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exTelecom_prima_dopoIeri sera, mentre raccontavo l’abitare collaborativo, ho parlato anche di quello che ho visto all’ex Telecom di Bologna, un’occupazione dove vivono più di duecento persone, di cui oltre cento minori. Non entro nel merito, visto che del caso specifico ne avevo già raccontato in un post di qualche mese fa. L’occupazione compierebbe un anno tra un mese e mezzo, lo stesso giorno in cui mio figlio D. ne compierà nove. Stamattina presto le forze dell’ordine – duecento mi dicono tra polizia, vigili del fuoco e carabinieri in tenuta anti sommossa – si sono presentate in via Fioravanti per sgomberare tutto.

Ci tengo a sottolineare “tutto”, perché oltre alle famiglie – che hanno occupato perché una casa dove andare non ce l’avevano, dopo aver fatto un percorso forte di parecchie settimane di formazione e accompagnamento sociale insieme al collettivo Social Log che ha organizzato l’occupazione – gli agenti con lo sgombero stanno distruggendo anche un esperimento innovativo di integrazione sociale e di costruzione di comunità, perché all’ex Telecom, come ho detto ieri sera, ho respirato un’aria di condivisione e solidarietà che in pochi degli altri miei viaggi sull’abitare insieme mi è capitato di trovare. Le famiglie dell’ex Telecom stavano riuscendo a costruire una comunità autorganizzata, dove ci si aiuta a vicenda – a sistemarsi l’alloggio così come a guardarsi i bambini -, dove le decisioni si prendono insieme, durante l’assemblea settimanale, dove la condivisione supera le differenze culturali e contamina l’esterno, come quando le famiglie e le scuole del quartiere si sono mobilitate per allestire la ludoteca, che è stata arredata in maniera collaborativa.

Sgomberare vuol dire tagliare i legami che in questi mesi gli abitanti dell’ex Telecom avevano costruito tra loro, ma anche le relazioni di prossimità che sono nate con il quartiere e che hanno avvicinato due mondi che normalmente non si guardano nemmeno: chi una casa ce l’ha che spesso preferisce non vedere chi invece una casa non ce l’ha.

Chi non ha casa oggi in Italia non ha diritto all’acqua, al medico, alla scuola, fondamentalmente non esiste. L’occupazione dell’ex Telecom, tra l’altro proprio di fronte alla nuova sede del Comune di Bologna, ha fatto vedere quello che nessuno vuole vedere, ha ridato un’esistenza a 87 famiglie e ha dimostrato che vivere insieme, anche in condizioni estreme, apre possibilità di collaborazione imprevedibili. In questi mesi dentro questi uffici abbandonati trasformati in abitazioni, si è organizzato il doposcuola per i bambini, pomeriggi in ludoteca, spettacoli di teatro, il corso di cucina, un matrimonio, cene collettive nel cortile, la palestra di pugilato, tornei di bigliardino e battaglie di gavettoni. Qui dentro si è sviluppato un capitale sociale che una città dovrebbe fare di tutto per non disperdere.

Le occupazioni abitative sicuramente servono a far parlare di emergenza abitativa, ma bisogna trovare il modo di capitalizzare il tessuto di relazioni sociali, integrazione e innovazione diffusa che si costruisce in questi contesi. A Roma ci hanno provato un po’ di tempo fa, legittimando l’autorecupero, sviluppatosi a partire da esperienze di occupazioni abitative, che nel 2008, grazie all’impegno dei movimenti di lotta per la casa, è diventato legge. In pratica funziona che l’amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individua immobili dismessi adatti ad interventi di recupero, solitamente vecchie scuole o altri edifici pubblici in cui sono già presenti occupazioni abitative; tramite bando seleziona cooperative di cittadini che si occuperano di ristrutturare gli interni di questi immobili (mentre i lavori strutturali esterni spettano al Pubblico), trasformandoli in abitazioni. Il progetto degli spazi viene definito collettivamente, da tutti i soci che diventeranno i futuri abitanti dell’autorecupero ed è sempre prevista la realizzazione di almeno uno spazio comune, considerato fondamentale per sviluppare forme di condivisione, tanto all’interno dello spazio abitato quanto verso l’esterno.

La proprietà rimane in capo all’ente promotore, mentre gil abitanti pagano una sorta di affitto, secondo i parametri dell’edilizia agevolata, intorno ai 250 euro al mese, almeno cinque volte più basso rispetto ad un affitto di mercato paragonabile. La cooperativa usa questi soldi per pagare il mutuo ventennale con cui si finanzia la ristrutturazione. Estinto il mutuo, le strade sono due: gli abitanti dell’autorecupero contrattano il nuovo canone di affitto con il soggetto proprietario, con la garanzia che non potrà essere più alto della rata di mutuo, oppure c’è anche la possibilità che il Comune o chi per lui ceda la proprietà dell’immobile agli autorecuperanti.

