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Schermata 2016-03-03 alle 15.18.16Mi hanno chiesto di parlare di “partecipazione” nella rassegna di public talk organizzata da Active Community.
Sicuramente non farò una lezione sulla partecipazione, non è il contesto adatto e non penso nemmeno di essere in grado.
Piuttosto vorrei proporre alcune riflessioni che derivano dalla mia personale esperienza della città in cui sono nata quasi quarant’anni fa e in cui vivo tuttora e offrire dei suggerimenti per innescare cambiamenti che ritengo sempre più necessari.
Ragionando su come impostare l’intervento, mi sono accorta che l’immagine di Modena che prendeva forma mettendo in fila osservazioni su come la città viene usata dai suoi abitanti, risultava un po’ inquietante, ma dava luogo a un racconto anche molto interessante.
Per questo motivo ho pensato di scrivere le mie riflessioni e di pubblicarle in anticipo rispetto all’appuntamento pubblico del 10 marzo, sia perché leggendolo magari gli organizzatori cambiano idea e cercano un altro relatore, sia perché il tema è importante e l’occasione buona per avviare una discussione aperta sul futuro di Modena.

Prima di iniziare faccio una premessa: tutto quello che dirò lo dico perché Modena è un posto a cui voglio bene e a cui sono molto legata, pur essendo, oltre a una “piccola città”, anche il “bastardo posto” cantato da Guccini. O forse proprio per quello.
Inoltre sono un’inguaribile ottimista e penso che Modena abbia i numeri per innescare i cambiamenti positivi di cui ha fortemente bisogno. Il motivo per cui questi cambiamenti non avvengono è, a mio parere, che niente in questa città va poi così male, tutto più o meno funziona, la città è ordinata, non ci sono mai stati grossi scandali, e quindi perché cambiare?
In questo quadro di “ordine apparente”, la partecipazione è diventata superflua, ha assunto nel migliore dei casi le forme della consultazione, ma ha smesso di essere impegno civile, ha perso la spinta propulsiva che l’ha in passato resa uno strumento con cui perseguire la felicità pubblica. Non è un attacco a nessuno, è un fatto. Non serve fare polemiche su questo.
Questa situazione ha portato a un immobilismo e a una monotonia cittadina esasperata, in cui una scossa è assolutamente necessaria, se non vogliamo passare i prossimi anni a “piangere (inutilmente) sul latte versato”.

Ma in sostanza che cosa è successo alla partecipazione?

Da una parte la partecipazione è scaduta: magari, come per la farina scaduta, non fa venire il mal di pancia, ma comunque la gente guardando la data di scadenza preferisce non mangiarla. Questo è successo perché la partecipazione è stata usata come strumento di facciata, per dare l’illusione che i cittadini avessero voce in capitolo quando invece le decisioni erano già state prese a porte chiuse o ancora più frequentemente quando non sarebbero comunque state prese (restando a Modena, basti pensare all’esperienza tanto entusiasmante durante quanto avvilente dopo del progetto partecipativo delle ex-fonderie).
E visto che la partecipazione implica un grande impegno i cittadini hanno valutato che forse non valeva più la pena impegnarsi, a fronte di obiettivi non chiari e promesse che non venivano mantenute.

Carlo Ratti definisce questa “pseudo partecipazione”, una “base ingannevole”, ma allo stesso tempo uno “scudo socialmente accettabile” che viene usato per svilupparci dietro progetti già decisi, da non mettere nemmeno in discussione. La deriva di questa interpretazione è la cosiddetta “progettazione partecipata”, che già negli anni Sessanta si rivela come una via quasi a senso unico, fatta di questionari infiniti e di risposte svogliate rilasciate dalle parti interessate. Tutt’altra cosa rispetto all’energia magnetica creata da persone che si incontrano insieme, una forza dilagante, potente e incontrollata che cresce progressivamente e supera i limiti del controllo dall’alto.
Dietro questa doppia visione ci sta tutta la tensione tra apatia e anarchia che caratterizza da sempre la partecipazione, e che tante volte si è penosamente risolta nel grido collettivo“Non nel mio cortile!”, che paradossalmente ha molto più a che fare con l’individualismo che con la partecipazione.

A chi obietterà alla mia affermazione sull’“arretramento della partecipazione” dicendo che Modena continua ad essere un territorio caratterizzato da una grandissima ricchezza associativa, rispondo con l’invito a riflettere sulla differenza tra il concetto di “membership” – in continua ascesa – e quello di “partecipazione” – in declino costante: a Modena ci sono tanti soci, ma pochi partecipanti. E il problema è che la voglia di comunità, l’impegno per la felicità pubblica, il civil engagement si attivano nella partecipazione, costruendo rapporti interpersonali quotidiani, non nello spazio virtuale della membership.
La questione è seria, ne ha scritto molto (suscitando reazioni forti, come si addice ai temi che toccano nervi scoperti) il sociologo e politologo Robert Putnam, che in “Bowling Alone” ha mostrato come dagli anni Ottanta in poi, almeno negli Stati Uniti, si sia assistito a un costante declino di tutte le forme di impegno civile.
Più recentemente lo stesso Putnam – sempre quello che dopo un viaggio in lungo e in largo per la nostra penisola aveva decantato il senso civico e lo spirito comunitario caratteristico di regioni come l’Emilia Romagna – ha messo in evidenza come qualcosa forse stava cambiando: nel suo “Still Bowling Alone?” instilla il dubbio che il ciclo politico fatto di interessi individuali e obiettivi privatistici sia terminato e che lentamente si stia entrando in una nuova fase di impegno pubblico.

L’alternanza ciclica tra fasi di impegno pubblico e periodi di ritorno al privato è la tesi del libro di Albert O. Hirschman “Felicità privata e felicità pubblica”. L’economista tedesco illustra come questa alternanza sia guidata dalla delusione, che porta le persone a cambiare preferenze, fino a che si supera una soglia critica e il ciclo si inverte. Sull’applicazione di questo meccanismo a fenomeni contemporanei come la cosiddetta primavera araba o il movimento degli indignati ha scritto pagine interessanti Luigino Bruni, tra i massimi esperti di economia civile in Italia.
Bruni si insinua nel ragionamento di Hirschman mostrando le differenze tra l’impegno civile degli anni Sessanta e Settanta, guidato dalle ideologie, a quello attuale, in cui sono temi trasversali come l’ambiente, l’energia, il cibo e in generale l’attenzione per i beni comuni, a portare le persone a riscoprire il pubblico.
E se i beni comuni diventano la regola, il rifugio nel privato non funziona più, la gente riscopre i beni relazionali e si rimette in gioco assieme, nella partecipazione.

Sottolineo “la gente” perché quello che serve oggi è un protagonismo diffuso, voci libere, diverse da quelle di molti di quei soggetti che nel tempo si sono istituzionalizzati, hanno adottato le logiche del controllo e della legalizzazione tipiche degli organismi pubblici e in questo modo sono diventati troppo attenti a difendere i loro interessi particolari.
La gente è espressione di diversità, e solo la diversità può portare a una visione collettiva, condivisa e partecipata.

