Posts Tagged ‘sharing economy’

IMG_1924L’Adriatico riempie per oltre 400 chilometri il finestrino del treno che da Bari viaggia verso nord. La potenza del mare più snobbato di tutto il Mediterraneo è tale a guardarlo di qua del vetro che sembra che da un momento all’altro lo possa sfondare, inondando violentemente il vagone.

Sto tornando a Modena dopo tre giorni di sharing school a Matera e non riesco a staccare lo sguardo da tutta quell’acqua. Vorrei invece essere calamitata dallo schermo del computer, per scrivere qualche pensiero volatile che mi gira per la testa, alimentato dalle parole che ho ascoltato nelle ultime ore. Ci provo rubando al mare sprazzi ondosi di attenzione, ne viene fuori un vortice torbido di schiuma, alghe e salsedine che disorienta chi vi si immerge. Niente a che vedere con le acque cristalline del mar di Sardegna, delle coste ioniche o delle isole dell’Egeo, ma ogni tanto per ritrovare la strada bisogna perdersi. Ecco le mie riflessioni ancora umide:

Non un rischio ma una certezza
Il rischio che la sharing economy venga interpretata in chiave Silicon Valley non è più un rischio, ma un dato di fatto. L’orientamento al mercato incarnato in modelli di business costruiti intorno a piattaforme informatiche che consentono di intercettare clienti altrimenti improbabili corrisponde a una lettura individualista della condivisione: la relazione qui è solo un mezzo, viene utilizzata appunto strumentalmente per ottenere maggiori profitti. Ragionare in questi termini porta a dividere e isolare, piuttosto che a condividere e a costruire reti. Più che la collaborazione viene favorita la competizione.

La sharing economy ormai una definizione in Italia ce l’ha
Non si tratta di dare giudizi di valore, perché il punto non è questo. Ma ritengo che continuare a insistere sulla mancanza di una definizione di sharing economy e intanto continuare a raccontare le storie di piattaforme come Airbnb, Blablacar o Gnammo abbia portato il grande pubblico a identificare la prima con le seconde. E questo sicuramente non fa bene allo sviluppo dell’economia della reciprocità, che è tutta un’altra cosa.

L’economia della reciprocità
L’economia della reciprocità è un modo di guardare la realtà, un berillo intellettuale come l’ha definita Zamagni che risponde a logiche di giustizia sociale, è fortemente radicata sui territori, attiva le persone per sviluppare relazioni e progetti comuni. A questo paradigma corrisponde una lettura inclusiva della condivisione, che incentiva la partecipazione e sviluppa modelli innovativi di sviluppo locale; modelli caratterizzati da civic collaboration, orientamento all’interesse generale, open commons, in cui, investendo in relazionalità, la bilancia si sposta dalla condivisione verso la collaborazione. È quello che alla sharing school ci hanno in parte raccontato Christian Iaione, che prova ad applicare alle città il metodo sperimentale sulla gestione dei beni comuni della Ostrom, e Flaviano Zandonai, che insieme a Paolo Venturi ha appena pubblicato un libro sulle imprese ibride: imprese sociali di capitale, cooperative di comunità, startup a vocazione sociale, società benefit che sviluppano modelli di innovazione sociale costruendo community hub intorno ai quali rigenerare valore.
L’economia della reciprocità è un filone di studi economici che affonda le sue radici nella tradizione italiana dell’economia civile, che a partire da Antonio Genovesi, vissuto a Napoli a metà del 1700, ha letto l’intera economia e società come una faccenda di cooperazione e reciprocità. L’idea del mercato come insieme di rapporti di mutua assistenza, dove le relazioni interpersonali sono il fulcro, è ritornata in auge alla fine del secolo scorso, dopo sostanzialmente “duecento anni di solitudine” tra economia e socialità, come ha ben argomentato Luigino Bruni nel suo libro Reciprocità. Dinamiche di cooperazione, economia e società civile.

