Posts Tagged ‘mamma’

20130712_203744C’est plus facilecome diceva il barista della reclame mentre stappava un SanBittèr – quando c’è qualcuno che fa da mangiare, apparecchia e sparecchia, pulisce il bagno, rifà i letti, va a fare la spesa e a colazione ti fa trovare le brioches calde. E per giunta mentre tu sei in ferie.

È più facile fare la mamma quando c’è qualcuno che pensa al resto e tu devi pensare solo a loro, i tuoi tre nanerottoli. Quelli là in fondo, quei tre zingarelli – come li chiama guardandoli amorevolmente la nonna Gi – sempre insabbiati, scalzi e con la pelle dorata incrostata di sale marino mal risciacquato, quelli che corrono e saltano senza fermarsi un attimo tra il mare e la spiaggia, in un turbinio di attività infantilmente entusiastiche e naturalmente avventurose, quelli che insabbiati, scalzi e con le incrostazioni di sale marino sulla pelle lo sono anche quando non sono al mare, a spasso per Cervia come a tavola, a letto addormentati come rapiti a guardare Pigga Pig (come chiama Giovi la sua adorata maialina antropomorfa, regina incontrastata delle sedute televisive pre-nanna dei Mongi boys).

Fare la mamma diventa ancora più facile se, oltre agli aiuti materiali che la squadra di Villa L. offre ai suoi “migliori clienti”, decidi di lasciare nel cassetto del comodino il cellulare, di non leggere le mail e di rispondere agli sms non oltre cinque giorni da quando sono arrivati.

Fare la mamma è facile davvero se ti convinci che viene bene se fai quello e basta, che vuol dire addormentarsi con loro e con loro svegliarsi, essere felice di avere tutto il giorno davanti solo per giocare, divertirti a fare i pirati sul canotto, preparare file sterminate di polpette di sabbia, fare a gara a mangiare il Cucciolone in dieci morsi, non domandarti mai che ore sono, perdere le staffe in un pandemonio di “santalò e cavolacci” se qualcuno ti ha nascosto la tua paletta verde e soprattutto se prometti di non guardare mai con invidia la vicina di ombrellone stesa placidamente sul lettino a leggere il giornale, con le cuffie nelle orecchie, gli addominali abbronzati, senza un granello di sabbia addosso e lo smalto perfetto.

Fare la mamma allora, oltre che facile è anche piacevole, perché i nanerottoli respirano quell’aria magica e si mettono in modalità “bimbi perfetti”: vanno a letto senza fare storie, usano il tovagliolo per non sporcarsi, mangiano con le posate e ruttano solo se bevono la CocaCola, si vestono da soli, non si litigano la palla, si aiutano a vicenda a mettersi i braccioli, dividono l’ultima albicocca rimasta, non dicono mai di no, non si parlano sopra l’uno con l’altro urlando sempre più forte e a rotazione si avvicinano al tuo orecchio per sussurrarti con pathos “ti voglio tanto bene mamma!”

Se poi ti capita che la signora Rosa, in vacanza con le nipoti adolescenti, mentre tu, capello improbabile, costume fradicio e vergognandoti un po’ torni su dalla spiaggia con il canotto sottobraccio, lo zainetto in spalla, una borsa di giochi in mano e il passeggino tra i denti, con al seguito i tuoi tre zingarelli a culo nudo (perché ti sei dimenticata i costumi di ricambio), insabbiati (perché la doccia era troppo fredda e tu avevi dimenticato anche gli asciugamani), scalzi (tranne Giovi che gira sempre solo con la ciabattina destra) e variamente incrostati di sale (perché quest’anno va così), la signora Rosa dicevo, ti fermi per dirti “sa che è proprio una brava mamma lei?”, beh, allora succede un po’ come in Cenerentola quando la zucca si trasforma in carrozza, il cavallo in cocchiere e i topolini in splendidi cavalli bianchi e tutto c’est plus facile!

