratica, a cui piace sporcarsi le mani (orto e officina sono tra gli spazi comuni più ricorrenti), aperta al territorio (diversi sono anche i progetti che nascono dentro i cohousing per realizzare servizi aperti al pubblico come micronidi, ludoteche e biblioteche, dopo scuola, residenze temporanee per persone in difficoltà, cura del verde pubblico, attività di animazione), solidale e cooperante. Come dice il sindaco di Modena al giornalista di Libération Eric Jozsef “qui c’è la tradizione a mettere le cose in comune per risolvere i problemi”, e i cohouser partono proprio da questo principio per provare a vivere meglio. Ma la politica oggi non sembra andargli dietro più di tanto, se la burocrazia, la mancanza di interlocutori adeguati e i tempi lunghi sono gli ostacoli principali contro i quali si scontrano i progetti di coabitazione. Chi porta avanti progetti di cohousing è spesso un innovatore generoso, convinto che sia possibile coniugare interessi individuali con benefici collettivi, è una risorsa preziosa in un periodo di crisi marcia e immobilismo dilagante, è una speranza a cui agganciarsi e uno stimolo a guardare più lontano. La politica non dovrebbe far altro che allungare una mano, avere un po’ più di fiducia nell’innovazione, un po’ più di voglia di sperimentare, dare una possibilità a chi vede quello che altri ancora non vedono: e cioè che il rafforzamento delle relazioni di vicinato possa essere una chiave di sviluppo delle città, che la filosofia della condivisione possa promuovere la rinascita dello spazio pubblico, che l’autogestione di servizi collettivi possa diventare un nuovo modello di welfare. Basterebbe ascoltare e provare a incentivare i germi di innovazione sociale, invece che considerare come una scocciatura tutto quello che esce dai binari consolidati. Se non si vuole vedere crollare il proprio bel castello impotenti, oggi non basta più amministrare, ma bisogna responsabilmente sostenere il cambiamento. Dopo aver letto il Buongiorno di Gramellini di venerdì scorso chiunque lavori nella pubblica amministrazione non può far finta di niente. Io per prima.

Nota: un grazie speciale a Cristina, mamma dell’infografica, che ha superbamente tradotto in un’immagine tutte le informazioni che avevo raccolto sui cohousing dell’Emilia Romagna, proprio come ce le avevo in testa. E lo ha fatto tutto in una notte!

colonna sonora: Emilia paranoica, CCCP

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