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IMG_20150612_101458La scorsa settimana ero a Venezia, alla conferenza nazionale della Società Italiana degli Urbanisti.

Ho partecipato, insieme a qualche altro economista, a un paio di sociologi e a un’antropologa, ai lavori dell’atelier tematico su casa e abitare, dominato da architetti, ingegneri e urbanisti.

Il tema, a mio parere, è molto pop, nel senso che l’essere umano in generale ha una curiosità innata per i luoghi dove vivono i suoi simili, anche perché studiare il modo di abitare di una persona dà informazioni su tantissime caratteristiche di quella persona, che escono dalla casa in sè e invadono la sua vita personale, sociale, lavorativa, condizionano le sue abitudini, preferenze e scelte, allargano la visuale alla famiglia, al quartiere, al paese in cui uno abita.

Il fatto che abitare e vivere in molte situazioni funzionino bene come sinonimi sottende la molteplicità di significati racchiusi dentro la parola casa, evidenziando come la casa sia un contenitore rappresentativo di chi ci vive, ma anche molto più complesso di quello che il modello “cucina-camera da letto-bagno” farebbero pensare.

Per tutte queste dinamiche, parlare di casa e di abitare è sempre interessante, ma anche molto ingarbugliato, sia che si stia sfogliando un catalogo Ikea, sia che si stia discutendo intorno a un tavolo di studiosi e accademici.

Dell’atelier mi porto a casa la varietà dei temi affrontati e la ricchezza dei punti di vista, appuntati a matita sulla cartellina con il programma della conferenza e, quando lo spazio bianco è finito, sul retro della mappa turistica di Venezia.

Riscrivo gli appunti in ordine sparso qui sotto – per ogni questione una parola chiave, un paio di righe di spiegazione e qualche domanda aperta – affidandoli alla rete perché sicuramente l’originale su carta lo perderò in fretta e perché, aprendo un dibattito online, mi interesserebbe conoscere anche cosa hanno scritto sulle loro cartelline bianche i miei compagni di atelier.

Pluralizzazione

Dai paper presentati emerge una pluralizzazione spinta di ogni aspetto dell’abitare, dalle domande alle soluzioni proposte, dagli attori in gioco al modo di concepire il pubblico, dai modelli gestionali alle dimensioni degli interventi e agli spazi considerati.

Questo porta a una visione ipermolecolare della società che rende sempre più difficile dare una lettura unitaria alle pratiche variegate di abitare e coabitare e alle prove di innovazione sociale connesse all’abitare che si moltiplicano anche nel nostro Paese.

Come ricondurre all’unità i fenomeni di pluralizzazione in atto?

Compromesso

Una delle questioni rimaste senza risposta è provare a capire dove si incontrano le esperienze di housing innovativo promosse dal basso con le iniziative top-down gestite dal pubblico. Da un lato infatti c’è il pericolo di imbrigliare nei lacci&lacciuoli delle istituzioni pratiche spontanee, dall’altro c’è l’esigenza di replicare e diffondere sul territorio i modelli più riusciti, che oggi rimangono poco di più che interessanti eccezioni da studiare a fini accademici.

Le innovazioni per potersi diffondere hanno bisogno di essere tradite, ma il tradimento seppur necessario, deve essere audace. Le istituzioni, per loro stessa natura lentissime ad adattarsi ai cambiamenti della società, quando si muovono troppo spesso lo fanno con il freno a mano tirato, e allora tanto vale non muoversi.

Dove far incontrare pratiche di innovazione bottom up e livello istituzionale?

Mancanza

Manca una visione politica strategica sul tema della casa.
Il pubblico ha la responsabilità della regia, anche se non ha i soldi. La casa infatti è una delle aree dove si concentrano e si consolidano le disuguaglianze e dietro la casa c’è un interesse pubblico generale da tutelare.

Come può il pubblico ritornare ad avere un ruolo attivo in tema di politiche per l’abitare? Come difendere le caratteristiche di bene comune dell’abitabilità?

Questione locale

La questione abitativa è un tema locale, che va quindi analizzato e affrontato a livello locale.

Per analizzarlo serve una politica del dato, su cui costruire la base di conoscenza che oggi manca. Per affrontarlo serve una rete di attori locali, con competenze diverse e un forte radicamento sul territorio.

Come scegliere e organizzare le fonti dei dati? Come costruire una filiera dell’abitare locale?

Lessico

Le politiche si fanno anche con le parole. Attenzione al lessico quindi!
Il lessico dell’abitare va costruito insieme agli abitanti, ascoltando innanzitutto i loro bisogni e desideri.

Quali implicazioni ha avuto il passaggio anche terminologico da edilizia residenziale pubblica a edilizia residenziale sociale? E l’ingresso nel lessico pubblico di termini di financial literacy?

Valutazione

Per migliorare le politiche pubbliche bisogna prendere l’abitudine di valutare gli interventi già realizzati. E non ripetere politiche già sperimentate, sperando che questa volta diano risultati diversi.

Come misurare il ritorno dell’investimento dell’abitare? Quale nesso c’è tra coesione sociale e sostenibilità finanziaria?

Interdisciplinarietà

L’integrazione non deve riguardare solo le politiche, ma anche le discipline. L’abitare non è né mio né tuo, è plurale e in quanto tale urbanistica, architettura, sociologia, ingegneria ed economia devono dialogare insieme, mescolando saperi e strumenti.

Come costruire sinergie tra ricercatori? Come innovare i linguaggi?

Abitare e coabitare

Cercando di dare risposta ai bisogni abitativi, bisogna costruire politiche che escano dalla casa e coinvolgano il quartiere, perché il mix sociale non si fa tanto con l’housing sociale quanto con politiche urbane più allargate, capaci di integrare il recupero fisico con meccanismi di coesione sociale.

Come assicurare il diritto delle persone alla qualità della vita quotidiana? Come avviare percorsi che ricostruiscano un senso condiviso di casa come bene pubblico? Fin dove arriva la dimensione reale dell’abitare? Quanto la casa incide sulla creazione di comunità e capitale sociale?

colonna sonora: Guns of Brixton, The Clash 

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Ho mezz’ora.
Ho messo il countdown vibrante nel telefonino.
Ho cronometrato quanto tempo ci metto a raccontare la mia idea di cohousing.
Ho le mani sudate, la voce un po’ roca e i capelli spettinati.
Ho passato una notte in piedi, con il mio nanerottolo più piccolo piangente probabilmente causa mal d’orecchie. (altro…)

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