colonna sonora: Live to rise, Soundgarden

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Non appena mi siedo da qualche parte, sul divano, oppure a tavola, o anche su un prato a gambe incrociate, ogni tanto anche sulla bicicletta, con un balzo inaspettato, qualcuno mi salta in grembo e mi si avvinghia addosso (stasera, non mi hanno fatto neanche entrare in casa e, coalizzati in tre, mi hanno letteralmente atterrato sullo stuoino, senza permettermi alcuna contromossa). Quel qualcuno di solito è Michele, che sembra sempre in costante insufficienza mammesca, attento ai miei spostamenti per non perdere l’opportunità di placcarmi e di affermare quella necessità di possesso fisico che sazia tutte le sue voglie e colma tutti i suoi bisogni.
Non appena conquistato il contatto con la mamma, quel qualcuno (sempre Michele) si inizia a guardare sospettosamente intorno, per scongiurare possibili attacchi nemici, sferrati da qualche temerario fratello. Quel qualche temerario fratello di solito è Vangio, che al grido di “è mia, è miaaa, è mmmiaaaa!!!”, roteando nell’area a braccino alzato un qualsiasi giocattolo, meglio se contundente, si avvicina minaccioso e instabile con l’intenzione di usurpare il trono occupato senza provati diritti dal fratello e conquistare il posto d’onore, neanche a dirlo in braccio alla mamma.

Detto che Davide, ormai esperto di queste dinamiche fraterne (o fratricide, a seconda dei punti di vista), non ci prova neanche a entrare nella mischia e si limita a darmi appuntamenti segreti, solitamente in bagno, per ritagliarsi uno spazio esclusivo e che i suoi tentativi indipendentisti falliscono dopo non più di un paio di minuti, con suo rassegnato disappunto e con l’irrompere dei suoi rumorosi fratelli (che hanno vita facile nell’assalto, visto che io, causa claustrofobia dilagante, ho fatto sparire tutte le chiavi dalle serrature delle porte), detto che forse anche per tutta questa situazione, quel Davide che per due anni è stato addirittura figlio unico (esperienza unica in casa Pitton!) si è calato nel ruolo di Semola, fiducioso di trovare una “spada nella roccia” da estrarre per comprovare il suo destino divino di unico e solo legittimato erede al trono, detto questo, vi assicuro che niente riesce a farmi sentire più “donna oggetto” di queste schermaglie tra il pianto e il grido che quotidianamente si ripropongono sulle mie gambe. I miei figli, ancor prima di intendere e volere, hanno mostrato gli effetti sulla loro psiche della società capitalista in cui sono nati, rivendicando uno spiccatissimo e assoluto senso della proprietà privata, tutto concentrato sulla loro mamma, senza possibilità di alcuna condivisione, alla faccia della sharing economy.

È per avere un po’ di aria, per assaporare la sensazione inebriante che ti dà la libertà, per staccare la spina e non pensare a quanto sei sempre in ritardo e mai abbastanza organizzata, per guardarti intorno e sentirti felicemente per un po’ sola, è per questo che una mamma come me non rinuncerebbe mai a un lavoro fuori casa, e a tutto quello che questo permette, che sia una nuotata in piscina in pausa pranzo, una pausa caffè rilassata, due chiacchiere senza fretta o un ritorno a casa in bicicletta con musica nelle orecchie e guida spericolata.

E comunque, questo costante “scacco al re”, a colpi di spinte, strattoni e vocine urlanti, riesce a raggiungere picchi di poesia inaspettati quando l’altra sera ad esempio, mentre fuori pioveva a dirotto e noi Pitton al gran completo, intorno al tavolo di cucina, impastavamo allegramente calzoni di pizza, Michele se ne esce così: “Mamma, portalo in pioggia Giovi. E poi tu torni su” (che poi nel suo linguaggio asciutto e criptico vorrebbe dire “Mamma, non è che prenderesti con la forza il mio fratellino adorato, alcune volte soprannominato Vangio, altre volte Giovi, che però non mi lascia mai in pace, morde e graffia, piange e fa i capricci e ogni tanto anche le puzzette e che in questo momento non la smette di rubarmi la pasta della pizza e di spargermi il pomodoro nei capelli, scenderesti di corsa con lui in braccio i quattro piani di scale che ci separano dalla terraferma, apriresti il portone del palazzo e lo lasceresti da solo sotto la pioggia senza preoccuparti dei suoi pianti disperati che non sono altro di un miserabile tentativo di commuoverti, poi richiuderesti il portone, accertandoti che lui sia fuori sotto la pioggia e che la porta sia ben chiusa, percorreresti a ritroso i quattro piani di scale e ti accomoderesti vicino a me così facciamo i calzoni di pizza insieme senza interferenze disturbanti?”) e prosegue “Se no buttalo da Pippo, che quando arriva lo mangia. Per davvero, per davvero” (che, tradotto, significa: “se no, in alternativa, se non hai viglia di fare così tante scale, puoi prenderlo in braccio, aprire la finestra del balcone e buttarlo giù, che dopo un volo non indifferente dovrebbe cadere direttamente nel giardino di Pippo, il grande cane nero, peloso, ululante e apparentemente ferocissimo della villa confinante con l’Harlem buiding – la palazzina multietnica in cui abitiamo – il quale Pippo lo aspetterebbe a fauci spalancate felice di mangiarselo; e in ogni caso se Pippo per caso avesse appena finito la cena e si sentisse sazio, ci sarebbe sempre la pioggia e mal che vada lo recupereremmo non prima della mattina successiva vivo ma considerevolmente bagnato. E ci tengo a precisare che non sto parlando con leggerezza, ma le proposte che ti faccio, cara mamma, le puoi considerare proposte serie e ponderate, che tu non devi prendere come uno scherzo, ma che devi seriamente portare a compimento”).