Questione di rete
Tornando al nocciolo della questione, se il web 2.0 è stata la tecnologia abilitante per sviluppare la sharing economy, mentre questa cresceva, la virtualità della Rete ha contribuito a distruggerne lo spirito originario: i venture capitalists americani in questa storia sono solo gli acceleratori di un processo market-oriented iniziato dentro il Web, regolato dal principio del buying cheap and selling dear che è alla base di molti business model delle imprese simbolo della sharing economy, nel quale dietro alla ricerca del profitto si è perso per strada l’obiettivo di costruire reti reali di persone in carne ed ossa.
Basti pensare al dibattito intorno agli scarsi meccanismi di tutela del lavoro e al rischio di elusione fiscale che accompagna ultimamente la narrazione sulla sharing economy, sintomo di un mercato – per dirla con Zamagni, – incivile, escludente, che acuisce le diseguaglianze invece di combatterle.
Per costruire un mercato civile, in grado di dilatare gli spazi della civitas, bisogna tornare al territorio, attivare le persone che ci vivono, aggiornare il concetto di comunità e riscoprire la “coscienza dei luoghi”, come ci insegna con grande acume Giacomo Becattini nel suo ultimo libro.
Questo non vuol dire demonizzare Internet, anzi: le reti virtuali sono uno strumento chiave per sviluppare un modello di mercato civile, fintanto che rimangono ancorate al territorio; e questo sostanzialmente dipende dagli obiettivi che stanno dietro all’uso del Web.

Sostenibilità vs profittabilità
Nel confronto tra sharing economy e economia della reciprocità rientra anche il tema della sostenibilità: non si può infatti prescindere, in nessuno dei due casi, dal tema delle risorse, anche se anche su questo bisogna fare alcune distinzioni: la value proposition di Airbnb è accrescere la community per aumentare i profitti aziendali, quella dei Briganti del Cerreto accrescere la community per garantirsi la sostenibilità necessaria a generare valore sociale ed economico sul territorio.
È probabile che i venture capitalists, per la loro specifica mission, siano più portati a investire su Airbnb che sui Briganti del Cerreto. Quindi, come trovare le risorse che consentono anche alle imprese dell’economia civile di svilupparsi? La domanda meriterebbe risposte articolate (oltre a competenze molto più strutturate delle mie). Giusto per dare un piccolo contributo, lancio però una suggestione (per alcuni forse una provocazione) su questo punto: io penso che le risorse a favore delle imprese che co-producono valore sociale dovrebbero essere drenate da chi non produce valore sociale, secondo un sistema di tassazione progressiva costruito in base a un gradiente di impatto sociale. È la stessa logica di quei sistemi fiscali che ci ha illustrato Pigou strutturati per far pagare i costi ambientali ai soggetti che li producono, trasformando una quota dell’interesse individuale che determinati comportamenti producono nella tutela di benefici di carattere generale: in termini economici significa tassare che produce esternalità negative e sussidiare chi produce esternalità positive.
Provvedimenti di questo tipo non sono popolari perché si poggiano su una scelta esplicita e radicale di che cosa si vuole sostenere, che mal si adatta con lo spirito di mediazione e compromesso che contraddistingue l’azione politica, ma non per questo non possono essere proposti e sostenuti.

Il concetto di massa critica
Continuando il parallelismo, la massa critica ricercata da Airbnb è funzionale a far crescere il profitto. Per alimentarsi ha bisogno di riforme, con cui aggiustare il sistema vigente alle nuove declinazioni del modello capitalistico: la questione sulle regole sta infatti monopolizzando il dibattito mediatico sulle piattaforme di sharing.
La massa critica che vogliono coinvolgere i Briganti del Cerreto si differenzia per essere composta da persone con un volto e un’identità, e la scelta di strutturarsi in una cooperativa di comunità è emblematica di questo modello. La massa critica qui è funzionale alla creazione di un nuovo modello di convivenza, attraverso il quale avviare una trasformazione culturale della società. Sull’attualità della categoria politica della trasformazione, rispetto a quelle delle riforme e della rivoluzione tradizionalmente utilizzate in Europa per designare il cambiamento, mi rifaccio alle parole del filosofo Roberto Mancini che nel suo libro Trasformare l’economia spiega come “trasformare è diverso sia dal mero riformare un sistema per mantenerlo, sia dal cercare di abbatterlo con la violenza in un’epica giornata”.

Non solo forma
Potrebbe sembrare alla fine di questo ragionamento che la mia sia solo una questione formale, su quali termini sia meglio utilizzare nel dibattito italiano sulla sharing economy. Ma a mio parere la forma in alcuni casi diventa sostanza: nell’era dello storytelling raccontare la sharing economy non è più produttivo per sviluppare ecosistemi collaborativi in grado di produrre valore condiviso. Quindi se si vuole sostenere veramente la collaborazione e generare impatto sociale oltre che valore economico bisogna aggiornare il vocabolario: su cooperazione, mutuo aiuto, economia civile l’Italia può insegnare a parlare anche agli americani, gli inglesismi per una volta lasciamoli da parte.

colonna sonora: Telefonami tra vent’anni, Lucio Dalla (interpretata da Rocco Papaleo, Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio nel film Il nome del figlio)

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CasaNeturalTra qualche ora sarò a parlare di abitare collaborativo e economia della condivisone nello spazio Ovestlab, in via Nicolò Biondo 86 a Modena. Visto che non sono prettamente quello che si potrebbe definire un “gran oratore”, ho pensato di scrivere, per punti, quello che mi piacerebbe riuscire a dire, così, se per caso non si capisse tanto del mio discorso, uno potrebbe sempre andarsi a leggere le note scritte, che per me son cose importanti.

