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Con e senza

fullsizerender-2In un cestino di paglia abbiamo messo i bigliettini e in una specie di ‘gioco della pesca’ ne avrebbe dovuto scegliere uno, con gli occhi bendati. Sopra c’era scritto biblioteca, piscina, carrucola gigante, fare un brindisi a mezzanotte, mountain bike nel fango, Miyazaki abbracciati sul divano, il giro dei parchi in bicicletta, comprare una cravatta, pista degli skateboard, colazione al bar, lavorare la creta, andare a caccia di fossili, costruire una tenda in camera da letto e andarci dentro a leggere una storia con tante figure, mangiare cinque tipi diversi di cioccolata.
Questo fine settimana eravamo da soli a casa, io e Quello-di-mezzo, e in segreto i giorni prima avevamo fatto diversi piani. Troppi, per trovare un accordo, così avevo proposto di scriverli sui bigliettini e lasciare decidere alla sorte.
So che forse sarà una delusione per chi legge, ma non racconterò cosa Quello-di-mezzo ha estratto e quello che abbiamo fatto insieme dopo. Fa parte delle nostre cose segrete, abbiamo fatto un patto, e intendo rispettarlo. Dico solo che è stato divertente senza essere lineare, come spesso succede quando c’è un bambino di mezzo (che casualmente è anche Quello-di-mezzo).
Quello-di-mezzo adesso dorme ancora, nel mio letto, perché abbiamo dormito insieme la notte scorsa. In casa c’è un silenzio perfetto, sento chiaramente il ticchettio delle lancette dell’orologio di cucina, e niente altro. Dalla finestra vedo un merlo sul terrazzo che becchetta i chicchi di riso alla cantonese che ho scosso dalla tovaglia ieri sera. Sembra che la cucina orientale sia di suo gradimento; mi intrippo a pensare ai gusti alimentari del merlo e a come possono essere condizionati dalle nostre briciole.
Mi sento libera, ed è proprio questo strano senso di libertà che mi ha fatto venire voglia di scrivere. In passato avevo raccontato dell’ebrezza che mi colpiva quando riuscivo a starmene un po’ da sola, o meglio, più che sola in senso filosofico, sola senza bambini. Quando hai un bambino piccolo, prima che ti nuota dentro la pancia, poi che ha bisogno di te per mangiare, la libertà te la dimentichi, e quando ti ricapita ti colpisce così forte da farti quasi male, si mescola ai sensi di colpa, ha il sapore del proibito, non è mai libera del tutto. Poi, mentre i bambini crescono, pian piano riacquisti giurisdizione sul tuo tempo, è vero che il lavoro complica le cose, ma è anche vero che tutte le volte che ti lasci alle spalle la porta dell’asilo ti senti leggera, libera di timbrare il cartellino, non hai più bisogno di scappare per rincorrere l’odore della libertà perché ce l’hai in mano e l’unica cosa che devi fare è imparare a usarla di nuovo: così decidi di fare l’abbonamento in piscina, di ricominciare a correre, di uscire per un aperitivo con le tue vecchie compagne del liceo o di andare ogni tanto al cinema.
Poi succede che marito, figlio grande e figlio piccolo vanno a sciare il fine settimana e tu rimani a casa con Quello-di-mezzo che voleva andare alla festa di compleanno di un’amica. E ti accorgi che la libertà è cambiata ancora: non è più una libertà-senza, costruita per sottrazione di bambini, ma si è trasformata in una libertà-con, vissuta insieme, alimentata da bigliettini da pescare e da avventure da condividere. Mentre mangiamo il pollo arrosto con le mani, seduti uno di fronte all’altra, Quello-di-mezzo mi dice con la bocca piena che quello è il pranzo più bello della sua vita, si alza ogni trenta secondi per abbracciarmi stretto e mi sussurra in un orecchio se possiamo pescare un altro bigliettino anche quando abbiamo finito di mangiare. Guardo le sue ciglia lunghissime che si muovono mentre mastica, sento la sua felicità strabordargli dalle mani unte, capisco che la libertà adesso è pescare un bigliettino insieme e mi godo ‘l’attimo fuggente’, pensando che tra qualche anno la sua libertà sarà, giustamente, senza di me.