Oggi a Roma vivono in autorecupero circa 250 persone, e due interventi sono ancora in corso. In uno di questi, in una ex scuola in zona Eur in cui verranno ricavati 18 appartamenti più tre spazi comuni per i residenti, due sale polivalenti accessibili a tutti e una palestra, andrà abitare Dario, ingegnere di reti in una grossa società di telecomunicazioni, da sempre dentro i movimenti di lotta per la casa. Adesso vive con la sua compagna e la loro bambina in un contenitore di autorecupero, ossia una soluzione abitativa transitoria, sempre in un ex edificio scolastico occupato da diciannove anni, intanto che finiscono i lavori di ristrutturazione di quella che diventerà la sua casa definitiva. Con lui vivono altre dodici famiglie, tutte in attesa dell’autorecupero, con le quali nel tempo si sono consolidati rapporti molto stretti, in un ambiente di convivialità e forte solidarietà. Oltre ad avere la connessione internet comune, per la quale spendono ciascuno 3 euro al mese, hanno costituito un gruppo di acquisto solidale e risistemato il giardino, che è diventato un punto di riferimento per tutto il quartiere. Organizzano anche pranzi collettivi e laboratori aperti a tutti, si sono autocostruiti un forno dove anche chi non abita lì può andare a cuocere il pane, proprio per stimolare le occasioni di incontro e di collaborazione.

Per gestire le varie attività sono organizzati in comitati di gestione, all’interno dei quali le persone si scambiano periodicamente: c’è chi si occupa delle pulizie degli spazi comuni, chi cura il giardino, chi gestisce la cassa comune per i piccoli lavori di manutezione. E poi c’è la spontaneità e l’informalità dell’abitare insieme, ognuno nella sua casa ma dentro lo stesso edificio, una situazione di prossimità che crea un sentire comune, un capitale relazionale di cui la vita collaborativa di queste famiglie è una dimostrazione lampante.

Anche in Emilia, a mio parere, si dovrebbero avviare strategie urbane di riqualificazione, che puntino sul recupero fisico di immobili degradati insieme all’attivazione di dinamiche collaborative volte alla creazione di un tessuto sociale coeso, partendo proprio dalle situazioni di emergenza abitativa.

Le famiglie dell’ex Telecom sotto questo punto di vista mi sembrano un’occasione da prendere al volo.

Nota: l’immagine è di Social Log e fa vedere il prima e il dopo l’occupazione, nel cortile dell’ex Telecom

colonna sonora: (You Gotta) Fight For Your Right (To Party), Beastie Boys

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IMG_20150722_071704A Bologna fa un caldo africano. Guido con i finestrini completamente abbassati. Ho l’aria condizionata rotta e sulla maglietta la striscia di sudore della cintura di sicurezza.
Arrivo al cancello alle due, il sole si riflette sulle pareti a specchio della nuova sede del Comune, sbatte contro lo specchietto retrovisore e mi arriva dritto negli occhi.
Le sbarre di acciaio verticali del portone si aprono, sale anche la sbarra di sicurezza, un cinquantenne cinese in canottiera e sandali di plastica si alza dalla sedia su cui era seduto e si avvicina allo sportello. “Devo salire da Maria – dico con il cellulare in mano– le ho appena telefonato”. Scuote la testa. Si avvicina un altro cinese, qualche anno più giovane e molto più magro, con un paio di pantaloni color cachi che sembrano quelli che si usano nel deserto, dice qualcosa al compagno in cinese. “Non si può entrare” mi fa con il tipico timbro di voce orientale. “Ho un appuntamento, sono un’amica di Maria, le ho telefonato” insisto, sempre con il cellulare in mano. “Dille di scendere a prenderti, noi non possiamo farti passare” continua. Spengo il motore, chiamo Maria e rimango in macchina ad aspettare che arrivi. Dopo pochi minuti me la vedo davanti, mi fa cenno con la mano di entrare mentre il fumo della sigaretta si disperde nell’aria umida. I cinesi si rimettono a sedere, non mi dicono più niente. Parcheggio in fondo al cortile, uno spiazzo gigante di porfido con qualche aiuola verde su cui si affaccia l’edificio a ferro di cavallo che ospitava il call center della Telecom.
Quando sono stata a Borgo Vione, conosciuta per essere la prima gated community d’Italia, nascosta dietro spessi muri di cinta, protetta da cancelli invalicabili e difesa da un sistema avveniristico di sorveglianza ero riuscita a entrare indisturbata, senza che nessuno mi chiedesse niente (chissà cosa direbbero se lo sapessero i residenti, che a vivere a Borgo Vione ci sono venuti proprio per la garanzia di sicurezza e protezione venduta insieme alle case!). All’ex Telecom invece non sono riuscita a eludere il “posto di blocco” in nessun modo, “merito delle guardie cinesi, se non avessero gli occhi a mandorla diresti che sono tedesche, a giudicare dal loro livello di intransigenza”, mi spiega Luca che è stato uno dei promotori dell’occupazione e adesso qui vive.