1.Innanzitutto stasera vorrei parlare di abitare collaborativo, chiarendo cos’è e nel frattempo fare vedere diverse esperienze concrete di progetti realizzati. In sostanza su questo punto dirò:

– non parlate(mi) di cohousing,
. perché è un termine troppo rigido per racchiudere tutte le varie esperienze di abitare collaborativo, condiviso, collettivo che stanno nascendo;
. e perché dietro al termine cohousing ci sono tanti pregiudizi, per nulla utili se si vuole diffondere questo modello. Pregiudizi che possono essere ricondotti a due ideologie, implicite nel pensiero di chi si riempie la bocca di cohousing: da un lato l’idea che il cohousing non sia nient’altro che una rivisitazione in chiave moderna delle comunità hippy anni Sessanta, dall’altro invece che vi si nasconda la forma della gated community, la cittadella fortificata dove le persone – generalmente ricche e radical chic – si rinchiudono per costruire la loro comunità chiusa, sorvegliata e protetta da qualsiasi indesiderata incursione esterna;

– filosofeggiamenti a parte, val la pena ricordare che il cohousing in sostanza non è niente di più che un gruppo di case con degli ampi spazi comuni a disposizione di chi ci abita;

– un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo riservato agli abitanti, sia nella progettazione delle case che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive.
Gli abitanti protagonisti richiamano alla mente la critica al “monopolio radicale dell’abitare”, formulata alla fine degli anni Settanta da John Turner, filosofo anarchico inglese che, di fronte al fallimento delle politiche per la casa, è diventato il più eloquente e autorevole difensore dell’abitare autogestito. A differenza del monopolio comune che si accaparra il mercato, il monopolio radicale rende la gente incapace di fare da sé, paralizza la produzione di valori d’uso non commercializzabili, come l’abitare, appropriandosi di quelle caratteristiche generali che fino a quel momento avevano permesso alla gente di cavarsela da sola, obbligano le persone a sostituire i valori d’uso con delle merci. Sulla base della sua idea di monopolio radicale, Turner propone il concetto di housing as a verb, ad indicare come l’abitare debba essere inteso come un processo, derivante dalla relazione tra persone, e non come un prodotto. Da queste riflessioni nasce la seconda legge sull’edilizia abitativa di Turner, secondo la quale “l’abitazione non è ciò che essa è ma ciò che essa fa nella vita delle persone”: in altre parole, ciò che la gente esige non si misura solo in termini di efficienza energetica, disposizione delle finestre, spessore dei muri, ma soprattutto tramite il grado di accessibilità a parenti e amici, alla comodità ai servizi, alla facilità di raggiungere il posto di lavoro, agli spazi di socialità, tutti fattori molto più umani che tecnologici, fondamentali per raggiungere un buon livello di abitabilità;

– per tutti questi motivi l’autogestione e l’autoselezione degli abitanti sono caratteristiche indispensabili per creare contesti di abitare collaborativo,

– che in ogni caso si sostanzia in un diverso diritto ad abitare, “un autre type d’habit, basé sur la participation, la convivialité ed la solidarieté” come si legge sul sito della cooperativa CoDHA di Ginevra, la quale, insieme all’associazione Mill’O ha realizzato, dove meno te lo aspetti, un progetto di abitare collaborativo del quale ci racconta Cristina Bianchetti nel libro Territori della condivisione.

2.Poi vorrei riflettere sul perché ultimamente di abitare collaborativo se ne parla così tanto, e quindi raccontare come:

– la crescita di esperienze di abitare collaborativo è sicuramente legata al boom della condivisione, che si sviluppa, forse più che per ragioni economiche, per combattere l’alienazione dell’uomo moderno, l’”angoscia dell’individualizzazione” di cui ci parlava Bauman, contro la quale le persone cercano di costruire legami sociali e relazioni di prossimità;

– sicuramente il cohousing è visto come un possibile nuovo sistema di protezione con cui fronteggiare le principali trasformazioni sociali in atto: invecchiamento, immigrazione, sfaldamento della famiglia nucleare, precarietà del lavoro, in un contesto di crisi economica e di arretramento del welfare state;

