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Mercoledì è stato l’ultimo giorno di asilo prima delle vacanze di Pasqua. Asili chiusi, mamma e papà al lavoro, i bimbi sono andati in trasferta dai nonni. A Bologna, tutti e tre, per quarantottore.

Stordita da un tempo dilatato e mio come da anni non mi capitava di avere, ho vissuto in una specie di stato di ebrezza non molesta per due giorni. Ho dimenticato in un battibaleno cos’è la responsabilità, non mi sono preoccupata di cosa fare da cena, sono andata a correre con Luca (non lo avevamo più fatto insieme da quando erano nati i bimbi), ho nascosto la sveglia, sono uscita dopo cena, a cena e anche prima di cena, sono andata a letto senza accendere la lucina notturna, ho dormito di filato fino a quando non mi sono svegliata da sola e ho addirittura fatto il cambio dell’armadio! A Modena, senza “quei tre”, per quarantottore, mi sono sentita libera di pensare solo per me, libera di non fare niente o di fare tutto, libera di mettere la musica a tutto volume, libera di mangiare nutella&patatine, libera come non mi ricordavo si potesse essere. Col vento tra i capelli e l’occhio obliquo, senza condizionamenti.

Poi è arrivato venerdì e, come gli asili, anche il lavoro ha chiuso per le vacanze di Pasqua. E così, con mamma e papà a casa, i bimbi sono tornati dalla trasferta bolognese. Con i capelli tagliati di fresco, un paio di scarpette con i tacchetti per giocare a calcio, una chitarra vera di legno, il cd del lombrico dispettoso e una borsa piena di uova di cioccolato.
Davide mi ha detto che non ha mangiato l’hot-dog perché il wurstel era troppo grande per la sua bocca, che aveva organizzato di notte una festa sul divano dei nonni, mi ha chiesto se lo prendevo in braccio, se gli raccontavo la storia dell’orso che tossiva sempre, se mi sedevo sul bidet di fianco a lui, in chiacchiera sul water. Con la faccia da furbetto mi ha svelato che a Bologna era andato a letto senza lavarsi i denti, aveva fatto le puzzette sotto le coperte della nonna e aveva mangiato salame e cioccolata.
Michi, in grandissima forma, in piedi sullo sgabello del bagno, con le mani sotto il rubinetto, mi ha chiesto: “Mamma, dov’è la puzzoletta?”, ha corso nudo per casa urlando “Sono ‘ktivo io, però!”, mentre emetteva versi da mostro, con le manine contratte in posizione da combattimento. E poi, stremato dalla performance, si è placato sul divano con un ciuccio in bocca, un altro in un orecchio e il terzo in mano.
Vangio ha sorriso, e poi riso, e riso ancora. Stretto tra le mie braccia come un koala al suo eucalipto, con la goccia al naso, gli occhi vispi e i piedi cicciotti.

Nel giro di neanche mezz’ora sono tornata in modalità “mamma di tre bimbotti piccoli, rumorosi, caccolosi e famelici”, ho riniziato a pensare che ero sicuramente in ritardo per la cena, che non avevo ancora pensato cosa cucinare, che in ogni caso il frigorifero probabilmente era vuoto, e che invece la cesta della biancheria sporca era sicuramente piena.
Nonostante questo, devo ammettere che il ritorno alla mia quotidiana condizione di libertà condizionata, dopo quella due giorni di eccezionale libertà, mi ha dato un senso di felicità incondizionata come quella che immagino proverei se imparassi a  respirare sott’acqua.

colonna sonora: La libertà, Giorgio Gaber

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