La diversità è strettamente legata alla struttura della città, da cui deriva l’importanza della disomogeneità del tessuto urbano, dell’intreccio di usi, della vivacità, del dinamismo, della varietà di soggetti interagenti, condizioni necessarie a formulare obiettivi condivisi per mezzo di processi partecipativi.
È quanto ci ha lasciato in eredità Jane Jacobs, che con i racconti delle sue “passeggiate urbane” ha mostrato l’importanza di un uso misto e diversificato dello spazio cittadino, per garantire alti livelli di dinamismo e vitalità nei quartieri. In questo senso la concentrazione del commercio nei centri commerciali, così come la concentrazione dei poveri nei quartieri popolari, la costruizione di quartieri residenziali tutti uguali, la zonizzazione in genere contribuiscono a sviluppare una monotonia strutturale che porta anche ad uno stallo culturale e sociale.

A questo proposto rimangono estremamente attuali le considerazioni di Bernardo Secchi sulla città dei ricchi e la città dei poveri, che mettono a nudo come le ingiustizie sociali si rivelino sempre di più nella forma di ingiustizie spaziali: la domanda di politiche di esclusione, la richiesta di barriere alimentano l’intolleranza, la quale a sua volta nega la prossimità, e quindi la partecipazione, in un circolo vizioso difficile da spezzare. L’antidoto proposto da Secchi è l’investimento in attrezzature e spazi pubblici, su cui costruire una nuova e adeguata proposta di recupero del collettivo, stimolando una partecipazione trasversale.

Oggi non c’è partecipazione perché non c’è urbanità, intesa come vita nella città. Per migliaia di anni la storia della città è stata la storia di un agire collettivo, in cui la partecipazione contribuisce allo slancio culturale più di quanto possano fare le azioni individuali.
Oggi il legame tra civitas e urbs si è spezzato, la città la maggior parte delle volte si limita a fare da sfondo al nostro agire, è diventata la somma di spazi privati, individuali, mentre dovrebbe essere un bene collettivo, costruita insieme ai cittadini.
In alcuni casi c’è un ordine superiore che guida il processo: è comune a tutte le nuove tirranie neoliberali non poter sopportare che i cittadini “usino “ la città (invece di consumarla soltanto); lo dimostrano le reazioni sconsiderate del governo contro i manifestanti di piazza Tahir, colpevoli di aver innescato la rivoluzione attraverso l’occupazione della piazza. È proprio il fatto di “aver ridato centralità al rapporto tra corpi urbani e spazi urbani” che, come ci racconta l’antropologo Franco La Cecla, scatena l’ira del tiranno, perché i movimenti di piazza restituiscono ai cittadini l’enorme potere della partecipazione: un potere che nasce da un senso di appartenenza ad una comunità, che per essere ricostruito ha bisogno di cittadini che si riprendano la città.

Un campo importante su cui provare a ricostruire il legame tra città e cittadini è la gestione dei beni comuni, intesi come beni pubblici relazionali. Su questo punto ci sarebbe molto da dire; per sintetizzare al massimo specifico che qui mi riferisco a quei beni comuni (come un parco, una piazza, ma anche una biblioteca, un campetto da calcio, una polisportiva) caratterizzati da non rivalità e non escludibilità nel consumo come i beni pubblici, ma che si riempono di senso solo quando vengono consumati insieme ad altre persone (un parco vuoto o una biblioteca senza utenti, pur rimanendo beni pubblici, tanto senso non ce l’hanno, perché mancano dell’aspetto di partecipazione comune), perché i beni relazionali si sviluppano solo tra coloro che partecipano all’interazione.
La gestione dei beni comuni relazionali ha bisogno di partecipazione diffusa (per raggiungere la famigerata massa critica), reti di collaborazione orizzontali, meccanismi aperti di condivisione delle informazioni, ha bisogno di una “cultura del noi” che si alimenta soprattutto nella società civile e in famiglia, investendo in particolare sui bambini.
Tutto questo Rifkin lo chiamerebbe il paradigma del “Commons collaborativo”, un modello di organizzazione economica sostenuto dalla “rivoluzione del costo marginale quasi zero”, che spinge sulla collaborazione per alimentare partecipazione e creatività a livello sociale, che utilizza la condivisione per gestire in maniera più efficiente le risorse, che sostituisce l’accesso al possesso, che promuove una logica peer-to-peer, mossa da un interesse non strumentale per la comunità, con cui temperare le forme più estreme di individualismo.

La diffusione della privatizzazione in tutti i campi della nostra vita, a partire dall’abitare, è infatti uno dei grandi nemici della partecipazione: non ci può essere partecipazione infatti dove non c’è comunità, e la comunità, che si forma con l’interazione, il fare insieme, si è persa dietro la ricerca ossessiva del possesso.
In una società dove la proprietà privata orienta tutti i nostri comportamenti, la partecipazione si è così trasformata in una forma di protagonismo, figlia dell’individualismo dominante.
È la logica difensiva di chi pensa “meglio io che un altro”, rispetto alla logica open che agisce in base all’idea “meglio io che nessuno”: da una parte l’obiettivo è emergere singolarmente, usare la partecipazione per raggiungere obiettivi individuali e non appena li si raggiungono chiudere in un cassetto partecipazione e condivisione per ristabilire rapporti gerarchici e logica del possesso. Dall’altra i driver sono collaborazione, autogestione, sviluppo di reti laterali e interesse collettivo, con i quali ricostruire un vero movimento sociale.

Per promuovere una partecipazione open, a mio parere bisogna fare alcune cose, le scrivo:

. incentivare la partecipazione spontanea, quella degli attori sociali senza nome, quella che privilegia le regole informali sugli apparati di norme e tecniche, quella che include tutti, quella che si sviluppa nel quotidiano, nell’uso dei parchi, degli spazi pubblici, della rete internet, delle attrezzature urbane. Pensandoci bene questo è un attacco ai poteri consolidati, che operano attraverso canali esclusivi, per i quali apertura e condivisione sono una minaccia. Non stupisce quindi che la partecipazione spontanea sia osteggiata se non a parole nei fatti da più fronti. Creare le condizioni per far nascere occasioni di interazione spontanea, combattere il crescente anonimato delle relazioni tra cittadini, rafforzare le forme di collaborazione spontanea sono possibili aree d’azione di una politica illuminata;

. lasciare che i cittadini si riprendano la città, che significa innanzitutto restituire alle strade la loro funzione sociale, come direbbe Jane Jacobs: la strada infatti dovrebbe favorire i contatti umani, promuovere una vita sociale a carattere pubblico, sviluppare anche tra persone che non si conoscono connessioni collaborative, fondamentali in caso di bisogno individuale o collettivo.
Il dominio automobilistico, che dalla strada si è diffuso alla politica, ha alimentato l’individualismo, l’isolamento e la diffidenza verso gli altri, ha spento il valore sociale della strada (oltre ad aver alimentato un diffuso senso di insicurezza e paura). Anche a Modena non c’è tanta luce da questo punto di vista: la politica delle rotonde, le strade urbane a scorrimento veloce, l’assillante preoccupazione del parcheggio, la levata di scudi contro ogni proposta di chiudere al traffico un’area, sono tutti esempi di come una città costruita intorno ai veicoli “tolga valore ai piedi umani” e paralizzi la possibilità dei cittadini di usare le strade nel senso proposto da Jane Jacobs;

