Posts Tagged ‘papà’

IMG_20150320_154948È martedì sera, il padre torna tardi, la madre e i bambini mangiano prima, da soli. La cena inizia con un battibecco su chi-si-deve-sedere-dove, i bambini gridano, le voci si accavallano, Terzo agita minacciosamente al cielo una forchetta per rimarcare i propri diritti, Primo prova a fare la voce grossa che però non gli esce, la madre cerca di inserirsi nella discussione, propone Ambarabacciciccoccò e similari per dipanare la questione dei posti, sottolinea come nelle ore serali, con una dura giornata alle spalle, tutti sono più stanchi e sarebbe meglio provare a mangiare tranquilli, senza litigare. I tentativi pacificatori non sortiscono gli effetti sperati, la situazione peggiora, il tono di voce cresce, anche la madre alza la voce, forse urla, ma gli animi non si calmano e “il gioco delle sedie” continua in un crescendo preoccupante. In un momento di pausa – giusto il tempo di prendere fiato e caricare i polmoni prima di ricominciare a sparare – nella quiete che tradizionalmente precede la tempesta, Secondo sentenzia: “Ho un’idea: quando il papà non c’è facciamo finta che la mamma è il papà”. Primo e Terzo si guardano perplessi, la madre chiede di riavvolgere il nastro e di risentire la frase, Secondo la ripete pari pari, sicuro che la sua idea sia un metodo infallibile per risolvere la questione. Primo e Terzo incrociano lo sguardo, si girano verso Secondo, la madre aspetta in trepidante attesa, i tre fratelli si stringono la mano, “Sì, va bene, facciamo così” dice Terzo. Primo si rivolge alla madre: “Dove mi devo sedere?” le chiede. La madre è impreparata, Secondo la aiuta “Mamma, stai tranquilla: facciamo finta che sei papà finché papà non torna, puoi dire quello che vuoi che noi lo facciamo senza discutere”. La madre non capisce se deve essere contenta o meno, ma decide di provare, anche perché ha lo stomaco vuoto e non vede l’ora di iniziare a mangiare. Acciglia lo sguardo, rinvigorisce la voce, gonfia il petto e ostentando sicurezza androgina azzarda un “Tu lì, tu là, tu in mezzo”, indicando ogni figlio e poi la rispettiva sedia. Ordinatamente i tre raggiungono i loro posti, nessuna traccia del battibecco infernale che aveva riempito la cucina fino a cinque minuti prima, gli spaghetti al pomodoro scivolano in bocca stranamente lisci, nessuna goccia d’acqua si rovescia sulla tovaglia.
Poi arriva il padre, consueti saluti, qualche bacino, Secondo chiama la madre vicino a lui e le comunica che l’incantesimo è finito: “Adesso che è tornato papà, è di nuovo lui il papà e tu sei la mamma, capito mamma?”.
Per trasparenza aggiungo che la madre in questione sono io e non sono sicura di avere capito bene. Aspettando il prossimo martedì per vedere se il trucco funziona davvero, nel frattempo ho scritto la frase sulla lavagna della cucina, come monito familiare.

colonna sonora: A tratti, CSI 

Read Full Post »

Mongi daddy

IMG-20130326-WA0000Il lunedì è il pomeriggio del papà. Io lavoro fino a tardi e Luk si è organizzato per andare a prendere lui i bambini a scuola: il Mongi mini all’asilo nido, il medium Mongi alla scuola materna e il Mongi maxi alle elementari, in un’infilata magica di cubotti di cemento uno a fianco all’altro. Nel raggio di venti metri ci sono tutte le scuole necessarie alla Mongi family, oltre alla gelateria più grande di Modena, al posto più cool dove mangiare kebab, a un parco smisurato e al farmer market bio del venerdì sera.