Gli esperti – psichiatri infantili, pedagogisti, educatori – sottolineano l’importanza di lasciare esprimere la gelosia tra fratelli, senza bloccarla o nasconderla. In questo caso mi sembra che lasciare esprimere la gelosia a parole sia più che sufficiente, o no?

colonna sonora: Jealous Guy, Beatles 

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I bambini tedeschi sono biondi, bianchi e magrini. In spiaggia usano la maglia dell’Italia per non bruciarsi e in acqua ci vanno senza braccioli perché sanno nuotare già a tre anni.
I bambini tedeschi, all’isola d’Elba, sono tantissimi, molti di più dei bambini italiani. Se piove si bagnano, se c’è il sole si mettono la maglia dell’Italia per non bruciarsi. E non gnolano.
I bambini tedeschi chiamano i bambini italiani klein italienisch, vanno a zonzo per il campeggio ad ogni ora, sempre scalzi, senza torcia di notte, senza cappellino di giorno.
I bambini tedeschi vanno a fare pipì da soli, si lavano i denti da soli, si mettono il costume da soli e da soli si infilano il pigiama. Apparecchiano, sparecchiano e – sempre da soli – vanno a lavare i piatti.
La sera vanno a letto presto, senza fare storie, e si addormentano senza la mamma.
I bambini tedeschi non hanno bisogno che il papà li aiuti a fare un castello di sabbia o giochi a palla con loro, hanno fame solo quando la mamma li chiama per fare merenda e quando escono dall’acqua non urlano a squarciagola immobili sul bagnasciuga nella certezza che qualcuno gli porterà l’asciugamano (o ancora più irrealisticamente l’accappatoio); se hanno freddo se lo vanno a prendere da soli.
I bambini tedeschi non dicono mai “mamma mi fai”, “mamma mi porti”, “mamma mi prendi”,  “mamma mi cerchi”, ma “fanno, vanno, prendono, cercano”.
I bambini tedeschi hanno mamme tedesche (che a differenza delle mamme italiane non sentirete mai dire “corri piano”, “non sudare”, “non bere a collo”, “mangia adagio”, “mettiti il cappellino che ti viene un colpo di sole”, “non fare il bagno che ti viene una congestione”, “mettiti le ciabatte che se no ti vengono le verruche”, “non toccare che è velenoso”, “dove vai da solo? aspettami che andiamo insieme”, “hai fame, hai sete, hai sonno, hai freddo, hai caldo , hai la pipì, devi fare la cacca, ti sei fatto male, sei sudato?”), e questo aiuta, senza ombra di dubbio.

Dopo qualche giorno di vacanza, un pomeriggio che eravamo in acqua, mentre Davide mi chiedeva di mettergli gli occhialini, Michele di andargli a prendere i braccioli sotto l’ombrellone e Giovanni, in braccio, mi batteva in testa una paletta rossa, ho inaugurato un nuovo gioco. “Alt un attimo! – ho detto – facciamo finta che siete bambini tedeschi?” Sguardi interlocutori, sopraccigli interrogativi, espressioni di smarrimento hanno accompagnato la mia proposta. E così ho continuato: “i bambini tedeschi gli occhialini se li mettono da soli, i braccioli se li vanno a prendere e non prendono a palettate la mamma. Che ne dite se giochiamo ai bambini tedeschi e facciamo che provate ad arrangiarvi da soli, senza chiedere sempre tutto alla mamma?” Silenzio incerto, sguardi incrociati, poi i due “grandi” sono esplosi in un “sììììììì!!!” entusiasta, ritmato da applausi scroscianti del piccolo.

