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Lavatrice_foto_carmelo_bongiornoLa lavanderia è uno degli spazi comuni su cui si discute di più nei cohousing: noi di Irughegia le abbiamo dedicato più tempo che ad ogni altra cosa e ancora non abbiamo trovato un accordo. Ricordo una sera una discussione infinita sulle abitudini di lavaggio&stendaggio di ogni famiglia e la sensazione di impotenza di fronte alle resistenze a condividere il magico oblò. “Toccatemi tutto, ma non la lavatrice”, avremmo potuto intitolare quella serata, che ha messo a dura prova la compattezza del gruppo, più di molte altre decisioni.
In generale quasi tutti i progetti di cohousing la prevedono ma in  realtà pochi abitanti decidono di fare a meno della lavatrice in casa. D’altra parte la lavatrice è stata una tappa decisiva dell’emancipazione femminile e oggi nessuno tra quelli che l’hanno provata ne farebbe più a meno. Anche gli ambientalisti più integralisti, quelli più attenti ai consumi energetici, che non usano né l’automobile né la lavastoviglie, hanno la lavatrice, come ci insegna Hans Rosling in questa magistrale lezione.

E quindi, mentre tutti sono pronti a sostenere l’utilità di una lavanderia comune, pochi sono quelli disposti a uscire di casa con il cesto della biancheria sporca, andare nella lavanderia comune, caricare una delle lavatrici a disposizione con la propria roba, tornare in casa e un paio d’ore dopo ritornare fuori a stendere. Il risultato di questo pensiero è che la lavanderia comune è uno spazio molto diffuso nei cohousing (8 progetti su 10 la prevedono) ma spesso sottoutilizzato (poco più di 2 famiglie su 10 non hanno una lavatrice in casa e usano solo la lavanderia comune.

Se ben progettata, in termini di spazio e di localizzazione, la lavanderia diventa, subito dopo la cucina, il posto più frequentato in un cohousing, oltre che può trasformare un’attività quotidiana noiosa in un momento piacevole di socializzazione, recuperando la parte bella, di chiacchiere e confidenze, delle donne che, fino agli anni Sessanta, in Italia si ritrovavano a lavare i panni al fiume in campagna o al lavatoio comunale in città.

Per funzionare, per prima cosa la lavanderia comune deve essere sufficientemente grande da contenere le macchine necessarie a soddisfare le esigenze delle famiglie (una lavatrice ogni quattro famiglie sembra essere un rapporto equilibrato), oltre a essere organizzata per stendere i maniera efficiente (e magari anche per stirare in compagnia); poi deve essere vicino ad altri spazi comuni usati di frequente, ad esempio la sala giochi per i bambini, in modo da combinare più attività insieme; e ancora deve essere comoda da raggiungere da tutti gli appartamenti, senza dovere indossare giacca e capello in inverno o aprire l’ombrello se piove. Personalmente penso che per cohousing fino a 15 appartamenti bisognerebbe cercare di realizzare un unico spazio adibito a lavanderia, per rafforzare la funzione socializzante di questo ambiente e consentire le maggiori economie di scala possibili. Perché la lavanderia comune, oltre al suo potenziale relazionale, permette di risparmiare soldi (se si decide di non comprare la lavatrice in casa), di diminuire i consumi energetici (ottimizzando i carichi comuni) e di recuperare spazio nei singoli appartamenti.

Spesso la sera, mentre mi trascino su per le scale del condominio con la cesta della roba sporca tra le braccia per andare in solaio dove è confinata la mia lavatrice, sogno un robot capace di gestire la lavanderia che avrò in comune con gli altri abitanti di Irughegia, di suddividere il bucato di ogni famiglia a seconda che si tratti di roba bianca, colorata o delicata, di programmare i lavaggi, di ottimizzare i carichi e di comunicarmi quando i miei vestiti saranno puliti e pronti per essere ritirati. Lavando-matic mi piacerebbe chiamarlo, e chissà che un giorno..