Il lunedì pomeriggio è il momento in cui il papà fa il mammo, senza mamma tra i piedi, a dettare le regole del gioco, a suggerire soluzioni, a organizzare il tempo.
Un papà mammo si dimentica la felpa all’asilo, non chiede alle maestre se i bimbi hanno mangiato, non si accorge se hanno il moccolo al naso e non chiede se devono fare la pipì; non si porta dietro la bottiglietta d’acqua e la frutta per merenda; compra gelati oversize e in macchina canta Jovanotti a squarciagola; usa la cravatta per pulire baffi di cioccolata e dissemina la casa di giacche e scarpe di tutte le misure; si addormenta sempre prima dei bambini quando prova a metterli a letto e compra Ringo e Bucaneve a gogò.
Un papà mammo fa i gnocchi di patate insieme ai bimbi, gli insegna a fare la sfoglia, gli disegna tatuaggi improbabili sulle braccia, gli fa vedere come pubblicare le foto su Instagram, legge Internazionale con loro, si commuove mentre guardano abbracciati sul divano il dvd di Alberto Tomba, gli fa ascoltare i Pink Floyd, carica in macchina biciclettine, monopattini e skateboard e li porta alla gobbe; gli fa usare l’IPad, gli mette chili di gel nei capelli e non usa mai l’ombrello.

Quando torno a casa, il lunedì sera, trovo un’armonia magica, una complicità maschia, una spensierata leggerezza e non mi stupisco più di trovarli tutti e quattro, i miei Mongi boys, nella vasca, tra quintali di schiuma, acqua dappertutto e risate chiassose.
Non mi stupisco più ma mi sento fortunata, perché un papà mammo non è mica una cosa che capita tutti i giorni!

19 marzo: festa del papà

Il mio papà è simpatico come gli sport.
Il mio papà è gentile come un parrucchiere.
Il mio papà è forte come un cultoristi.
Il mio papà è furbo come un cane.
Il mio papà è l’amore.

Mongi maxi, prima elementare, quaderno di italiano

colonna sonora: Per te, Jovanotti 

Read Full Post »

“Mamma, mi passeresti il blu chiaro?”

Siamo seduti al tavolo di cucina, io e Davide, a fare un disegno. Pesco con le mani dal suo astuccio zeppo di matite colorate e, mentre gli passo il blu chiaro, dico: “Che belli i tuoi colori, sono colori professionali”.

“Ce li ha papà così professionali?” mi chiede Davide che ha capito che suo padre e il disegno hanno un rapporto serio.

“Sì, papà li ha proprio così”. Lo so che lo sa; quando siamo andati a comprare il necessario per la prima elementare non c’è stato verso, li ha voluti con quelli di papà, i più professionali del negozio, quelli che li vendono solo sfusi, e puoi scegliere la sfumatura che ti piace di più, dopo averli provati tutti, quelli che disegnano morbido, quelli che la punta non si rompe mai, quelli che se ci passi sopra con un pennello diventano acquerelli. Lo sa benissimo Davide che le sue matite colorate sono uguali a quelle di papà, ma Davide chiede sempre conferma, gli piace sentirsi dire quello che si aspetta tu gli dirai, gli piace farti sempre le stesse domande, per avere le stesse rassicuranti risposte.

“Ce li ha così anche quell’uomo francese?”

Non ho la minima idea a chi si riferisca, inarco le sopracciglia in tono interrogativo, gli chiedo qualche indizio con gli occhi.

“Paolo dico, ti ricordi Paolo?” mi fa lui.

Apro i coperchi dei ricordi, cerco di cancellare quello che non c’entra e con la mente sgombra penso ai Paoli della mia vita. Mi viene in mente anche l’apostolo (davvero!) , il bimbo (che non ho mai visto) della tata dell’asilo di Michi, un tal Paolo Pinzuti  che scrive di biciclette e seguo su Twitter, Paola de Paola, la sorella mezza inglese di mia cognata, ma non riesco a risalire a quel Paolo francese che usa matite colorate professionali. Quel Paolo proprio non me lo ricordo. E le mie sopracciglia rimangono interrogative, mentre i miei occhi implorano un ulteriore indizio.

“Dai mamma, quello che fa quei quadri bellissimi..”

Illuminazione folgorante.

“Ah sì, ho capito, vuoi dire Pablo! Quel Pablo Picasso che è ritratto nella fotografia incastrata nello specchio del bagno di cui mi chiedi sempre di raccontarti la storia”.

“Sì mamma, proprio quel Pablo lì volevo dire. Li usa Paolo i colori come i miei?”

colonna sonora: Pablo, Francesco De Gregori 

Read Full Post »