Posts Tagged ‘neve’

PicsArt_1365722431342Semplificando, si potrebbe dire che a casa Pitton la mamma nuota e il papà scia. Sempre di acqua si tratta, ma in un caso ghiacciata.
D’inverno lo sci e il nuoto hanno il comune il fatto di essere sport faticosissimi da fare con i bambini, non tanto per l’atto sportivo in sé, quanto per il prima e il dopo, in entrambi i casi complicatissimi e forieri di sudate atomiche.

Della piscina ho già parlato, ricordo solo che solitamente negli spogliatoi delle piscine ci sono temperature tropicali, che l’adulto di turno, per non sciogliersi, deve essere velocissimo a svestire, costumare, ciabattare e cuffiare i suoi piccoli ed esagitati cuccioli, fulmineo nel fare altrettanto per rincorrere i suoi nanerottoli, impazienti di tuffarsi di testa nei cinquanta centimetri del brodo primordiale e pisciolesco della vasca zero-sei, eroico nel riuscire a portarli fuori dopo un tempo indeterminato, con i polpastrelli a strisce, e a infilarli urlanti sotto la doccia, organizzatissimo a rivestirli, previdente nell’avergli rasato i capelli per minimizzare i tempi di asciugatura sotto gli infernali soffioni di aria calda roboanti e sufficientemente allenato per non svenire sotto il peso schiacciante del borsone da piscina, stracolmo di una specie di magma umidiccio fatto di asciugamani spolti e costumi al cloro.

Dello sci sono già stanca prima di iniziare a parlarne. Ma per amore verso il prossimo, provo lo stesso a riassumere le trappole che aspettano qualsiasi genitore incosciente che decide di portare i bambini a sciare, per aiutare a minimizzare i rischi dell’impresa.

Primo ostacolo da superare è la vestizione: da dietro i miei tre esili fanciulli sembrano un incrocio tra l’omino Michelin e un pachiderma, mentre avanzano a rallentatore, con la tipica andatura che ha reso famoso Frankenstein, sulla strada ghiacciata che separa il parcheggio dalle piste. A due anni appena fatti Vangio è letteralmente imprigionato in un intreccio di calzamaglia, pile, guantini, passamontagna, body di lana, calzettoni ascellari, nascosto sotto l’astronautica tutona da sci, impermeabile più ai movimenti che all’acqua. Michi e Dadi, con in testa il casco, la maschera sugli occhi e ai piedi plasticosi e scomodissimi scarponi, sono impegnati a non scivolare, senza riuscire a tenersi per mano, causa l’effetto “zero-capacità-di-movimento-e-nulla-sensibilità-delle-dita” dato dallo spessore pelloso dei guanti da sci e procedono a braccia aperte come se stessero camminando su un filo sospeso a dieci metri da terra.
Luchi, che quando si tratta di sci entra in modalità “monaco buddista che ha raggiunto il nirvana”, senza minimamente lamentarsi e senza mostrare alcun segno di sofferenza, ci fa strada portando sulle spalle i suoi sci, i miei sci, gli sci di Michi, gli sci di Dadi e quelli di legno di Vangio, mentre con la bocca riesce a trasportare un paio di bastoncini (mai parlare di racchette da sci davanti a un vero sciatore, se non volete vederlo sciogliere come la neve al sole) e sulle tempie gli scorrono copiose gocce di sudore.
Io, in fondo al gruppo, con lo sguardo fisso sui miei quattro uomini-transformers mi chiedo sottovoce “perché?”, “chi me lo fa fare”, “cosa ho fatto di male per meritarmi questo”, mentre trascino un bob pieno di scarponi, doposci, bastoncini di tutte le misure, palette e secchielli (Maria Montessori docet anche sulla neve!), toast spiaccicati, albicocche secche e mele ammaccate, consapevolissima che non riuscirò a fare neanche una pista, tra un bambino affamato, uno da addormentare e un “mamma mi scappa la cacca” sempre in agguato.

Arrivati sulla neve, il disorientamento è ancora più forte: altoparlanti sparsi qua e là diffondono musica come fossimo in discoteca, mentre per arrivare alla cassa dello skipass (incredibile ma bisogna anche pagare..), dobbiamo fare lo slalom tra sdrai da spiaggia posizionati a casaccio, dove signore intacchettate fanno la cura del sole e giovani snowbordisti si ingozzano di patatine fritte e coca cola. A terra la neve è piena di cartacce, mozziconi di sigaretta e sci abbandonati, alzando lo sguardo dominano striscioni pubblicitari, intorno il paesaggio è deturpato dai pali di ferro delle seggiovie. La tranquillità e il silenzio che si respirano in montagna sono quanto più lontano dall’immagine di Passo del lupo la domenica mattina alle 11, molto più simile a Riccione a Ferragosto che al paesaggio bucolico a cui ci ha abituato Heidi. Con la differenza che per andare al mare basta il costume.

È importante sottolineare che questa trafila, al mattino sempre molto più semplice che al pomeriggio, quando la stanchezza nelle gambe e la ragione annebbiata dal sonno, rendono il ritorno verso la macchina un pianto ininterrotto, inframmezzato da capricci e perdita per strada di pezzi di equipaggiamento (una volta un guanto di Michi, un’altra la bacchetta destra di Giovi, poi il cappello di Dadi, o una mela ammaccata, o il secchiello di Ben10), l’abbiamo fatta tutti i fine settimana (tranne due) e tutte le vacanze di Natale quest’anno, per un totale di 45 giorni di sci.

Adesso che la stagione sciistica è finita, che la neve si sta sciogliendo anche alla Peschiera, che i miei piedi sono di nuovo asciutti e che ormai il ricordo di quei weekend di paura è lontano, sono contenta che Dadi scii meglio di me, che abbia vinto la sua prima coppa, che vada a scuola orgoglioso con indosso la felpa dello Sci Club Sestola; che Michi faccia i fuoripista nel bosco e sia diventato amico dell’autista del gatto delle nevi; che Vangio il pomeriggio abbia sempre dormito sul bob e che rida felice, con le guanciotte abbronzate, mentre Luchi lo porta in braccio a tutta velocità giù dalla pista.

Sono contenta, ma non vedo l’ora di mettermi in costume..

colonna sonora: Don’t stop me now, Queen 

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Modena è tutta bianca. Ancora bianca e poco grigia, visto che girano poche automobili e lo smog non ha ancora sporcato troppo la neve. Erano anni che non mi ricordavo una nevicata così. Nel 1985, che avevo nove anni, era venuta tantissima neve: mi ricordo che ero andata a giocare in Piazza Grande con i miei fratelli, sopra dei mucchi di neve alti come la Porta dei Principi. Vorrei ritrovare le fotografie. Anche l’anno scorso in questo periodo è nevicato molto, ma non riesco a fare confronti. Ero all’ospedale con Vangio di appena un mese, con un paio di tubi attaccati da una parte al suo corpo e dall’altra a qualche apparecchio respiratorio. Durante le 168 ore che ho passato con il mio piccolo in quella stanza di ospedale, senza poter aprire le finestre e con un raggio di movimento massimo di meno di due metri, ho pensato spesso che l’ospedale mi ricordava troppo i centri commerciali, dandomi lo stesso forte senso di claustrofobia di quando perdo dalla visuale una qualsiasi via d’uscita. (altro…)

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