 

Nota: l’immagine è una fotografia di Carmelo Bongiorno intitolata Lavatrice.

colonna sonora: Music From A Dry Cleaner, Diego Stocco

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bicicletta_powerIrughegia è un progetto di cohousing per 15 famiglie con bambini, descritto sinteticamente qui.
Rispettando gli standard previsti dal regolamento comunale1, a Irughegia dovremmo costruire 26 posti auto e un garage per famiglia, per un totale di 625 mq occupati da parcheggi, che vogliono dire 625 mq di potenziale spazio aperto in meno a disposizione, spazio che potrebbe essere utilizzato diversamente, ad esempio per un giardino, un’area gioco per i bambini o uno spazio per orti urbani.

L’investimento in parcheggi, oltre a consumare terreno, ha anche un costo elevato: l’incidenza che abbiamo stimato per realizzare tutti i parcheggi previsti sul costo totale di costruzione è del 10%, nell’ipotesi di realizzare parcheggi a raso, mentre sale al 13% in caso che una parte di parcheggi sia costruita in interrato, soluzione spesso necessaria per mancanza di spazio.
Tutto questo mette bene in luce il costo della dipendenza dall’auto2 della nostra società e la forte interrelazione tra scelte di mobilità, prezzi delle case e disponibilità di spazio aperto.

Tornando a Irughegia, il gruppo di famiglie che la sta progettando ha un approccio alla mobilità un po’ alternativo ed è altamente disponibile a sperimentare nuove modalità di trasporto, in particolare in sharing. L’idea stessa del cohousing si basa sulla ricerca di un modello abitativo più sostenibile, da un punto di vista sociale, economico e ambientale e la dimensione di vita comunitaria che caratterizza le esperienze di cohousing facilita di per sé l’adozione di comportamenti e stili di vita più attenti all’ambiente, come ad esempio la condivisione dell’auto e gli spostamenti in comune.

Niente di nuovo quindi, se si parla dell’opportunità di integrare il cohousing con il carsharing, ma d’altra parte penso che sia fortemente limitativo riservare solo all’iniziativa privata la volontà di sperimentare forme di mobilità in sharing, senza prevedere incentivi pubblici.

Un incentivo molto interessante, a mio parere, sarebbe il riconoscimento, da parte del Comune, del servizio di car-sharing, in termini di deroga agli standard di parcheggi previsti dai regolamenti. Voglio dire che se un gruppo di cohouser prevedesse un servizio di car-sharing strutturato e definisse con precisione le regole per usufruirne, penso che da parte dell’Amministrazione ci dovrebbe essere la disponibilità a consentire di realizzare un numero di parcheggi inferiore agli standard.

Un altro tema correlato alle forme di mobilità è quello della localizzazione dei parcheggi; per interventi di cohousing orientati ai bambini, come ad esempio Irughegia, assai qualificante sarebbe la possibilità di realizzare i parcheggi fuori dal lotto, consentendo un accesso solo pedonale e ciclabile alle case, al fine di migliorare la sicurezza e favorire l’autonomia dei bambini. Senza arrivare a casi esemplari come il quartiere di Vauban di Friburgo o quello di GWL-Terrein di Amsterdam, dove tutte le strade interne sono chiuse alle auto, non ci sono posti auto e garage, ma solo parcheggi ai margini del quartiere, e in cui circa il 70% delle famiglie non possiede un’auto ma gira a piedi o in bicicletta, con un carrello per portare i bambini o la spesa, penso che anche in Italia si potrebbe iniziare a sperimentare un modello di vita diverso e più sostenibile, partendo proprio dalla pianificazione urbanistica delle città, per superare il tradizionale modello abitativo a organizzazione atomistica, che ha contribuito alla crisi di socialità e relazioni in cui siamo sprofondati negli ultimi decenni.

Sicuramente prevedere elevati standard di parcheggio non è un modo per disincentivare il possesso di auto, ma al contrario incentiva il consumo di suolo e l’acquisto di nuove automobili. Un sistema intelligente per promuovere forme di mobilità sostenibile potrebbe essere, ad esempio, stabilire tariffe di parcheggio differenziate a seconda del numero di posteggi privati di ogni abitazione: in questo caso sarebbe gratis parcheggiare nei posteggi pubblici e lungo la strada per chi non ha posti auto privati (garage, posti auto condominiali, ecc), mentre il costo del parcheggio pubblico potrebbe aumentare proporzionalmente al numero di posti auto di proprietà.

