Posts Tagged ‘medaglia’


IMG_20130915_214202I due mesi appena passati non li dimenticherò facilmente. Per la prima volta mi sono trovata a gestire i miei tre mini ometti quasi in autonomia, grazie alla possibilità (da me sfruttata) di prendere la maternità facoltativa, ma con dei nanerottoli già troppo grandi (niente più allattamento, niente più pannolini, niente più pappe speciali per svezzamenti in corso) per necessitare una persona fissa in aiuto. Ho cominciato a stare a casa l’8 luglio e il 25 non vedevo già l’ora di rientrare in ufficio.
Perché d’estate ai bambini non solo gli devi preparare la colazione, lavargli i vestitini, piegarli dopo che si sono asciugati, raccontagli le storie, giocare a ladri e mostri vari, pulirgli il sedere dopo che hanno fatto la cacca, rimboccargli le coperte, rattoppargli le ginocchia sbucciate, preparargli la cena, fargli il bagno, asciugargli i capelli, leggergli un libro, portarli in piscina (oltre a fare la spesa e espletare le altre varie amenità domestiche) ma d’estate – cavolacci! – ‘sti bambini continuano a mangiare anche a pranzo, e, senza asili e scuole in soccorso, gli devi preparare pure quello! E mettere a tavola almeno tre volte al giorno tre nanerottoli affamati, tra merende, pasti e colazioni, mi sembrava di essere sempre dietro a far da mangiare. Non importa si mangiasse su un classico tavolo da cucina o su un più bucolico telo da picnic o ancora su un basico tavolino pieghevole in campeggio, non importa si fosse all’aperto o al chiuso, in un parco o sugli scalini di una chiesa, ma se guardo indietro mi vedo troppo spesso con un cucchiaio in mano, intenta a tagliare pomodori, aprire scatolette di tonno, cuocere fusilli, pelare patate e sgurare pentolame vario.

A parte questa impattante abitudine del nutrirsi con regolarità che hanno i bambini, l’estate è passata leggera, tra bagni salati e sentieri nel bosco, scandita dai rassicuranti ritmi infantili, senza computer, con il cellulare contingentato, la testa libera dagli affairs lavorativi e gli occhi aperti per evitare di cadere nei trabocchetti costruiti da quei tra nanerottoli inselvatichiti.

È stata un’estate che rimarrà nella storia della famiglia Pitton per il bagno con i girini alle sorgenti del Savena, l’ascesa al monte Rocca che ci ha ricompensato con le prime e inaspettate more della stagione e la settimana passata con Mordicchio, tartaruga di terra trovatella, patita per il gioco con la palla e famelica di piedi da sbranare; per le pizze-coniglio dal pizzeraio di Marciana, i picnic sulla spiaggia a guardare il sole tuffarsi nel mare, le magliette con lo stencil di Bud Spencer fatto dal papà e le gare di bosching(*) tra castagni e faggi; per la bronchite di Giovi, guarita in campeggio sotto la tenda e le rinnovate prove di divorzio durante il montaggio della stessa tenda sotto cui è guarita la bronchite di Giovi; per i teutonici bambini tedeschi che hanno ceduto al Peppa Pig Power e sono venuti in tenda da noi a mangiare la Nutella con il cucchiaino, per il tuffo da sei metri di scogli di Davide, dopo che al lago si era fatto sparare in aria sdraiato sul “salamone gofiabile” alla festa freestyle; per la medaglia d’argento di Michele al torneo di calcio di Montalbano, durante il consueto pranzo sull’erba di mezza estate, per la volpe che ha colpito ancora e si è portata via anche il ciuccio ‘cione (ciuccio del procione) di Giovi, per le scorribande in canotto di capitan Lupaccio (in arte Giovi) e del suo amico capitan Libeccio (in arte Tommi), gli unici e inimitabili pirati con i braccioli e per le stelle che quando è buio e ti sdrai sull’erba a guardarle tutti e cinque abbracciati il cielo ti sembra di toccarlo con un dito.