– ma è anche una reazione ai mutamenti sociali causati dal boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta, che ha portato ad una migrazione massiccia verso la città a cui si è risposto con un’edificazione di massa per nulla attenta al benessere della persona, che ha finito per produrre, tra le altre cose, una rissa condominiale ogni 5 minuti, secondo i dati riportati nel libro di Antonio Galdo “L’egoismo è finito”;

– le nuove forme di stare insieme rispondono a logiche pratiche, all’esigenza dettata dalla crisi di fare in tanti perché da soli certe cose non ce le si potrebbe permettere, di mettersi insieme per rispondere a esigenze quotidiane che non trovano risposta nel welfare pubblico, e che le risposte le cercano fuori dal mercato e dalle istituzioni;

– i valori comuni di questo stare insieme sono la solidarietà, la socievolezza e la partecipazione, ma anche l’ecologismo, il consumo responsabile e il riciclo, in una riflessione più generale su “quanto è abbastanza” e sull’“opportunità di fare con poco”, in un mondo in cui le risorse materiali si stanno progressivamente esaurendo.

3.Terzo punto sarà inserire l’abitare collaborativo nel paradigma dell’economia della condivisione, la famosa sharing economy, che tiene insieme cose molto diverse (mobilità, ospitalità, casa, lavoro, ricerca fondi, scambio di idee, ..), tutte caratterizzate dalla disponibilità a mettere in comune beni e servizi in una logica collaborativa .

La tecnologia è il sistema abilitante della condivisione: il web infatti ha permesso di connettere in modo rapido e efficiente persone con altre persone, persone con informazioni, persone con cose e ha trasformato una pratica antica come quella dello scambio in un’industria.

È il trionfo dell’era dell’accesso, in cui usare una cosa è molto più comodo che possederla. E qui, parlando di cohousing, non si può non fare l’esempio del trapano.

Anche riferendosi alla sharing economy si può comunque parlare di consumismo, come tra l’altro risulta evidente guardando la copertina che ha dedicato l’Economist al fenomeno della condivisione. È un’altra forma di consumismo, un consumismo collettivo, che per funzionare ha bisogno di una massa critica di partecipanti e che risponde a logiche di un’economia alternativa, alimentata da un “cuore sociale”: in questo modello contano meno i guadagni quantificabili e di più di vantaggi di tipo sociale, relativi alla reputazione, a uno stile di vita sostenibile, ai legami collettivi.

4.Airbnb e Couchsurfing, due servizi che offrono ospitalità in condivisione, mettendo in contatto chi cerca un alloggio con chi ha un extra spazio da affittare, possono essere considerati i due possibili modelli di sviluppo dell’economia della condivisione. In comune i due sistemi hanno il fatto di mettere in contatto diretto produttori e consumatori tramite una piattaforma online, di affidare il controllo della qualità direttamente alle persone coinvolte attraverso un sistema di recensioni basato su meccanismi di reputazione e di offrire un’esperienza che va oltre l’alloggio. D’altra parte la differenza principale è che Airbnb, considerato il modello più riuscito di sharing economy, con 11 milioni di utilizzatori e 600 mila alloggi in 192 paesi, è un servizio a pagamento, mentre couchsurfing è un sistema di ospitalità gratuita, autogestita dai membri della community.

A questi due modelli imprenditoriali corrispondono due diverse idee di città smart. Le spiega meglio di chiunque altro Alberto Cottica nel suo blog. Io le riassumo qui perché penso che scegliere “da che parte stare” e esplicitarlo sia un impegno a cui chi ci amministra non può sottrarsi, perché da questo dipende il futuro della nostra città.

C’è un modello di città smart associato alle grandi imprese, che si fonda sull’idea di usare sensori collegati tra loro per aumentare le informazioni che le città producono, e usare questi dati per riprogettare e migliorare i luoghi in cui viviamo. Al centro di questa visione ci sono tecnologie e interdipendenza, e una vocazione centralista in cui ai cittadini resta il ruolo di consumatori. Il simbolo è la Copenaghen Wheel dell’MIT, un congegno elettronico che trasforma una normale bicicletta in una bicicletta elettrica e che è sempre connesso con l’I-phone, per offrire a chi pedala una serie di informazioni aggiuntive, ad esempio su indicazioni stradali, traffico ed inquinamento.

L’altro modello di città smart è legato alla cultura hacker e all’innovazione sociale. L’idea qui è riprogettare le città per renderle più comode, semplici e sostenibili anche economicamente e le soluzioni possono essere molto diverse: in alcuni casi basate su tecnologie moderne, in altri assolutamente lowtech, come quando si parla di incentivare la mobilità dolce o l’agricoltura urbana. Al centro di questa visione alternativa ci stanno le relazioni sociali, la costruzione di comunità, la consapevolezza che l’ambiente è fragile e le risorse naturali limitate. Il simbolo in questo caso è la ciclofficina e la modalità organizzativa su cui si fonda questo modello è basata su una decentralizzazione spinta, in cui trionfano i gruppi di acquisto solidale, gli orti urbani, i fablab, i coworking e tutte le esperienze di abitare collaborativo.