. combattere la propensione generale (e molto rischiosa) a concentrarsi ciascuno sui propri ambiti di interesse, secondo una logica a silos, e al contrario incentivare i movimenti trasversali, l’incontro “orientato al fare” di categorie di soggetti tradizionalmente lontani tra loro.
Su questo l’arte e la cultura possono svolgere un ruolo chiave, in quanto capaci per loro natura di aggregare persone anche molto diverse intorno a una dimensione collettiva condivisa, quando invece oggi la partecipazione spesso è la manifestazione di preoccupazioni tutte individuali.
Favorire la contaminazione delle persone e delle idee, sviluppare ambienti di interazione aperti, dare ai cittadini la possibilità di agire e non solo di discutere, sono impegni che il mondo della cultura deve assumersi, per difendere la città dalle tendenze antisociali e stimolare la partecipazione attiva;

. adottare strumenti wiki che in sostanza sfruttano le potenzialità di Internet per raggiungere tante persone e permettere loro di collaborare insieme, sviluppare forme di partecipazione orizzontali, mobilitare l’intelligenza collettiva. Sul concetto di “wikicrazia” qualche anno fa ha scritto un libro che ogni amministratore pubblico dovrebbe tenere sul comodino Alberto Cottica, modenese di nascita e cittadino del mondo di adozione. È sua la frase “se vuoi cambiare il mondo, devi attivare le persone” e io sono pienamente d’accordo.

colonna sonora: Piccola città, Francesco Guccini

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CasaNeturalTra qualche ora sarò a parlare di abitare collaborativo e economia della condivisone nello spazio Ovestlab, in via Nicolò Biondo 86 a Modena. Visto che non sono prettamente quello che si potrebbe definire un “gran oratore”, ho pensato di scrivere, per punti, quello che mi piacerebbe riuscire a dire, così, se per caso non si capisse tanto del mio discorso, uno potrebbe sempre andarsi a leggere le note scritte, che per me son cose importanti.

1.Innanzitutto stasera vorrei parlare di abitare collaborativo, chiarendo cos’è e nel frattempo fare vedere diverse esperienze concrete di progetti realizzati. In sostanza su questo punto dirò:

– non parlate(mi) di cohousing,
. perché è un termine troppo rigido per racchiudere tutte le varie esperienze di abitare collaborativo, condiviso, collettivo che stanno nascendo;
. e perché dietro al termine cohousing ci sono tanti pregiudizi, per nulla utili se si vuole diffondere questo modello. Pregiudizi che possono essere ricondotti a due ideologie, implicite nel pensiero di chi si riempie la bocca di cohousing: da un lato l’idea che il cohousing non sia nient’altro che una rivisitazione in chiave moderna delle comunità hippy anni Sessanta, dall’altro invece che vi si nasconda la forma della gated community, la cittadella fortificata dove le persone – generalmente ricche e radical chic – si rinchiudono per costruire la loro comunità chiusa, sorvegliata e protetta da qualsiasi indesiderata incursione esterna;

– filosofeggiamenti a parte, val la pena ricordare che il cohousing in sostanza non è niente di più che un gruppo di case con degli ampi spazi comuni a disposizione di chi ci abita;

– un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo riservato agli abitanti, sia nella progettazione delle case che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive.
Gli abitanti protagonisti richiamano alla mente la critica al “monopolio radicale dell’abitare”, formulata alla fine degli anni Settanta da John Turner, filosofo anarchico inglese che, di fronte al fallimento delle politiche per la casa, è diventato il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito. A differenza del monopolio comune che si accaparra il mercato, il monopolio radicale rende la gente incapace di fare da sé, paralizza la produzione di valori d’uso non commercializzabili, come l’abitare, appropriandosi di quelle caratteristiche generali che fino a quel momento avevano permesso alla gente di cavarsela da sola, obbligano le persone a sostituire i valori d’uso con delle merci. Sulla base della sua idea di monopolio radicale, Turner propone il concetto di housing as a verb, ad indicare come l’abitare debba essere inteso come un processo, derivante dalla relazione tra persone, e non come un prodotto. Da queste riflessioni nasce la seconda legge sull’edilizia abitativa di Turner, secondo la quale “l’abitazione non è ciò che essa è ma ciò che essa fa nella vita delle persone”: in altre parole, ciò che la gente esige non si misura solo in termini di efficienza energetica, disposizione delle finestre, spessore dei muri, ma soprattutto tramite il grado di accessibilità a parenti e amici, alla comodità ai servizi, alla facilità di raggiungere il posto di lavoro, agli spazi di socialità, tutti fattori molto più umani che tecnologici, fondamentali per raggiungere un buon livello di abitabilità;

– per tutti questi motivi l’autogestione e l’autoselezione degli abitanti sono caratteristiche indispensabili per creare contesti di abitare collaborativo,

– che in ogni caso si sostanzia in un diverso diritto ad abitare, “un autre type d’habit, basé sur la participation, la convivialité ed la solidarieté” come si legge sul sito della cooperativa CoDHA di Ginevra, la quale, insieme all’associazione Mill’O ha realizzato, dove meno te lo aspetti, un progetto di abitare collaborativo del quale ci racconta Cristina Bianchetti nel libro Territori della condivisione.

2.Poi vorrei riflettere sul perché ultimamente di abitare collaborativo se ne parla così tanto, e quindi raccontare come:

– la crescita di esperienze di abitare collaborativo è sicuramente legata al boom della condivisione, che si sviluppa, forse più che per ragioni economiche, per combattere l’alienazione dell’uomo moderno, l’”angoscia dell’individualizzazione” di cui ci parlava Bauman, contro la quale le persone cercano di costruire legami sociali e relazioni di prossimità;

– sicuramente il cohousing è visto come un possibile nuovo sistema di protezione con cui fronteggiare le principali trasformazioni sociali in atto: invecchiamento, immigrazione, sfaldamento della famiglia nucleare, precarietà del lavoro, in un contesto di crisi economica e di arretramento del welfare state;

– ma è anche una reazione ai mutamenti sociali causati dal boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, che ha portato ad una migrazione massiccia verso la città a cui si è risposto con un’edificazione di massa per nulla attenta al benessere della persona, che ha finito per produrre, tra le altre cose, una rissa condominiale ogni 5 minuti, secondo i dati riportati nel libro di Antonio Galdo “L’egoismo è finito”;

– le nuove forme di stare insieme rispondono a logiche pratiche, all’esigenza dettata dalla crisi di fare in tanti perché da soli certe cose non ce le si potrebbe permettere, di mettersi insieme per rispondere a esigenze quotidiane che non trovano risposta nel welfare pubblico, e che le risposte le cercano fuori dal mercato e dalle istituzioni;

– i valori comuni di questo stare insieme sono la solidarietà, la socievolezza e la partecipazione, ma anche l’ecologismo, il consumo responsabile e il riciclo, in una riflessione più generale su “quanto è abbastanza” e sull’“opportunità di fare con poco”, in un mondo in cui le risorse materiali si stanno progressivamente esaurendo.

3.Terzo punto sarà inserire l’abitare collaborativo nel paradigma dell’economia della condivisione, la famosa sharing economy, che tiene insieme cose molto diverse (mobilità, ospitalità, casa, lavoro, ricerca fondi, scambio di idee, ..), tutte caratterizzate dalla disponibilità a mettere in comune beni e servizi in una logica collaborativa .