Nella progettazione di Irughegia, stiamo provando a fare qualche simulazione anche in relazione alla mobilità; a questo proposito abbiamo pensato che, tenendo conto che siamo 15 famiglie con 34 bambini, potremmo mettere cinque auto in car-sharing e in questo modo passare dalle 25 automobili di cui disponiamo oggi a 11 auto, alcune private, altre condivise, riducendo il parco auto di oltre il 40%. Considerando che ci vogliono 70 giorni di lavoro all’anno per pagare i costi di un’utilitaria, nel nostro caso passare al car-sharing consentirebbe di risparmiare 770 ore di lavoro all’anno, guadagnando soldi e tempo libero.

Le esperienze estere più riuscite, inoltre, dimostrano che sono i car-sharing condominiali, cioè quelli che nascono tra vicini di casa, quelli che funzionano meglio e sui quali conviene investire come primo passo verso forme più evolute e professionali del servizio.

Anche parlando di mobilità viene confermato come la dimensione del vicinato sia quella più adatta per sperimentare forme di innovazione sociale che, se funzionano, possono essere poi diffuse a livelli più ampi: di quartiere, città, regione. E il cohousing, sotto questo punto di vista, è molto potente: permette infatti di ricostruire in piccolo le dinamiche sociali, economiche e ambientali che regolano la vita di una città, studiarle e aggiornarle, sperimentando nuove soluzioni ad un livello di scala ridotto. Irughegia per Modena è una grande occasione, io non ho dubbi, ma Modena è pronta per Irughegia?

colonna sonora: Revolution, The Beatles

NOTE:

1 Il Regolamento edilizio del Comune di Modena come dotazione obbligatoria di parcheggi per autovetture nel caso di abitazioni prevede, come parcheggi privati, 1 posto auto ogni abitazione fino a 50 mq di superficie utile, 2 posti auto da 51 a 100 mq e 3 posti auto ogni abitazione oltre 100 mq; dei parcheggi privati, almeno uno per abitazione deve essere un garage. Inoltre per ogni abitazione ci devono essere 0,5 posti auto come parcheggi pubblici.

2 Per dare qualche numero, secondo i dati dell’Aci, oggi in provincia di Modena circola un’auto ogni 1,6 residenti, che tradotto vuol dire che ci sono due macchine ogni tre residenti (oltre a un motociclo –scooter e moto – ogni 11 residenti). I dati del Censimento 2011 evidenziano inoltre che per andare al lavoro, l’80% dei modenesi usa l’automobile, solo l’1% l’autobus, mentre a piedi o in bicicletta si spostano il 14% delle persone.

 

Grazie a Enrico Bergamini per la consulenza tecnica, a Andrea Salvini per la foto.

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Tra qualche ora sarò a parlare di “nuove forme dell’abitare” all’incontro su crisi economica e opportunità per le famiglie, organizzato dal Centro per le famiglie del Comune di Modena.
L’incontro è in pieno centro storico, in piazzetta Redecocca, una delle piazze della mia città che preferisco, con le scale larghe che salgono morbide in circoscrizione su un lato, il portico basso dall’altro, le case popolari, due trattorie storiche che d’estate mettono i tavolini fuori, gli alberi inaspettati nel mezzo. Piazzetta Redecocca sembra un cortile di una volta, aperto ma protetto, dove ci si può sedere a fare due chiacchiere con i vicini, dove si può giocare a pallone o, con un gessetto rubato a scuola, disegnare anche la settimana e poi, su un piede solo, saltare da una casella all’altra, senza pestare le linee tracciate per terra.
Mi ricordo che sei o sette anni fa, per questioni di lavoro, mi è toccato di fare il rilevamento dei flussi pedonali proprio di piazza Redecocca. E mi ricordo benissimo che un sabato pomeriggio (da sempre giorno di massima affluenza per il centro cittadino), circa di questa stagione, sarà stato fine settembre, un pomeriggio di sole come oggi, mi sono seduta in piazza su una panchina, con un quadernino e una penna in mano, per fare una crocetta tutte le volte che una persona (a piedi, in bicicletta e in macchina) fosse passata di lì. Beh, quel pomeriggio ho contato più piccioni che esseri umani. Questa è piazzetta Redecocca, e non penso che l’incontro su crisi economica e famiglie possa incidere più di tanto sui flussi pedonali..