Soprattutto se si abbraccia la visione community-oriented di città, penso che l’abitare possa essere il motore per sviluppare forme di economia della condivisione, molto potenti in relazione allo sviluppo di capitale sociale, al miglioramento della qualità della vita e della sostenibilità urbana. Il problema è che autogestire le pulizie delle scale, la custodia dei bambini, fare la spesa collettivamente, organizzare una biblioteca degli attrezzi o scambiarsi i vestiti sono tutte pratiche che riducono il Pil o, come direbbe qualcuno che conosco, che “non fanno girare l’economia”. Mentre rifletto su cosa voglia dire crescere e come si dovrebbe misurare il Pil, è però facile dimostrare che il particolare clima sociale che si viene a creare in contesti di abitare collaborativo, ed in particolare l’attitudine degli abitanti a condividere spazi e funzioni comuni, rende possibile avviare con maggiore facilità rispetto a contesti tradizionali, sistemi di mobilità in sharing, esperienze di acquisti collettivi, modelli di scambio di beni e servizi, fino ad arrivare a esperienze più avanzate di autogestione di spazi e servizi normalmente considerati beni pubblici collettivi. E che quindi investire sull’abitare collaborativo è una scommessa che vale la pena di fare.

6.Sicuramente non è semplice fare politiche per qualcosa, come l’abitare collaborativo, che non ha confini definiti, ma è sicuramente impossibile avviare sperimentazioni in un sistema che non ne ha mai sentito parlare. Bisogna pensare azioni per diffondere la conoscenza di cosa vuol dire veramente abitare in modo collaborativo e di quali sono i benefici che la condivisione può portare, favorire l’autogestione e le forme di innovazione sociale che si sviluppano dal basso, così come promuovere soluzioni di abitare collettivo affordable, in luoghi chiave e in contesti facili. Per trasformare le esperienze lontane in prototipi ripetibili localmente.

Nota: grazie agli abitanti di Brodolini22, Casa Netural (anche per l’immagine), I tessitori, Cenni di cambiamento, Ecosol, Hotel Patria Occupato, Casa Bru, le 4corti, ex Telecom, Scarsellini, Numero Zero, Itaca, Borgo Vione, Mutonia e a tutti gli altri di cui parlerò stasera per avermi fatto entrare nelle loro case collaborative.

colonna sonora: Like a Rolling Stone, Bob Dylan 

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foto_sharing_economy_economistGiovedì pomeriggio sarò a Bologna alla fiera Smart City Exhibition dove sono stata invitata a presentare un contributo sul tema del cohousing e dello sharing, in un incontro dove si parlerà di energia, nuovi makers e abitare collettivo.

Se il tema vi interessa qui trovate il paper che ho scritto per dimostrare che l’abitare collettivo può diventare un potente fluidificante della condivisione e il luogo per eccellenza di sperimentazione di nuove forme di sharing economy. 

Qui le slide che presenterò a Smart City Exhibition.

 

Nota: L’immagine è tratta da un articolo dell’Economist del 9 marzo 2013.

colonna sonora: To Build A Home, Cinematic Orchestra

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Lo scorso 16 novembre, Arundhati Roy, la scrittrice indiana diventata famosa con il romanzo Il dio delle piccole cose, ha parlato a Zuccotti Park. Nel suo bel discorso ha riconosciuto al popolo di Occupy Wall Street di “aver riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé”. Secondo Arundhati Roy, Occupy Wall Street è riuscita a introdurre un nuovo immaginario all’interno del capitalismo, un modello economico obsoleto che deve essere sostituito, in quanto incapace di garantire benessere e giustizia sociale a tutte le persone.
Del fatto che per la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale i postulati dell’economia capitalista vacillino è convinta anche Loretta Napoleoni, secondo la quale l’applicazione di nuovi modelli di consumo basati sullo scambio e la condivisione sta dando vita a movimenti di massa che minacciano di ridisegnare l’economia occidentale. Il sistema capitalista basato sui concetti di merce, possesso esclusivo, accumulazione e consumo sfrenato (alimentato da pubblicità martellanti) non regge più, non solo da un punto di vista di sostenibilità ambientale ma anche da un punto di vista di convenienza economica. (altro…)

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