Posts Tagged ‘primavera’

polonio_benvenuto_all_languagesCon la primavera è risbocciato anche Bembo, dopo il letargo invernale in cui sembrava essersi dissolto. Bembo, età variabile e altezza leggendaria, è l’amico invisibile di Michi, comparso un paio di anni fa nella vita della famiglia Pitton e da allora ciclicamente presente. Tra l’altro abita pure vicino a casa nostra, in una grande casa gialla e quando ci passiamo davanti Michi in automatico tira fuori dalla tasca dei pantaloni il suo telefonino immaginario (ne ha anche uno vero, di pietra, design minimal e batteria illimitata, che però per ragioni di peso non si porta sempre appresso) e si immerge in una conversazione ad alta voce fatta di domande e risposte a domande immaginate in sequenza logica, come se avesse sotto il copione di un film d’autore mentre invece sta improvvisando un dialogo da cineasti francesi che ti tengono incollato allo schermo senza che nel film succeda niente, solo con le parole.

Michi è un ammaliatore con la parola, ti coinvolge, è teatrale, empatico, divertente. Quando racconta una storia la faccia gli si fa più allungata, le labbra si stringono, la lingua gli sbatte diversamente sui denti e la “esse” gli esce ipnotica, mentre nei suoi occhi appaiono le scene del racconto e le mani teatrali sembrano davvero dargli forma.

Il parco Amendola era pieno di margherite quando Michi ha ricominciato a parlare di Bembo, con naturalezza, come succedeva prima: una volta all’uscita dall’asilo mi ha detto che una sua compagna gli aveva fatto lo sgambetto e Bembo lo aveva preso tra le braccia senza farlo cadere, un’altra volta mi ha chiesto il cellulare perché il suo era scarico e doveva chiamare Bembo per invitarlo a cena, un’altra volta ancora mi si è avvicinato trascinando i piedi, con le spalle strette, gli occhi bassi e la voce triste per dirmi che Bembo era all’ospedale che aveva preso un’infezione e stava molto male.

L’altra sera, ha preso un libro dallo scaffale rosso, si è seduto a letto tra i suoi fratelli, mi ha detto di accomodarmi di fronte che avrebbe letto lui una storia prima di dormire. Dopo essersi schiarito la voce ha iniziato con il tono fiabesco del “c’era una volta” con cui iniziano tutte le favole che si rispettino, una sequenza di frasi incomprensibili, utilizzando sapientemente le pause tipiche della punteggiatura, comunicando con il tono della voce i momenti più drammatici del racconto e sfogliando ritmicamente le pagine, una ad una, fino alla fine, quando ha chiuso il libro. Dopo una pausa di silenzio lunga come i titoli di coda, Dadi ha detto “Io non ho capito tanto bene, la rileggi?”. E Michi ha risposto “È della Polonia questo libro, il “polonio” me l’ha insegnato Bembo, perché sua sorella Dindi abita là”. Il “polonio” è una lingua strascicante, un misto tra l’inglese e il turco, che suona tipo “uordazzis trovaltrobug mapilotti vis rivedrostorgedew nouist labostori cavalot inch batus valtromis” e che ha una fonetica difficilissima, per la quale, mi sono convinta, sia necessario quel particolare movimento della lingua contro i denti che fa uscire la “esse” ipnotica e la ”u”sottile come una “i”. L’ho dovuto pure portare in biblioteca a cercare un libro in Polonio e lo ha pure voluto leggere ad alta voce alla bibliotecaria che effettivamente mi è sembrata se non del tutto ipnotizzata sicuro evidentemente rincoglionita dalla originale performance.

Stasera, dopo dieci giorni ininterrotti di letture in “polonio”, Michi mi ha detto che aveva stracciato e buttato via tutti i libri della Polonia e al mio piglio interrogativo ha risposto, citando il nostro amico anti-poeta, che “buttare è libertà”.

colonna sonora: Voices, Alice in Chains

 

Read Full Post »

In primavera impazzano i pollini, i germogli e gli ormoni.
Gli ormoni, ancora per qualche anno sono sotto controllo (ma tremo già al pensiero di quando i miei tre paciughini avranno 16, 14 e 12 anni, allora sì che saranno primavere intense!).
I pollini invece non li ferma nessuno, il paesaggio urbano è trasformato, nascosto sotto un mantello di lanugine piumosa, l’aria è invasa di allergeni floreali, Luca starnutisce a ripetizione e Michi ha spesso i suoi pugnetti negli occhi, per sfregarsi via il bruciore.
Anche i germogli non sembrano risentire troppo dell’inquinamento cittadino: dalle patate, dimenticate in una cassetta di legno in balcone, escono germogli ramificati ormai lunghi come il mio avambraccio; nei vasi ancora pieni della terra di due estati fa sono spuntate qua e là reminescenze verdi di radicchi che furono; si iniziano a schiudere le prime uova di zanzara dell’anno.

Il tormentone primaverile non conosce limiti. A casa Pitton, dopo Pappemen, è stata la volta di Batman e Robin (imperdibile la lotta in mare tra i due supereroi e i loro supercattivi avversari Pinguin, Joker e Catwoman a colpi di “beng” e di “bang” sonori e grafici, nella versione originale della serie tv del 1966, che tiene incollati allo schermo anche i miei poco televisivi pargoletti per i quali il fatto che i dialoghi siano in inglese sembra essere un particolare del tutto irrilevante), surclassati, almeno momentaneamente, dal gattobus, quella specie di autobus morbido e peloso dallo sguardo inconfondibile, il sorriso esagerato, la coda folta, una moltiplicazione di zampe, che attraversa velocissimo e invisibile ai più la campagna giapponese in quel piccolo capolavoro di fantasia che è Il mio vicino Totoro.

La primavera è anche la stagione della stanchezza atavica, il periodo di massime vendite di ricostituenti, complessi multivitaminci e pappa reale, tutti rimedi insufficienti se agli effetti narcolettici della primavera ci aggiungi gli effetti notturni dell’essere mamma di tre bambini in età prescolare, soggetti, a rotazione, a incubi terrificanti, ricorrenti intasamenti nasali, mal d’orecchie acuti, pipì di mezzanotte, pruriti ai piedi, freddo al naso, impellenti arsure, tossi metalliche (e fino a poco tempo fa infinite voglie di latte materno). Ho sempre così sonno che mi sento costantemente sotto l’effetto di una specie di droga speciale, capace di farmi vivere in uno strano limbo, magico e faticoso, tra sogno e realtà, mai pienamente sveglia ma mai neanche completamente addormentata, sempre con un occhio – da pesce lesso – mezzo aperto. In questi giorni penso molto a Irughegia, quella specie di simil cohousing per famiglie con bambini piccoli che fa sempre più parte della mia vita reale ma che è ancora solo un sogno. Ogni tanto mi sveglio di colpo con la paura che non si realizzerà mai; altre volte conto i giorni sicura che tra due anni saremo già a viverci; sempre so che è quello che voglio e che quindi, sogno o realtà, bisogna che si avveri.

NB: l’immagine è Giovane albero di Paul Klee (1932) nella libera interpretazione Davide, scuola dell’infanzia Simonazzi, Pasqua 2012.

colonna sonora: Grazing In The Grass, Hugh Masekela

Read Full Post »