Per diffondere il mio pensiero oltre la materialità di piazzetta Redecocca, ecco in sintesi un’anteprima di quello di cui parlerò tra poco. Se poi a qualcuno interessa qui ci sono anche le slide del mio intervento.
Partirò dalla crisi economica e dalle conseguenze economiche sulle famiglie (aumento della disoccupazione e precarizzazione del lavoro; calo del potere di acquisto, del tasso di risparmio e della spesa per consumi; aumento dei costi energetici, stretta creditizia), in una situazione generale di progressivo invecchiamento della popolazione, di nuclearizzazione delle famiglie e di forte immigrazione.
Partirò dalla crisi economica per riflettere su una crisi più generale nella quale siamo sprofondati negli ultimi decenni: la crisi della socialità, delle relazioni, il trionfo dell’individualismo sociale, dell’egoismo condominiale (che in Italia provoca a una rissa ogni dieci minuti), la sconfitta dello spazio pubblico collettivo, dell’idea di polis.
Partirò dalle crisi per sottolineare con gioia un ritorno di interesse per una dimensione comunitaria della vita, una dimensione comunitaria non ideologica ma pratica, dove il Noi vince sull’Io, in primis per convenienza e comodità.
Sulla condivisione e sulla mutualità sono nate esperienze, oggi sempre più diffuse e in forte crescita, in tutti gli ambiti della nostra vita: dal co-housing al co-working, dagli orti urbani ai gruppi di acquisto solidale, dal car-sharing al couchsurfing, dal baratto al crowdfounding.
Parlando di “abitare”, già nel 1932 la sociologa premio Nobel Alva Myrdal, metteva in luce l’irrazionalità delle residenze isolate “dove venti donne preparano le loro polpette in venti piccole cucine mentre venti bambini giocano soli nelle loro camerette”, gridando i benefici di un modello alternativo di abitare collaborativo, che prevede la condivisione di spazi, tempo, impegno, risorse, attrezzature, valori, energie, nell’assoluto rispetto della privacy e dell’autonomia individuale.
Da allora questo “nuovo modello di vivere vecchio come il mondo”, come recita lo slogan dell’associazione CoAbitare di Torino http://www.coabitare.org, è stato, soprattutto nel Nord Europa, molto sperimentato, è cresciuto, si è sviluppato e si è diversificato, pur mantenendo una matrice comune.
Il co-housing, come ha magnificamente espresso ieri il maiuscolo Carlo Olmo nel suo intervento a Bologna, è una risposta intellettuale alla crisi della socialità delle parti più alte della società, la manifestazione del bisogno di luoghi di relazione sociale, in cui lo stare insieme porti anche ad una crescita culturale, il tentativo di piccole comunità di persone di ricostruire uno spazio pubblico che non c’è più, partendo dalla condivisione di alcuni valori collettivi, che per definizione non valgono per tutti, ma sono le regole di quel particolare co-housing, che quindi è diverso da tutti gli altri.
Su questo sfondo, agiscono, nel nostro caso, due fenomeni diversi ma complementari che servono per spiegare la declinazione irughegiana dell’abitare collaborativo: il lusso democratico e un diverso welfare.
Lusso democratico, come lo ha felicemente definito l’amico architetto Federico Zanfi, spiega da cosa è nata l’idea di Irughegia: da un desiderio di stare insieme non ideologico, ma ancora una volta pratico, di famiglie con bambini piccoli, che decidono di stare insieme per rispondere a bisogni a cui prima si rispondeva singolarmente, per affrontare costi non più sostenibili da soli, per godere di servizi che individualmente non ci si potrebbe più permettere. E che pensano che abitando vicini sia più facile raggiungere gli obiettivi del loro stare insieme.
La messa in discussione del sistema nazionale dei diritti sociali e la diminuzione palpabile dei servizi alla persona a livello macro, associate alle caratteristiche di condivisione, partecipazione, mutualità che a livello micro connotano gli irughegiani, ci ha portato ad approfondire nuove modalità di progettazione e gestione di servizi collettivi aperti al territorio, che vorremmo sperimentare dal basso proprio ad Irughegia, con un sistema nuovo e volontario di auto-organizzazione sociale, promosso da cittadini attivi e intraprendenti, secondo un diverso modello di welfare.