La tecnologia è il sistema abilitante della condivisione: il web infatti ha permesso di connettere in modo rapido e efficiente persone con altre persone, persone con informazioni, persone con cose e ha trasformato una pratica antica come quella dello scambio in un’industria.

È il trionfo dell’era dell’accesso, in cui usare una cosa è molto più comodo che possederla. E qui, parlando di cohousing, non si può non fare l’esempio del trapano.

Anche riferendosi alla sharing economy si può comunque parlare di consumismo, come tra l’altro risulta evidente guardando la copertina che ha dedicato l’Economist al fenomeno della condivisione. È un’altra forma di consumismo, un consumismo collettivo, che per funzionare ha bisogno di una massa critica di partecipanti e che risponde a logiche di un’economia alternativa, alimentata da un “cuore sociale”: in questo modello contano meno i guadagni quantificabili e di più di vantaggi di tipo sociale, relativi alla reputazione, a uno stile di vita sostenibile, ai legami collettivi.

4.Airbnb e Couchsurfing, due servizi che offrono ospitalità in condivisione, mettendo in contatto chi cerca un alloggio con chi ha un extra spazio da affittare, possono essere considerati i due possibili modelli di sviluppo dell’economia della condivisione. In comune i due sistemi hanno il fatto di mettere in contatto diretto produttori e consumatori tramite una piattaforma online, di affidare il controllo della qualità direttamente alle persone coinvolte attraverso un sistema di recensioni basato su meccanismi di reputazione e di offrire un’esperienza che va oltre l’alloggio. D’altra parte la differenza principale è che Airbnb, considerato il modello più riuscito di sharing economy, con 11 milioni di utilizzatori e 600 mila alloggi in 192 paesi, è un servizio a pagamento, mentre couchsurfing è un sistema di ospitalità gratuita, autogestita dai membri della community.

A questi due modelli imprenditoriali corrispondono due diverse idee di città smart. Le spiega meglio di chiunque altro Alberto Cottica nel suo blog. Io le riassumo qui perché penso che scegliere “da che parte stare” e esplicitarlo sia un impegno a cui chi ci amministra non può sottrarsi, perché da questo dipende il futuro della nostra città.

C’è un modello di città smart associato alle grandi imprese, che si fonda sull’idea di usare sensori collegati tra loro per aumentare le informazioni che le città producono, e usare questi dati per riprogettare e migliorare i luoghi in cui viviamo. Al centro di questa visione ci sono tecnologie e interdipendenza, e una vocazione centralista in cui ai cittadini resta il ruolo di consumatori. Il simbolo è la Copenaghen Wheel dell’MIT, un congegno elettronico che trasforma una normale bicicletta in una bicicletta elettrica e che è sempre connesso con l’I-phone, per offrire a chi pedala una serie di informazioni aggiuntive, ad esempio su indicazioni stradali, traffico ed inquinamento.

L’altro modello di città smart è legato alla cultura hacker e all’innovazione sociale. L’idea qui è riprogettare le città per renderle più comode, semplici e sostenibili anche economicamente e le soluzioni possono essere molto diverse: in alcuni casi basate su tecnologie moderne, in altri assolutamente lowtech, come quando si parla di incentivare la mobilità dolce o l’agricoltura urbana. Al centro di questa visione alternativa ci stanno le relazioni sociali, la costruzione di comunità, la consapevolezza che l’ambiente è fragile e le risorse naturali limitate. Il simbolo in questo caso è la ciclofficina e la modalità organizzativa su cui si fonda questo modello è basata su una decentralizzazione spinta, in cui trionfano i gruppi di acquisto solidale, gli orti urbani, i fablab, i coworking e tutte le esperienze di abitare collaborativo.

Soprattutto se si abbraccia la visione community-oriented di città, penso che l’abitare possa essere il motore per sviluppare forme di economia della condivisione, molto potenti in relazione allo sviluppo di capitale sociale, al miglioramento della qualità della vita e della sostenibilità urbana. Il problema è che autogestire le pulizie delle scale, la custodia dei bambini, fare la spesa collettivamente, organizzare una biblioteca degli attrezzi o scambiarsi i vestiti sono tutte pratiche che riducono il Pil o, come direbbe qualcuno che conosco, che “non fanno girare l’economia”. Mentre rifletto su cosa voglia dire crescere e come si dovrebbe misurare il Pil, è però facile dimostrare che il particolare clima sociale che si viene a creare in contesti di abitare collaborativo, ed in particolare l’attitudine degli abitanti a condividere spazi e funzioni comuni, rende possibile avviare con maggiore facilità rispetto a contesti tradizionali, sistemi di mobilità in sharing, esperienze di acquisti collettivi, modelli di scambio di beni e servizi, fino ad arrivare a esperienze più avanzate di autogestione di spazi e servizi normalmente considerati beni pubblici collettivi. E che quindi investire sull’abitare collaborativo è una scommessa che vale la pena di fare.

6.Sicuramente non è semplice fare politiche per qualcosa, come l’abitare collaborativo, che non ha confini definiti, ma è sicuramente impossibile avviare sperimentazioni in un sistema che non ne ha mai sentito parlare. Bisogna pensare azioni per diffondere la conoscenza di cosa vuol dire veramente abitare in modo collaborativo e di quali sono i benefici che la condivisione può portare, favorire l’autogestione e le forme di innovazione sociale che si sviluppano dal basso, così come promuovere soluzioni di abitare collettivo affordable, in luoghi chiave e in contesti facili. Per trasformare le esperienze lontane in prototipi ripetibili localmente.

Nota: grazie agli abitanti di Brodolini22, Casa Netural (anche per l’immagine), I tessitori, Cenni di cambiamento, Ecosol, Hotel Patria Occupato, Casa Bru, le 4corti, ex Telecom, Scarsellini, Numero Zero, Itaca, Borgo Vione, Mutonia e a tutti gli altri di cui parlerò stasera per avermi fatto entrare nelle loro case collaborative.

colonna sonora: Like a Rolling Stone, Bob Dylan 

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disagio_abitativo_MoVenerdì scorso sono stata a Bologna al convegno organizzato dalle cooperative sull’Housing Sociale e Cooperativo, nel quale è stato presentato il report conclusivo di un progetto di ricerca sull’housing sociale e collaborativo curato dal CAIRE di Reggio Emilia.

Da un po’ di tempo, insieme al mio collega Manuel Reverberi, mi occupo di tematiche legate all’abitare e, coincidenza, abbiamo appena chiuso un lavoro a quattro mani su condizione abitativa, fabbisogno di housing sociale e indicazioni di policy per il territorio modenese. Elaborando i dati delle indagini IcesMo, realizzate dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia di cui facciamo parte, abbiamo analizzato l’evoluzione delle condizioni economiche e sociali delle famiglie modenesi (sia a livello provinciale che più specificatamente per il comune di Modena) in base alle loro caratteristiche abitative, evidenziando le tipologie familiari più colpite da forme di disagio riconducibili all’abitare e illustrando alcune proposte costruite su esperienze reali che abbiamo osservato in altri contesti e che, con i dovuti aggiustamenti, potrebbero essere replicate nella nostra provincia per intervenire sul disagio abitativo.