colonna sonora: Nothing feels natural, Priests 

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IMG_20140104_200520“Vengo anche io a lavolale” ripeteva Giovi mentre Dadi mi è saltato al collo e mi ha abbracciato stretto stretto senza dire niente. Per ultimo è venuto a salutarmi Michi, si è seduto sulle mie gambe, mi ha baciato appassionatamente, poi, con lo sguardo da telenovela sudamericana, mi ha detto “Non ti dimenticare di me, mamma”.

Erano le cinque di ieri pomeriggio e avevo appena annunciato ai Mongi boys che stavo per prendere l’ultima corriera utile per tornarmene da sola a Modena per una trentina di ore.

La scusa ufficiale per giustificare la partenza era fare trovare ai miei ometti una casa accogliente e pulita al loro rientro in città e quindi tutta me stessa, in quel momento di commiato, trasudava casalinghitudine: la mamma si separava da loro con sommo dispiacere e partiva, in corriera, con le valige dell’emigrante, per lavare, stirare, pulire il bagno, fare la spesa e rincalzare i loro lettini.

In realtà avevo soprattutto bisogno di libertà, dopo tredici giorni di montagna con tanta nebbia, in cui ho aspettato più volte che venisse l’ora di andare a letto. Perché quando dentro la casa è piccola e fuori il bosco è buio, ci si calpesta a vicenda anche l’aria.

Entrare in città è stato un po’ come vedere New York per la prima volta, con tutte quelle luci e gente in movimento anche alle otto di sera. Mi sono riempita i polmoni dell’aria pesante e inquinata di via Medaglie d’Oro e mi sono sentita felice. Quando ho aperto la porta, mi è sembrato di entrare in una casa bellissima, il tavolo con i resti della colazione sul tavolo mi ha fatto tenerezza, mi sono sdraiata sul letto, ho chiuso gli occhi e ho respirato profondamente, con le mani incrociate dietro la testa. Non mi sono addormentata solo perché avevo già organizzato una serata mondana, sotto la doccia mi sono stupita dalla morbidezza dello shampoo, guardandomi allo specchio mentre mi asciugavo i capelli mi sono vista bella dopo tanti giorni di indisposizione verso la mia faccia. Stamattina non ho sentito la sveglia, ho fatto colazione con la musica a palla, sono andata a correre e sono tornata con le gambe pesanti e il sorriso sulle labbra, ho salutato il mio benzinaio preferito, ho fatto quattro borse o duecento euro di spesa (a seconda dei punti di vista), mi sono emozionata a entrare al cinema (quanto tempo, cartoni animati a parte!) e ho rispettato la tradizione che davanti al grande schermo non si può non piangere, ho camminato sotto la pioggia e ho cenato con pane e pomodori secchi. Mi sono gustata il silenzio della casa vuota e sono rimasta incantata ad ascoltarlo. Ho anche comprato il biglietto della corriera per tornare a dormire a Sestola, poi ho deciso che lo tengo per un’altra volta e aspetto un passaggio da amici domattina.

Ho pensato se sono una madre snaturata, che se ne scappa dalla famiglia all’improvviso e che allontana la nostalgia a bicchieri di Falanghina e tranci di tonno. E per non pensarci troppo mi son versata un altro sorso di vino.

Nota Bene: oltre a quanto descritto sopra, in queste 36 ore di libertà, a onor del vero, ho anche piegato due montagne di vestiti, tra cui quindici paia di calzini e diciannove mutande, preparato le calze della Befana, steso quattro lavatrici, lavato il pavimento, svuotato il bidone della raccolta differenziata, disfatto l’albero di Natale, riempito il frigorifero e messo in ordine l’armadio dei giochi.