Io sono convinta che Irughegia possa diventare un’alternativa (che oggi a Modena manca) interessante per molte famiglie, ma perché questo succeda c’è bisogno che si realizzi, per far vedere le proprie potenzialità e per sfatare tutta una serie di falsi miti che avvolgono ancora l’abitare comunitario. Ci manca poco, ma quello che ci manca è fondamentale, per provare, innovare, sperimentare, parole che a Modena sembrano essere sparite non solo dal vocabolario ma anche nei fatti. Noi irughegiani non facciamo niente di illegale, non vogliamo fare la rivoluzione, non siamo pericolosi, siamo giovani (ancora per poco), ottimisti e intraprendenti, ci serve un supporto (e chi ce lo può dare lo sa benissimo!) perché un esperimento piccolo possa provare a diventare un modello grande, il più economico, sostenibile inclusivo possibile.

 

colonna sonora: C’è crisi, Bugo

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Era dall’aprile del 2000 che non bevevo caffè: ripetuti attacchi di fortissima emicrania a grappolo e un consulto specialistico post Tac mi avevano convinto a smettere. Mi ha convinto a riprovare, almeno per una volta, Grazia, che ha accompagnato i pasticcini che le avevamo portato con cinque tazze di sottile porcellana bianca fumanti di un odoroso caffè “made in moka”, ordinato con gentilezza alla Gigia, la sua giovane governante marocchina.
Partiamo in quattro da Modena, con un caldo opprimente nonostante l’ora presta: Chiara, Elena, Cosetta ed io, il nocciolo montessoriano di Irughegia. Viaggiamo a metano, dirette verso Castellanza, dove ci aspetta Grazia Honegger Fresco, l’ultima allieva diretta di Maria Montessori,che al nostro world café non è riuscita a partecipare, fondamentalmente per una questione di gradini, difficili da superare se le gambe non collaborano.
Ci riceve nel suo studio, pieno di libri catalogati su scaffali e mensole di legno, su cui, a penna, su foglietti irregolari, sono scritte diverse etichette: “nascita”, “canto”, “Montessori Italia”, “riviste estere”, “musica”, “gioco”, “neonato”, “nido e simili”, “libri per bambini”, “quaderni Montessori”, “vita pratica”, “botanica”, “alimentazione”, “non violenza”, “zoologia”.
Ci stringe la mano rimanendo seduta, con a fianco il carrellino a cui si appoggia per camminare. “Accomodatevi, sedetevi, che cose ghiottissime che avete portato”, il suo accento romano è ancora forte, nonostante siano più di quarant’anni che si è trasferita qui in Lombardia, dove il marito dirigeva un’importante fabbrica di filati.
Siamo al chiuso, ma le grandi finestre che danno sul bel giardino con i sui altissimi cedri centenari mi danno l’illusione di essere all’aperto, seduta sull’erba a mangiare pasticcini ghiottissimi, sorseggiare – un po’ timorosa degli effetti, per la verità – caffè nero bollente e ascoltare l’intelligenza fine di Grazia.
Siamo venute a trovarla per confrontarci con lei sulla nostra idea di costruire nel nostro simil cohousing uno spazio per i bambini aperto a tutta la città, le diamo una copia del Quaderno che raccoglie gli spunti e le idee dei quali si è discusso nel world café.
C’è un po’ d’ombra?” chiede quasi subito, “i bambini hanno bisogno di angolini, di posticini riparati”. Dai suoi occhi capisco che il nostro progetto la intriga, ci sta ad ascoltare, fa tante domande, ci butta sul tavolo stimoli, contatti, esperienze, ci fa riflettere, non offre soluzioni ma pone problemi, il suo pensiero è profondo e logico, sembra un fiume in piena quando parla, inarrestabile e imprevedibile. Le cose facili non sono per lei, si vede. Per capire il mondo bisogna essere aperti alla complessità, saper guardare oltre, ascoltare anche quello che all’apparenza non c’entra, costruire un puzzle con pezzi di scatole diverse. Tutto torna alla fine, dopo tre ore di conversazione fitta ritrovo nei miei appunti un filo conduttore chiaro; mentre ascoltavo Grazia in diretta invece, concentrata per non perdere qualche pezzo, mi sentivo in centrifuga, ubriacata dal suo pensiero tentacolare, dalla sua capacità di spaziare, dal suo rigore concettuale.