Senza entrare nel merito della ricerca del CAIRE, che è stata distribuita al convegno e che spero verrà resa disponibile online dagli organizzatori nei prossimi giorni, ritengo però che in generale uno dei più grossi vincoli alla realizzazione di efficaci politiche per la casa dipenda dal fatto che troppo spesso, quando si parla di fabbisogni abitativi, lo si faccia per frasi fatte, ripetendo dei mantra antichi e a volte superati, senza supportare le tante parole che vengono spese sull’housing da dati robusti e analisi chiare, indispensabili per costruire interventi solidi e pensati per i contesti locali specifici sui quali si vuole intervenire.

Apro una parentesi per chiarire che a mio parere il valore aggiunto di un economista è supportare il proprio pensiero con analisi quantitative. Ciò non vuol dire però parlare difficile, disegnare grafici e scrivere numeri che la maggioranza delle persone non riesce a capire, ma piuttosto fornire a tutti chiavi il più possibile semplici e chiare con cui interpretare la realtà sempre più complessa nella quale viviamo, utilizzando grafici e tabelle per sbrogliare l’intreccio tra fenomeni sociali e dinamiche economiche davanti al quale ci perdiamo tutti i giorni.

Un economista deve cercare, per quanto possibile, di semplificare e non di complicare, di chiarire e non di confondere, e per farlo deve essere in grado di maneggiare correttamente banche dati misteriose e tecniche statistiche complicate. E oltre a tutto questo, deve essere curioso e capace di ascoltare quello che hanno da dire le persone che vivono i fenomeni raccontati dai numeri. Un economista quindi non può rimanere chiuso nel suo studio, ma deve andare a verificare sul campo le dinamiche evidenziate dai dati, perché presentare esperienze concrete e fornire esempi reali, è uno dei modi migliori di dare robustezza e far capire a tutti i numeri, le tabelle e i grafici che corredano ogni analisi economica.

Detto questo, nell’ottica di fare una critica costruttiva al lavoro che è stato presentato venerdì, vorrei fare tre veloci considerazioni sul report del CAIRE: primo mi sembra manchi un collegamento chiaro tra la parte di analisi e quella delle proposte; secondo la ricostruzione del contesto economico e sociale mi parte approssimativa e in alcuni passaggi confusa; terzo le proposte avanzate in merito alla costruzione di una strategia per l’azione cooperativa piuttosto banali e generiche, quando invece avrebbero potuto essere supportate e rafforzate dall’illustrazione di esperienze concrete realmente realizzate.

In ogni caso, per offrire una base utile a costruire nuove traiettorie di sviluppo degli interventi abitativi, provo a delineare, specificatamente per il territorio in cui vivo, un quadro schematico della condizione abitativa delle famiglie modenesi, utilizzando per l’analisi la banca dati dell’indagine IcesMo, che, se sfruttata per le sue potenzialità, consente anche di confrontare la situazione economica e sociale delle famiglie prima della crisi con quello che è successo dopo la crisi.
Ecco quello che emerge in sintesi:

  • in provincia di Modena un quinto delle famiglie abita in affitto;
  • circa la metà delle famiglie giovani vive in affitto;
  • le tipologie familiari tra le quali l’affitto è più diffuso sono le famiglie monogenitoriali, quelle numerose e i single giovani;
  • mentre tra le famiglie italiane l’abitazione in proprietà è largamente dominante (75,1%), tra quelle straniere a prevalere è l’affitto (64,7%);
  • a parità di numerosità familiare, le famiglie in affitto dispongono di spazi molto più ridotti (77mq) di quelle che vivono in una casa di proprietà (114mq);
  • il reddito delle famiglie in affitto è meno della metà di quello delle famiglie proprietarie (22.558 vs 45.954);
  • questa differenza si è ampliata nel tempo, visto che la caduta generalizzata dai redditi dovuta alla crisi è stata molto più forte per le famiglie in affitto che per quelle in proprietà;
  • l’aumento della povertà che si è avuto nel decennio 2002-2011 è dovuto sostanzialmente al peggioramento delle condizioni economiche di chi vive in affitto: nel 2011 tra chi vive in affitto sono povere due persone su tre;
  • considerando le forme di povertà più gravi, l’83,6% degli individui che ne sono colpiti vivono in affitto; tra chi ha una casa di proprietà questa povertà è praticamente inesistente (1,1%), mentre tra chi vive in affitto arriva al 34%;
  • la povertà grave è più che raddoppiata tra il 2002 e il 2011 per chi vive in affitto, passando dal 16% al 34%;
  • per chi vive in affitto è aumentata molto anche l’intensità di povertà, che misura di quanto in percentuale il reddito dei poveri è inferiore alla linea di povertà: l’intensità è passata dal 28,4% del 2002 ad oltre il 40% nel 2011;
  • in ogni caso l’affitto è un indicatore di disagio abitativo non per tutte le famiglie, ma solo per quelle più povere: per il 20% di famiglie più povere l’incidenza dell’affitto sul reddito raggiunge quasi il 60%, mentre per il quintile di famiglie più ricche si ferma al 16,2%. Questo non dipende dai canoni di locazione, che non sono molto differenziati tra ricchi e poveri, ma dalla forbice amplissima che c’è tra i redditi delle famiglie in affitto ricche e di quelle povere;
  • rispetto a prima della crisi, la situazione è letteralmente degenerata per le famiglie povere che vivono in affitto: per fare un esempio, mentre nel 2002 il primo quintile di famiglie in affitto spendeva mediamente per il canone di locazione il 47,9% del proprio reddito, in soli dieci anni questa percentuale è arrivata al 57,2%;
  • il reddito delle famiglie che vivono in un alloggio ERP è ancora più basso di quello delle famiglie in affitto: per le prime il reddito equivalente è di 10.652 euro a fronte dei 19.040 percepiti in media dalle altre famiglie che vivono in affitto;
  • nonostante questo, concentrando l’attenzione sul 20% delle famiglie in affitto più ricche – il cui reddito familiare equivalente è mediamente di 29.828 € – si può osservare che qui si concentra ben il 13,6% dei nuclei che vivono in alloggi ERP;
  • oltre il 50% di alloggi ERP sono occupati da pensionati;
  • un’altra categoria che sperimenta un forte disagio abitativo e un elevato rischio di povertà sono le famiglie che hanno un mutuo pesante sulla casa, che sono il 14,4% di tutte le famiglie che hanno un mutuo: la rata mensile per loro raggiunge i 1.100 euro, con un’incidenza sul reddito del 46,5%;
  • a Modena città le famiglie che vivono in affitto sono sensibilmente di più che in provincia, e precisamente il 26,4. Questa differenza è dovuta in particolare al peso rivestito dalle famiglie più giovani, che in due casi su tre, se abitano in città, vivono in affitto;
  • anche le famiglie numerose e quelle straniere ricorrono molto più frequentemente all’affitto quando risiedono in città;
  • le famiglie in affitto che abitano nel comune di Modena sono più in difficoltà rispetto a quelle che vivono in provincia, come si può vedere dal fatto che il loro reddito è diminuito di più, che in città sono cresciute molto di più e sono oggi più diffuse le forme di povertà estrema, ed infine che, nonostante un affitto leggermentebasso, il 20% delle famiglie più povere che abitano in città sembrano avere un’incidenza superiore alle loro omologhe che vivono in provincia;
  • per concludere: in provincia di Modena è in disagio abitativo – ossia spende per l’affitto più del 30% del proprio reddito – il 44% delle famiglie. Il disagio a Modena città è ancora più marcato, con un 53% delle famiglie in difficoltà a pagare l’affitto;
  • proponendo un canone calmierato – ossia ribassato del 30% rispetto al canone di mercato e cioè per la provincia di Modena di circa 333 euro e per il comune di 364 euro – uscirebbe dalla condizione di disagio oltre il 50% delle famiglie. Si tratta in provincia di Modena di quasi 12mila famiglie, pari a un quinto di tutte le famiglie in affitto, che oggi non trovano un’offerta abitativa per loro sostenibile e che potrebbero beneficiare di una politica di housing specifica: nel 62% dei casi sono famiglie italiane, in particolare unipersonali e famiglie numerose, per il 51,8% residenti a Modena già prima del 2002 e nella metà dei casi di estrazione operaia;
  • la situazione è particolarmente accentuata a Modena città, dove sono concentrate il 44,6% delle famiglie che uscirebbero dalla condizione di disagio a fronte di un affitto calmierato.