I risultati sono stati tanto sorprendenti quanto inaspettati, il gioco dei bambini tedeschi è stato il più giocato della vacanza e anche adesso i bimbi me lo chiedono spesso, divertiti e soddisfatti. È piuttosto ridicolo guardarli mentre si aiutano l’uno con l’altro a vestirsi e poi si dedicano al più piccolo, provando a infilargli la maglietta e a allacciargli le scarpe. E non è per niente facile lasciarli fare, senza mettergli al dritto i pantaloni, senza dirgli che la felpa che hanno messo a Vangio è tutta sporca, senza sistemargli i bottoni allacciati storti, senza perdere la pazienza perché vestirsi così da soli è lunghissimo, senza intervenire. Provare per credere.

colonna sonora: Heroes, Kruder & Dorfmeister

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È mezzanotte e un po’.
Tra neanche dodici ore, a mezzogiorno e un po’, li rivedo.
In frigo ho messo la pasta fredda, l’acqua e il succo di mela, per il pranzo.
Ho controllato che i lettini fossero rincalzati, la camera in ordine, le matite colorate al loro posto, le biciclettine gonfie.
Non ho mangiato in casa una volta, in questi ultimi cinque giorni, sono andata a correre quasi tutte le sere, ho bevuto birra, visto gli amici, dormito sul divano, coccolato Luca. Non ho mai rifatto il letto, mai lavato le tazze della colazione, mai perso la pazienza, mai vuotato l’immondizia.
Sono stata in ufficio senza preoccuparmi dell’orario, del frigo vuoto, di arrivare tardi, di stendere il bucato, dello spray anti zanzare.
Ho pensato a loro quasi ad ogni respiro, ripetendomi che si stavano sicuro divertendo, rimproverandomi di non essere a divertirmi con loro. Ho rimuginato sul fatto che erano piccoli per stare senza mamma e papà anche di notte, che ero una madre snaturata, che me l’avrebbero rinfacciato per mesi.
Cinque giorni possono essere anche molto lunghi, soprattutto se c’è caldo, se l’aria appiccica, la gola brucia, le zanzare pizzicano e il lambrusco è sgasato.
Una mamma, anche se lo sa, non lo fa; anche se potrebbe non lo farebbe; anche se glielo dicono non ci crede. Una mamma riesce a essere in gabbia anche quando le sbarre non ci sono.
Non vedo l’ora di tornare in gabbia per sentirmi libera. Tornano a pranzo, i miei tre nanerottoli, non vedo l’ora.

colonna sonora: Vengo anch’io no tu no, Enzo Jannacci 

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Sento girare la chiave nella serratura della porta. Luca fa il suo ingresso in giacca e cravatta nel nostro “attico al quarto piano senza ascensore” dell’Harlem bulding, la palazzina multietnica in Party’s street in cui abitiamo. Sono le otto e ventisette, fuori inizia a venire buio e dentro è il solito “mercoledì di ordinaria follia”: Davide è nel bagno rosso a fare la cacca che mi reclama a gran voce perché mi sieda di fianco a lui a raccontargli una storia di quando giocavo a calcio; Michi è in piedi sul suo letto, con la chitarra elettrica a tracolla che canta la sua hit del momento: la canzone del vigilino con la paletta rossa e verde; Vangio scappa ridacchiando per la sala, lasciando orme bagnate sul pavimento (disseminato, come al solito, di macchinine, matite colorate e attrezzi da meccanico), mentre cerco di prenderlo e togliergli i vestiti fradici di dosso, dopo che di soppiatto si è infilato nel bidet, ha aperto il rubinetto e si è lavato completamente, per fortuna senza sapone..

Il mercoledì Luca torna sempre tardi, o comunque ad un orario che i bimbi non resistono senza mangiare, e così io e i bambini, il mercoledì, ceniamo da soli: un’esperienza che vale la pena raccontare. Già mentre cerco di preparare qualcosa di commestibile, soprattutto se sono passate le sette, orario della “massima fame da lupo”, mi trovo Vangio attaccato a una gamba che piange e strilla senza sosta, Michi seduto al suo posto con cucchiaio e forchetta in mano che tamburella sul tavolo mentre canta “pappa-pappa-pappa!” e Davide che, incurante del fatto che intanto io sto mescolando i piselli, salando l’acqua per la pasta, lavando l’insalata e cuocendo gli hamburger, mi chiede, a seconda del mercoledì, se posso aiutarlo a incollare un foglio, scrivere hamburger su un altro foglio, fare un nodo corsoio, dipingere una tela con le tempere o cucire un calzino. Non so se la descrizione rende l’idea ma di sicuro quelli prima di cena sono i dieci minuti acusticamente più inquinati della giornata: in casa c’è un rumore pazzesco, in particolare le sere, come questa, in cui sono accese contemporaneamente lavastoviglie e ventola del forno (acceso per scaldare il pane che avevo dimenticato di tirare fuori dal congelatore) e Pippo, cane gigante, peloso e depresso che vive nel giardino della villa di fianco al nostro Harlem building latra disperato alla luna.