Tutto torna, niente è detto per caso, il filo è robusto: il Mammut di Scampia, l’educazione attiva dei CEMEA, i laboratori di Giacomo Borella, la Maison Verte di Francoise Dolto, la Cà Gioiosa di Vittorino da Feltre, il villaggio Ceis di Rimini, l’orchestra di ragazzini delle favelas venezuelane di José Abreu, la Casa dei Bambini di Milano, Baden-Powell, ogni cosa ha il suo perché, la mente di Grazia è una specie di pozzo delle meraviglie, da cui pescare in un crescendo di ritmo.
Osserva, segui il bambino, non giudicare”: ritorna più volte, quella mattina, il leitmotiv montessoriano, anche in riferimento al nostro spazio per i bambini. Grazia ci ricorda l’attenzione particolare di cui hanno bisogno i piccinissimi, i bambini da 0 a 3 anni, esseri speciali e delicatissimi, quelli che più di tutti hanno bisogno di un contatto stabile, di un linguaggio stabile, di punti di riferimento stabili. Grazia suggerisce di dedicare a loro il nostro spazio la mattina, quando i più grandi sono all’asilo o a scuola, di creare per loro e per le loro mamme uno spazio protetto, in cui stare insieme, uno spazio intangibile che si chiude e scompare al pomeriggio, quando arrivano i bambini più grandi. Con loro “la scuola è malefica (le parole di Grazia, quando si parla di scuola non fanno sconti a nessuno),tratta gli adolescenti come bambini e ai bambini fa fare cose che sono adatte a ragazzi del liceo”, quando invece ancora una volta basterebbe “osservare, seguire il bambino, non giudicare”, cercando di sostenere il bisogno di scoperta dei bambini delle elementari e soddisfare il bisogno di rendersi utili per la comunità e la voglia di mettersi all’opera degli adolescenti. La scuola deve essere viva, deve poter essere continuamente reinventata, deve abbandonare il duplice modello dell’”esercito e del convento”, deve essere capace di lasciare da parte gli antichi Romani e dedicarsi ai serpenti e ai pescecani, se su serpenti e pescecani si concentrano l’interesse e l’entusiasmo dei bambini.
L’adulto deve diventare una sorta di mentore per il bambino, è importante che capisca dove deve stare (in particolare in uno spazio come quello che vogliamo realizzare noi, dove l’adulto è l’organizzatore dello spazio, l’accompagnatore dei bambini, ma è anche genitore) e che sia nelle condizioni migliori per svolgere il proprio ruolo: Grazia suggerisce che lavori con piccoli gruppi, proponga attività semplici, ma anche belle e raffinate e pensi queste attività in funzione dei bambini che ha di fronte. Grazia è disponibile anche ad aiutarci a pensare specifici momenti di formazione e condivisione riservati al gruppo di genitori di Irughegia, per costruire una base comune da utilizzare nella gestione dei bambini. Bisognerà pensarci.
Parlando di tecnologia (un tema molto dibattuto nel world café), Grazia è consapevole che “la tecnologia è il loro mondo, ma ai bambini bisogna offrire altro. Perché la mano non funziona più, e bisogna ritornare ad usarla” Bisogna stare attenti all’uso che si fa della macchina, perché non sia un uso distruttivo della capacità creativa, bisogna riequilibrare i bisogni del corpo con quelli della mente,ritornare al modello rinascimentale in cui il gioco della palla aveva la stessa dignità dello studio del latino. Molto suggestiva l’idea di concepire il nostro spazio bambini come una moderna Cà Gioiosa, che anche non so cosa vuol dire fino in fondo, mi suona piuttosto bene.
Se devo provare a fare sintesi, alla fine viene fuori che l’identità del nostro spazio potrebbe ruotare intorno al “costruire”, nel senso di fare con le mani, di sporcarsele quelle mani, di paciugare e sciappinare.
Ormai i pasticcini sono finiti, il poco caffè rimasto è diventato freddo, la Gigia entra un paio di volte a ricordare che il pranzo è in tavola, il tempo è scaduto, si torna in Emilia, si aprano le danze!