Questa analisi per punti è raccontata meglio in un lavoro più lungo e articolato su “condizione abitativa, fabbisogno di housing sociale e indicazioni di policy per il territorio modenese” che potete leggere qui in bozza.
Il paper è volutamente in bozza in quanto, prima di essere pubblicato, ci piacerebbe discuterne insieme a tutti coloro che hanno voglia di darci il loro parere, soprattutto su quello che manca e che bisognerebbe inserire.

colonna sonora: Cosa succede in città, Vasco Rossi

Note:
  1. I dati presentati sono frutto di elaborazioni sulla banca dati IcesMo, relativa all’indagine sulle condizioni economiche e sociali delle famiglie modenesi realizzata dal Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio Emilia nel 2002, 2006 e 2011. Quando non diversamente specificato viene fotografata la situazione più recente.
  2. Il reddito di cui si parla, quando non diversamente specificato, è il reddito familiare disponibile, ottenuto sommando tutte le entrate monetarie ricevute dalla famiglia: redditi da lavoro, da capitale, pensioni, trasferimenti assistenziali, ecc. Per le famiglie che vivono in proprietà esso comprende anche il reddito figurativo derivante dall’abitazione.
  3. Il concetto di povertà utilizzato nell’analisi è un concetto di povertà relativa: seguendo il criterio adottato dall’Eurostat si considera povero un individuo se il reddito disponibile equivalente della famiglia a cui appartiene è inferiore al 60% della mediana del reddito disponibile equivalente; per catturare le forme più gravi di povertà viene utilizzata la soglia del 40% della mediana del reddito disponibile equivalente.
  4. Alcune elaborazioni sono state effettuate dividendo la popolazione in cinque gruppi – denominati quintili – in base al loro reddito equivalente: nel primo ci saranno il 20% di famiglie con reddito equivalente più basso, mentre nell’ultimo quintile si trova il 20% di famiglie con reddito equivalente più alto.

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il_posto_immagineÈ uscito ieri al cinema Smetto quando voglio, l’ultimo lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, che di mestiere vestono gli attori.
In gergo si dice che fanno le film costume designers, stiliste di costumi per il cinema. In sostanza le sorelle Vecchi leggono la sceneggiatura, dialogano con il regista per giorni interi, facendosi raccontare dove abitano i suoi personaggi, com’è il quartiere dove vivono, in che anni è ambientato il film, che mestiere fa il protagonista, cosa gli piace, il suo passato e anche il suo futuro, ricostruendo a tavolino la psicologia dei personaggi, senza sapere ancora chi sarà a interpretarli. Ascoltano la musica che si immaginano ascolterebbero loro, leggono i libri che evocano l’atmosfera del film, vanno a vedere dal vivo i posti dove verranno girate le scene e poi tornano a casa e iniziano a pensare come vestire gli attori, creando tutte le volte un librone di fotografie, disegni, appunti, che presentano al regista. Se gli piace si parte, Francesca e Roberta si mettono alla ricerca del cappotto vintage, delle scarpe rosa col tacco a spillo, della camicia scozzese di flanella o della felpa Best Company che vedremo al cinema indosso agli attori. Alcune cose le prendono dal loro archivio, di altre si mettono alla ricerca frugando mercati, negozi e magazzini di mezzo mondo, altre ancora le fanno fare alla loro sarta di fiducia. E poi, di nuovo sedute, tra una sigaretta e una tazza di tè, si annotano, scena per scena, quanti sono e quando vanno fatti i cambi di abito, per evitare che il cappello della prima scena sia di un colore diverso da quello di quattro scene dopo. Alla fine di un lavoro immenso, i personaggi sono tutti vestiti dalla testa ai piedi, occhiali e anelli compresi. E si può iniziare a giare il film.
Francesca e Roberta che per entrare in questo mondo hanno semplicemente mandato il curriculum, (come ormai succede solo nei film) le ho incontrate la prima volta un pomeriggio umido e buio al Posto, un antico appartamento nel centro storico di Modena che hanno trasformato nel loro atelier, dove progettano i nuovi film e dove hanno accumulato abiti e accessori provenienti da set cinematografici e teatrali scovati in vent’anni di ricerca tra Europa e Stati Uniti, dai tempi in cui vestivano i cantanti nei videoclip musicali.
Sono entrata in punta di piedi, chiedendo permesso, in una casa dove potresti viverci davvero, con la cucina con i bicchieri sul tavolo e gli spazzolini da denti in bagno, il salone con le finestre grandi, un corridoio stretto e tortuoso, proprio come nelle case vecchie, e anche un bel terrazzino. In ogni stanza, mescolati a oggetti di recupero e pezzi di design, stanno in bellavista file di abiti ordinatamente appesi, scaffali da libreria riempiti con scarpe eleganti di fianco a sneaker colorate, tutte disponibili in un solo numero, mensole con in fila occhiali da sole, anelli e collane attaccate al muro, rotoli di stoffa e posate vintage, pile di cappelli e foulard.
Quel pomeriggio al Posto potevi andare a cercare l’abito da cocktail da sfoggiare a cena, o una cintura di pelle da regalare a tuo padre, una borsa da spiaggia a righe bianche e azzurre o anche un paio di pantaloni di velluto. Io sono tornata a casa con un paio di spille usate in Diaz e la giacca di Radiofreccia. Per non sentirti “fuori posto”, al Posto la prima volta devi andarci introdotto da qualche amico, che ti apra le porte di un ambiente se no troppo privato e intimo, dove puoi comprare abiti usati esposti in una cucina, con sottofondo di “apple cake e rock&roll”, come recitava l’invito diffuso via mail.
Il Posto è uno spazio troppo newyorkese per essere a Modena, che a Modena non ti aspetteresti ma che invece c’è. È uno spazio tanto familiare quanto anticonvenzionale, un punto di incontro tra diverse forme di espressione artistica, con la musica a fare da collante: quella musica sempre accesa quando Francesca e Roberta progettano i costumi, te la ritrovi spesso la sera, quando capita che suoni alla porta qualche musicista loro amico con la chitarra pronta a suonare, o che insieme ci si ritrovi ad ascoltare scricchiolanti vinili e a evocare l’atmosfera dell’epoca in cui quelle canzoni sono nate; o che ancora che la musica diventi il sottofondo per i readings di qualche attore di passaggio tra uno spettacolo teatrale e l’altro. E la serata passi così, tra musica e chiacchiere nel corridoio, con una fetta di salame in mano e un bicchiere di lambrusco nell’altra.
Il Posto è condivisione e contaminazione insieme, è un qualcosa senza confini chiari (muri a parte), sostenuto da alchimie relazionali un po’ magiche, dove si mescolano la dimensione intima della casa con l’atmosfera produttiva tipica degli ambienti di lavoro, la musica con la moda, il gnocco fritto con la Bauhaus. È un luogo privato di giorno, quando Francesca e Roberta progettano i loro costumi, che si trasforma in spazio pubblico la sera, quando apre le sue porte all’improvvisazione artistica e a non artistici spettatori. Il Posto funziona perché alla fine è un appartamento, attira proprio per la sua familiarità, riesce a sviluppare relazioni tra estranei a cui ti viene sempre da dare fiducia, e, come a casa di un amico, lasci tranquillo il portafoglio sul tavolo di cucina senza temere che qualcuno ti porti via i soldi, anche se lì non conosci nessuno. È uno dei superpoteri della sharing economy, che ti spingere a condividere l’auto con uno sconosciuto, o a andare a dormire a casa sua, o a portarti a casa l’abito che ha indossato Margherita Buy nel film Lo spazio bianco, mentre il giradischi suona Kind of blue di Miles Davis e una trentina di sconosciuti lo ascoltano insieme.