Adesso i Pitton sono tornati alla base, nella loro micro-rent-house col pavimento lavico, un bagno piccolo piccolo, le aromatiche sul davanzale, i navigati lettini giapponesi e un omino di carta che fa l’altalena su una molletta da bucato appeso ad una trave del soffitto della cucina.
Pronti per ricominciare la scuola, abituarsi alla pioggia autunnale e prepararsi alla stagione sciistica. Con il naso che cola e il piumino sul letto.

(*) Il bosching è quella disciplina sportiva di cui i bimbi Pitton vanno matti che consiste nel lanciarsi in discesa giù per i boschi, a tutta velocità, urlando bosching!! come grido di battaglia.

colonna sonora: Sul lungomare del mondo, Jovanotti

Read Full Post »

È tornato a casa con la medaglia al collo. Che sorrideva, felice e fiero, lo si capiva anche a guardarlo di spalle, quelle spalle strette e magre di chi non ha ancora sei anni e da poco ha superato i venti chili.
Era un anno esatto che aspettava di giocare.
L’anno scorso, a Ferragosto, avevano giocato solo i grandi, nella squadra dei maschi giocava il papà, in quella delle femmine la mamma, tre contro tre, adattamento della formula “gabbia”. Noi donne avevamo sognato, conquistato la finale, dato spettacolo. E eravamo tornate a casa con la medaglia d’argento, al collo di Davide, il nostro piccolo grande tifoso, prima in lacrime inarrestabili per la sconfitta, subito dopo radioso e scintillante per la medaglia.
Era un anno che Davide aspettava di giocare, non capiva questa regola che escludeva “i piccoli”; nel suo mucchio di cose da portare in montagna aveva messo scarpe con i tacchetti, pantaloni del Barcellona, maglia del Bologna, mini parastinchi e una valanga di grinta.
Quest’anno, il torneo dell’estate lo avremmo giocato con le nostre regole, in campo ci sarebbe stato anche Davide, glielo avevo promesso, mentre lo mettevo a letto, quella sera di Ferragosto di un anno fa. E così è successo, a Ferragosto di quest’anno: dieci squadre miste – una donna, un uomo, un bambino – tre chili di gesso per fare le righe del campo, due mini porte di Decathlon, un arbitro con la trombetta al posto del fischietto, un prato assolato dietro la chiesa di Montalbano, grigliata imperiale nel boschetto accanto, gli amici dell’estate a dividersi salsicce, brindare a Heineken e sfidarsi in campo. Per Davide, e tutti gli altri “piccoli”, che ogni anno sono sempre di più.
In palio tre medaglie, tre sezioni dello stesso ramo di faggio – quattro centimetri di diametro, uno al massimo di spessore – segati, cartavetrati e rifiniti a pennarello, a imperitura memoria. Le hanno vinte loro, “i piccoli” di Montalbano, quelli che le medaglie le hanno fatte con le loro manine, in una splendida mattina di sole (i tre nanerottoli Pittons, falegnami per qualche ora), quelli che qui giocano in casa (i Lupis brothers), quelli che aspettano un fratello con cui giocare a scartini, quelli che vanno ancora a gatto e quelli che giocano con le ballerine numero 23, quelli che probabilmente non riusciranno mai a parlare ma basta guardarli negli occhi che ti hanno già spiegato tutto, quelli col nome esotico che finisce per “elle” e quelli che se continuano così tra una decina d’anni magari li vedrai in Nazionale.

 Mentre tornavamo verso casa ho capito per la prima volta una cosa, distintamente, senza appannamenti, a dispetto di tutto quel fumo di griglia che mi era girato intorno il pomeriggio: guardando Davide che urlava al cielo la sua soddisfazione per la medaglia d’argento, Vangio con una costoletta in mano, una in bocca e un’altra in tasca e Michele, cubetto saltellante di muscoli esplosivi, mi sono resa conto che nella mia vita non avrei mai avuto una squadra del cuore, non ci sarebbe mai stato un primo della lista, il mio tifo sarebbe sempre stato uno e trino, proprio come la Trinità, un tifo assoluto, unico, estremo, non diviso ma moltiplicato per tre, i miei tre nanerottoli Pittons.

colonna sonora: Survival, Muse

Read Full Post »