colonna sonora: Boléro, Ravel, Valery Gergiev, London Symphony Orchestra 

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Scriveva Majakovskij in una poesia che ho letto la prima volta vent’anni fa in Boccalone, il romanzo di Enrico Palandri in stile Jack Frusciante anni Settanta, qualcosa del tipo che ci sono momenti speciali in cui senti dietro la schiena, tra le scapole, un prurito strano, e forte, come se da un momento all’altro, dovesse spuntarti un paio d’ali.
Beh, l’altra sera, dopo l’aperitivo sull’erba (alta) che abbiamo fatto insieme, noi, grandi e piccoli, di Irughegia, a ora aperitivo invece che merenda, con un menù più estivo – insalata di farro e frutta mista (ciliegie e albicocche al posto di arance e mandarini), vista la stagione, ma con i fondamentali inalterati: sempre sull’erba, sempre con il treno vicino, sempre i bambini a farla da padroni, sempre coperte e plaid stesi intorno al tavolino, sempre con quel clima difficile da descrivere ma piacevolissimo da vivere, come l’altra volta,
beh, l’altra sera, mi sono sentita così, un po’ come Majakovskij in quella poesia, però il prurito lo avevo ai piedi, per l’accanimento delle zanzare, ma la sensazione di avere le ali era la stessa e per la prima volta in tanti mesi ho pensato davvero “Si può fare!”.
Si parte allora, tutti in carrozza!

PS: non ricordandomi a chi ho prestato Boccalone, ieri pomeriggio, dopo aver riscontrato che anche Google ha dei limiti, sono passata in libreria a sbirciare esattamente cosa diceva Majakovskij a proposito di prurito, scapole e ali.
E ho pensato: “bravo ‘sto Vladimir! Se conoscessi un russo gli chiederei di leggermela in lingua originale, per volare davvero..”
La sua poesia è questa:

“Se dal cielo l’arcobaleno penzola
o è azzurrissimo senza neanche una toppa,
possibile che non vi prudano tutte e due le scapole?
Possibile che non desideriate che da sotto le bluse,
dove prima c’era la gobba,
liberatevi dall’impiccio delle camicie,
si spieghi finalmente
un paio d’ali?”

colonna sonora: Si può fare, Angelo Branduardi

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È qualcosa di diverso rispetto a leggere il Quaderno..

Ma mi sembra che anche la versione fotografica del World Café di Irughegia dia una bella immagine del lavoro fatto insieme..

Grazie a FrancescoBoni per l’assemblaggio!

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Non troppo lungo, non troppo corto.
Non tutto a colori, non solo in bianco e nero.
Non eccessivamente grande, non fastidiosamente piccolo.

Parole facili, immagini vere.
Pagine che parlano, voci che rimangono.

Qualcosa già fatto, tanto da fare.
Persone speciali, da ritrovare.

Il primo mattone dello spazio bambini di Irughegia è questo quaderno, il report del World Café del 23 maggio.

Leggetelo e dite la vostra. Questa volta non sono solo  chiacchiere!

colonna sonora: Come As You Are, Nirvana

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