colonna sonora: Piccola città, Francesco Guccini 

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IMG_20140104_200520“Vengo anche io a lavolale” ripeteva Giovi mentre Dadi mi è saltato al collo e mi ha abbracciato stretto stretto senza dire niente. Per ultimo è venuto a salutarmi Michi, si è seduto sulle mie gambe, mi ha baciato appassionatamente, poi, con lo sguardo da telenovela sudamericana, mi ha detto “Non ti dimenticare di me, mamma”.

Erano le cinque di ieri pomeriggio e avevo appena annunciato ai Mongi boys che stavo per prendere l’ultima corriera utile per tornarmene da sola a Modena per una trentina di ore.

La scusa ufficiale per giustificare la partenza era fare trovare ai miei ometti una casa accogliente e pulita al loro rientro in città e quindi tutta me stessa, in quel momento di commiato, trasudava casalinghitudine: la mamma si separava da loro con sommo dispiacere e partiva, in corriera, con le valige dell’emigrante, per lavare, stirare, pulire il bagno, fare la spesa e rincalzare i loro lettini.

In realtà avevo soprattutto bisogno di libertà, dopo tredici giorni di montagna con tanta nebbia, in cui ho aspettato più volte che venisse l’ora di andare a letto. Perché quando dentro la casa è piccola e fuori il bosco è buio, ci si calpesta a vicenda anche l’aria.

Entrare in città è stato un po’ come vedere New York per la prima volta, con tutte quelle luci e gente in movimento anche alle otto di sera. Mi sono riempita i polmoni dell’aria pesante e inquinata di via Medaglie d’Oro e mi sono sentita felice. Quando ho aperto la porta, mi è sembrato di entrare in una casa bellissima, il tavolo con i resti della colazione sul tavolo mi ha fatto tenerezza, mi sono sdraiata sul letto, ho chiuso gli occhi e ho respirato profondamente, con le mani incrociate dietro la testa. Non mi sono addormentata solo perché avevo già organizzato una serata mondana, sotto la doccia mi sono stupita dalla morbidezza dello shampoo, guardandomi allo specchio mentre mi asciugavo i capelli mi sono vista bella dopo tanti giorni di indisposizione verso la mia faccia. Stamattina non ho sentito la sveglia, ho fatto colazione con la musica a palla, sono andata a correre e sono tornata con le gambe pesanti e il sorriso sulle labbra, ho salutato il mio benzinaio preferito, ho fatto quattro borse o duecento euro di spesa (a seconda dei punti di vista), mi sono emozionata a entrare al cinema (quanto tempo, cartoni animati a parte!) e ho rispettato la tradizione che davanti al grande schermo non si può non piangere, ho camminato sotto la pioggia e ho cenato con pane e pomodori secchi. Mi sono gustata il silenzio della casa vuota e sono rimasta incantata ad ascoltarlo. Ho anche comprato il biglietto della corriera per tornare a dormire a Sestola, poi ho deciso che lo tengo per un’altra volta e aspetto un passaggio da amici domattina.

Ho pensato se sono una madre snaturata, che se ne scappa dalla famiglia all’improvviso e che allontana la nostalgia a bicchieri di Falanghina e tranci di tonno. E per non pensarci troppo mi son versata un altro sorso di vino.

Nota Bene: oltre a quanto descritto sopra, in queste 36 ore di libertà, a onor del vero, ho anche piegato due montagne di vestiti, tra cui quindici paia di calzini e diciannove mutande, preparato le calze della Befana, steso quattro lavatrici, lavato il pavimento, svuotato il bidone della raccolta differenziata, disfatto l’albero di Natale, riempito il frigorifero e messo in ordine l’armadio dei giochi.

Un grazie speciale al mio husband Luchi che ha capito che avevo bisogno di scappare dalla cattività e mi ha detto, mentre decidevo se partire o no “Tranquilla, ai bambini ci penso io, tu vai”, senza fare domande o avanzare richieste. Volevo dirgli che sono stata davvero bene, solo a letto mi sono ricordata che dormire con qualcuno di fianco è molto meglio.

colonna sonora: Grace Kelly, Mika

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mueggelhof_cohousing_donne_2Ero in traghetto, di ritorno dalle vacanze, quando ho ricevuto una telefonata di un’amica dell’UDI – Unione Donne in Italia – che mi invitava a partecipare ad un incontro/confronto tra donne, per presentare “idee innovative per cambiare il modo di produrre, di consumare, di vivere”. A me chiedevano un contributo sulla mia esperienza legata al cohousing.

Detto che mentre ragionavo su cosa raccontare mi sono assai rattristata per come stavano andando le cose a Modena in materia di cohousing, ho pensato, per l’incontro dell’UDI, di concentrarmi sul rapporto particolare che esiste tra donne e cohousing, riflettendo su quali ricadute possono avere sulla vita quotidiana e sulle opportunità lavorative delle donne quei servizi collaterali all’abitare che caratterizzano i progetti di abitare community-oriented.

 Di seguito gli appunti dei miei cinque minuti di intervento:

  • Quali sono le principali differenze tra uomini e donne rispetto all’uso degli spazi della città? Vienna sono oltre vent’anni che studia come progettare una città per le donne, partendo dall’analisi dei comportamenti, delle abitudini e delle necessità delle donne rispetto alla città. Da questi studi emerge che le donne hanno soprattutto bisogno di una città in cui sia facile, veloce e sicuro muoversi, perché, rispetto agli uomini, che di norma si muovono la mattina per andare al lavoro e la sera per rientrare a casa, le donne durante il giorno compiono molti più spostamenti (per andare a lavorare, accompagnare i bambini a scuola, andare a fare la spesa, passare dal dottore a ritirare una ricetta, portare i bambini in palestra, ecc).