Alla fine, quando riesco finalmente a mettere la cena in tavola e quindi a far smettere Vangio di piangere e strillare attaccato alla mia gamba, Michele di tamburellare e canticchiare “pappa-pappa-pappa!”, Davide di chiedermi di tutto, nell’ordine di solito succede che:

– Michele si scotta la lingua al primo cucchiaio di minestra di verdura e mentre urla di dolore sbatte d’istinto il cucchiaio nel piatto e si schizza anche la faccia di brodo caldo, intensificando le urla;

– Davide dice “non mi piace la pappa verde”, Michi dice “non mi piace la pappa verde”, Vangio dice “bleah”

– Vangio rovescia il bicchiere d’acqua che gli ho appena versato e poi si diverte a spargerla sulla superficie più ampia possibile del tavolo;

– Davide mi propone di fare il “gioco degli imboccamenti incrociati”: io imbocco Michi, Michi imbocca Davide, Davide Vangio e Vangio dà da mangiare a me;

– telefona una delle nonne per sapere se stiamo bene (scusate la parentesi, ma dico, sono domande da fare il mercoledì alle sette e mezzo al “attico al quarto piano senza ascensore” dell’Harlem bulding in Party’s street, senza pensare che in quel frangente un’innocente telefonata può mettere a repentaglio una vita umana?)

– Vangio si alza in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke e con il petto in fuori, l’espressione furba e compiaciuta che lo contraddistingue e la sua parlantina cinese tiene un comizio di argomento ignoto, miracolosamente sospeso tra lo spigolo della finestra, il muro e il pavimento;

– io cerco con dolcezza di spiegare a Vangio che mettersi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke non solo non è educato mentre si mangia, ma è anche pericoloso;

– Vangio cade per terra dal gradino più alto della sua sedia stokke, sopravvive senza gravi conseguenze, ma trasforma in pianto acuto e prolungato il trauma psicologico dovuto alla caduta;

– Michele, con gli occhi truci, sgrida Vangio per la sua imprudenza e per essere più efficace lo fa mettendosi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke (…);

– Davide si toglie una caccola e mi chiede dove può appoggiarla (“per non perderla – gli chiedo – o puoi anche pensare di avvolgerla nel fazzoletto di cui sei dotato e buttarla nella spazzatura?”)

– Michele si alza per raccogliere il cucchiaio che gli è caduto;

– Davide canta “il più bello spettacolo dopo il Big Ben, il più bello spettacolo dopo il Big Ben, siamo noi” (e non ha tutti i torti..);

– Michele si rialza per raccogliere il cucchiaio che gli è ricaduto;

– Vangio si rovescia addosso il bicchiere d’acqua che gli ho appena versato;

– Davide si rovescia sulla lingua una spruzzata poderosa di ketchup;

– Vangio si rialza in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke;

– io cerco di spiegare a Vangio, con molta meno dolcezza di prima, che mettersi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke non solo non è educato mentre si mangia, ma è anche pericoloso;

– Michele si tiene stretto con una mano i pantaloni, scende dalla sedia, inizia a girare vorticosamente su se stesso e dice “pipì-pipì-pipì”, poi corre in bagno, prende il vasino, lo porta in cucina, lo sistema per terra di fianco alla mia sedia e fa la pipì;

– Michele finisce tutta la minestra di verdura, alza il piatto per farmi vedere la sua performance e dice “Sono stato blavo eh mamma?”

– Vangio tenta di rialzarsi in piedi sul gradino più alto della sua sedia stokke ma questa volta lo frego perché lo afferro per un piedino e lo incastro sotto il tavolo limitando pesantemente la sua libertà di movimento nonostante la sua strenua opposizione;

– Michele dice “Mamma mi aiuti?”

– Davide dice “Mamma guardiamo Kelly Sildaru?”

– Vangio sbadiglia con varie stelline Barilla appiccicate alla faccia;

– io mi chiedo perché continuo imperterrita, ogni settimana, a condire l’insalata che non riuscirò mai a mangiare di mercoledì, e intanto non so se ridere o piangere.

Poi di solito sento girare la chiave nella serratura della porta. E tiro un sospiro di sollievo.

colonna sonora: She lost control, Joy Division

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