Un grazie speciale al mio husband Luchi che ha capito che avevo bisogno di scappare dalla cattività e mi ha detto, mentre decidevo se partire o no “Tranquilla, ai bambini ci penso io, tu vai”, senza fare domande o avanzare richieste. Volevo dirgli che sono stata davvero bene, solo a letto mi sono ricordata che dormire con qualcuno di fianco è molto meglio.

colonna sonora: Grace Kelly, Mika

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Mercoledì è stato l’ultimo giorno di asilo prima delle vacanze di Pasqua. Asili chiusi, mamma e papà al lavoro, i bimbi sono andati in trasferta dai nonni. A Bologna, tutti e tre, per quarantottore.

Stordita da un tempo dilatato e mio come da anni non mi capitava di avere, ho vissuto in una specie di stato di ebrezza non molesta per due giorni. Ho dimenticato in un battibaleno cos’è la responsabilità, non mi sono preoccupata di cosa fare da cena, sono andata a correre con Luca (non lo avevamo più fatto insieme da quando erano nati i bimbi), ho nascosto la sveglia, sono uscita dopo cena, a cena e anche prima di cena, sono andata a letto senza accendere la lucina notturna, ho dormito di filato fino a quando non mi sono svegliata da sola e ho addirittura fatto il cambio dell’armadio! A Modena, senza “quei tre”, per quarantottore, mi sono sentita libera di pensare solo per me, libera di non fare niente o di fare tutto, libera di mettere la musica a tutto volume, libera di mangiare nutella&patatine, libera come non mi ricordavo si potesse essere. Col vento tra i capelli e l’occhio obliquo, senza condizionamenti.

Poi è arrivato venerdì e, come gli asili, anche il lavoro ha chiuso per le vacanze di Pasqua. E così, con mamma e papà a casa, i bimbi sono tornati dalla trasferta bolognese. Con i capelli tagliati di fresco, un paio di scarpette con i tacchetti per giocare a calcio, una chitarra vera di legno, il cd del lombrico dispettoso e una borsa piena di uova di cioccolato.
Davide mi ha detto che non ha mangiato l’hot-dog perché il wurstel era troppo grande per la sua bocca, che aveva organizzato di notte una festa sul divano dei nonni, mi ha chiesto se lo prendevo in braccio, se gli raccontavo la storia dell’orso che tossiva sempre, se mi sedevo sul bidet di fianco a lui, in chiacchiera sul water. Con la faccia da furbetto mi ha svelato che a Bologna era andato a letto senza lavarsi i denti, aveva fatto le puzzette sotto le coperte della nonna e aveva mangiato salame e cioccolata.
Michi, in grandissima forma, in piedi sullo sgabello del bagno, con le mani sotto il rubinetto, mi ha chiesto: “Mamma, dov’è la puzzoletta?”, ha corso nudo per casa urlando “Sono ‘ktivo io, però!”, mentre emetteva versi da mostro, con le manine contratte in posizione da combattimento. E poi, stremato dalla performance, si è placato sul divano con un ciuccio in bocca, un altro in un orecchio e il terzo in mano.
Vangio ha sorriso, e poi riso, e riso ancora. Stretto tra le mie braccia come un koala al suo eucalipto, con la goccia al naso, gli occhi vispi e i piedi cicciotti.

Nel giro di neanche mezz’ora sono tornata in modalità “mamma di tre bimbotti piccoli, rumorosi, caccolosi e famelici”, ho riniziato a pensare che ero sicuramente in ritardo per la cena, che non avevo ancora pensato cosa cucinare, che in ogni caso il frigorifero probabilmente era vuoto, e che invece la cesta della biancheria sporca era sicuramente piena.
Nonostante questo, devo ammettere che il ritorno alla mia quotidiana condizione di libertà condizionata, dopo quella due giorni di eccezionale libertà, mi ha dato un senso di felicità incondizionata come quella che immagino proverei se imparassi a  respirare sott’acqua.

colonna sonora: La libertà, Giorgio Gaber

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