  • Le case per le donne: Vienna è stata anche la prima città che ha promosso interventi abitativi progettati da donne per donne, con l’obiettivo di costruire case che rendessero la vita più facile alle donne, tenuto conto che le donne stanno in casa molto più degli uomini, per occuparsi dei bambini e degli anziani.

  • Una casa per le donne vuol dire una casa progettata insieme ai servizi di welfare spaziale che la circondano: aree verdi sotto casa, dove i bambini possono giocare senza che le mamme si debbano spostare per portarli al parco, asilo comodo, farmacia e medico raggiungibili a piedi, vicinanza alla fermata dell’autobus e buona dotazione di piste ciclabili.

  • Modena è stata eletta la migliore città d’Italia per le mamme che lavorano, sulla base di una classifica redatta dal Corriere della Sera nel 2010. Il primato di Modena dipende sostanzialmente da tre cose:

    • Modena è una città piccola, in cui è facile e veloce spostarsi, anche in bicicletta;

    • Modena ha una rete di asili nido capillare e di alta qualità, frequentata dal 40% dei bambini; questo contribuisce a far sì che Modena sia al secondo posto in Italia per donne che lavorano e sia sedici punti percentuali sopra la media nazionale delle madri che tornano al lavoro dopo il secondo figlio;

    • i nonni sono molto disponibili ad occuparsi dei nipoti, anche se sono sempre di più quelli che lavorano ancora a causa dello spostamento in avanti dell’età pensionabile e quelli che abitano lontano, visto l’elevato tasso di immigrazione.

  • C’è una specifica sensibilità “di genere” al tema dell’abitare comunitario in relazione al lavoro di cura svolto soprattutto dalle donne

  • Inoltre la crisi ha portato ad un ritorno di interesse per le esperienze di cohousing, viste come un possibile correttivo ai tagli del welfare (bambini e anziani) e una soluzione pratica per spendere meno (acquisti comunitari, condivisione di attitudini collaborative rispetto al lavoro di cura, mobilità in sharing, coworking, ecc)

  • Per diventare un’alternativa reale all’abitare tradizionale, il cohousing deve riuscire a coniugare le iniziative promosse dal basso (spesso da donne) con istituzioni attente ai cambiamenti e inclini alla sperimentazione (mosche bianche in un panorama politico fatto nella stragrande maggioranza dei casi da uomini). A Modena la distanza tra questi due mondi è ancora enorme.

colonna sonora: America, Gianna Nannini 

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In fondo a J.S. street, dove sono nata e cresciuta, quando ero già abbastanza grande per giocare in strada e abbastanza piccola per divertirmi a farlo (circa venticinque anni fa), in tarda primavera, al pomeriggio, dopo i compiti, giocavamo a tennis. Con mio fratello attaccavamo un estremo della rete da pesca a strascico del papà al cancello verde del nostro mini condominio e l’altro, con un moschettone, al cancello di fronte, dall’altro lato della strada. E giocavamo a tennis, di qua e di là da quella rete simil professionale, su un campo in puro asfalto di dimensioni quasi regolari, che J.S. street è sempre stata molto più larga della gran parte delle strade senza uscita di Modena.

Mi ricordo partite intense e combattute, urla di vittoria e epiche delusioni, mi ricordo sbucciature sull’asfalto, volée imprendibili e perfetti passanti lungolinea. Mi ricordo una fila di piccole boe arancioni a amplificare il net e impreziosire la rete e quell’odore indelebile di mare che ci girava intorno. Mi ricordo le racchette di legno, le palle sgonfie, l’espressione soddisfatta di mio padre, i nostri pantaloncini cortissimi e la sensazione di essere Gabriela Sabatini a Wimbledon.

Quei pomeriggi non succedeva quasi mai che dovessimo interrompere la partita per smontare al volo la rete e far passare qualcuno: J.S. street, soprattutto verso il fondo, era pochissimo battuta e anche quando avevamo provato a organizzare piccoli mercatini di giochi usati per finanziarci, le nostre entusiastiche aspirazioni commerciali erano state pesantemente frustrate dalla quasi totale assenza di passaggio di potenziali clienti: rari i pedoni, poche le biciclette, ancora meno le moto, mentre in auto passavano solo i residenti.

Adesso le cose sono molto cambiate, le persone sono invecchiate, molti hanno messo su la badante,  i bambini sono molti meno di una volta e quelli che ci sono non giocano più in strada. La strada però è nuova, l’asfalto liscio, sotto ci scorre la banda larga, hanno piantato nuovi alberi, intorno ci hanno costruito delle vere aiuole, di fianco al cassonetto dell’immondizia c’è anche la campana del vetro, il contenitore per la carta, quello per la plastica e il bidoncino dell’organico. Il nostro cancello è ancora lì, lo hanno solo ridipinto di marrone, mentre quello di fronte non c’è più; e non ci sono più neanche le case popolari dove abitavano famiglie chiassose e sciabattanti che assistevano ai nostri match dalla finestra. Al loro posto tanto lussuose quanto anonime villettine in mattoncini faccia a vista, in perfetto stile American Beauty delimitate da cancellini automatici dietro ai quali parcheggiare macchinoni preferibilmente tedeschi.

I pedoni in J.S. street continuano a essere rari, ancora poche le biciclette che decidono di passare di lì per entrare in centro (anche perché attraversare Builders street, all’altezza di J.S. street senza semaforo e strisce pedonali, è ormai diventato una specie di roulette russa), mentre le moto che vi sfrecciano, per evitare un semaforo, sono in grande aumento, e così anche le auto, che in venticinque anni a Modena sono cresciute esponenzialmente.

In J.S. street adesso le auto fanno a gara per parcheggiare, tanto che, in certi orari, c’è la colonna di macchine in fila per un posto, strombazzamenti di automobilisti nervosi, ruote parcheggiate sulle aiuole, auto in doppia fila, sgasamenti di Suv oversize impantanati uno dietro l’altro in J.S. street, strada senza uscita larga per giocare a tennis ma stretta per far manovre con un maxi fuoristrada. Dalla finestra della cucina dei miei genitori guardo queste scene quotidiane e ripenso con struggente nostalgia alle mitiche partite di tennis di quando ero bambina, con la rete da pesca tirata da una parte all’altra della strada.

Mi chiedo se l’apertura del Novi Park (un parcheggio interrato da 1720 posti, aperto 24 ore su 24, a ridosso del centro storico che inaugura domani) e il nuovo modo di parcheggiare in città (che in soldoni vuol dire tante linee blu, anche in J.S. street) cambieranno qualcosa, e i miei figli, che dai nonni, in J.S. street, ci sono quasi tutti i giorni, potranno anche loro giocare a tennis, con quella rete da pesca a strascico tirata da una parte all’altra della strada, senza essere infastiditi da agguerriti cercatori di parcheggio.

Mi chiedo anche – ma lo dico solo tra me e me – se per ridurre le auto in città (e tutto quello che ne consegue, dall’inquinamento al traffico, dal sovrappeso agli incidenti, dai costi economici a quelli ambientali) i 40 milioni di euro spesi (o non incassati, a seconda dei punti di vista) per il Novi Park, potevano essere spesi diversamente. Ma non voglio fare polemica, e quindi me lo chiedo solo tra me e me, mentre continuo a pensare che a Modena, della macchina, si potrebbe proprio fare a meno.

colonna sonora: Bang Bang, Cher

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