Da quando ha chiuso, una decina di anni fa, lo hanno riaperto una volta sola per pochi giorni qualche anno fa, forse quelli del fondo immobiliare tedesco che ha comprato l’edificio, per una convention, e poi a dicembre lo hanno occupato i ragazzi del collettivo Social Log insieme a ottantasette famiglie con più di cento bambini, due terzi dei quali stranieri.
È un’occupazione meticcia quella dell’ex Telecom, partita a inizio dicembre per rispondere a situazioni estreme di emergenza abitativa – ancora oggi più diffuse tra le famiglie straniere, alle quali spesso manca la rete familiare o amicale a cui possono attaccarsi gli italiani in momenti di difficoltà – e che si sta trasformando anche in un esperimento riuscito di integrazione sociale e costruzione di comunità, capace di uscire dai cancelli dell’edificio e di attivare meccanismi di solidarietà di quartiere, come è avvenuto ad esempio per l’allestimento della ludoteca per i bambini, che ha impegnato le famiglie della zona nella raccolta di giocattoli e libri usati, o come accade circa una volta alla settimana quando fa tappa in via Fioravanti 27 un camion del mercato ortofrutticolo di Bologna, che scarica la frutta e la verdura in esubero, dando un aiuto concreto a chi può permettersi a fatica di fare la spesa al supermercato.
Nonostante l’occupazione sia stata organizzata nei dettagli dal collettivo Social Log, che si batte per il diritto alla casa e gestisce in città anche uno sportello antisfratto, all’interno non c’è una struttura gerarchica, ma le decisioni vengono prese in maniera collegiale in assemblea, convocata due volte a settimana nell’ex auditorium del complesso direzionale, ancora allestito come se il cda di Telecom fosse stato ieri. Partecipare all’assemblea è tra le regole che devono essere rispettate da tutti gli occupanti, così come non applicare nessun tipo di discriminazione. Una prova dura per le famiglie patriarcali più tradizionaliste che devono adeguarsi a un modello di convivenza dove diritti e doveri sono ripartiti in maniera uguale tra uomini e donne, sia che si tratti di votare in assemblea che di impegnarsi nei turni di pulizie o in quelli di guardia.
Per evitare visite spiacevoli, in primis da parte delle forze dell’ordine, l’entrata è infatti sempre presidiata da due occupanti che si turnano ogni tre ore, giorno e notte, e controllano gli accessi. Contro gli sgomberi è stato messo a punto anche un piano ad hoc, in base al quale ognuno sa cosa deve fare in caso di emergenza: al suono di un allarme c’è chi si barrica in casa, chi sale sul tetto, chi tira fuori gli striscioni. In ogni caso, seppure chi vive qui è consapevole di essere in una situazione precaria, ma il fatto che il Comune non sia in grado di trovare una sistemazione anche temporanea per le tante famiglie con bambini allontana un po’ il timore di essere cacciati, anche perché il proprietario dello stabile per ora non ha avanzato richieste in tal senso. Anzi, potrebbe pure essere che il fondo immobiliare stia pagando anche le utenze, che gli occupanti non hanno potuto intestarsi per quanto è previsto dal piano casa di Lupi, dove si dice che chi occupa non può avere la residenza, un provvedimento che toglie a persone già in grave difficoltà anche diritti fondamentali quali il diritto alla salute, allo studio, ma anche la possibilità di accedere a una casa popolare o di ricevere una pensione, così come di richiedere gli allacciamenti ad acqua, luce e gas.
Se da un lato il Governo sembra affrontare l’emergenza abitativa confinando le persone che occupano in un limbo sociale da cui è impossibile uscire, Social Log cerca al contrario di restituire loro una vita più o meno normale: innanzitutto trovando una soluzione al problema della casa – molto belli e accoglienti gli spazi abitativi ricavati nei vecchi uffici Telecom, grazie al lavoro di autorecupero realizzato dagli occupanti, in prima linea idraulici, elettricisti e manovali ricchi di competenze ma senza più lavoro che hanno spostato le pareti mobili, riorganizzato gli spazi, ricavato le docce nei bagni (uno per famiglia, esterno all’appartamento) – ma anche ricostruendo un tessuto sociale fatto di relazioni di vicinato, mutuo aiuto, condivisione e rapporti umani: e quindi il doposcuola due volte alla settimana, organizzato da una maestra precaria che vive nell’occupazione, la ludoteca per i bambini, il corso di cucina meticcia, l’allestimento collettivo dei locali dove c’era la mensa per festeggiare un matrimonio tra due occupanti, il cinema all’aperto su un grandissimo lenzuolo appeso fuori dalle finestre del secondo piano, le grigliate in terrazzo, le cene in cortile, la palestra di pugilato al piano interrato, le assemblee periodiche, le marce collettive per il diritto alla casa.

Guai mai però a far passare come tutto facile e bello quello che invece è un contesto abitativo estremo e precario, attenzione a non offuscare dietro alla rete di mutuo aiuto che si è costruita qui dentro le situazioni di emergenza vera vissute da queste famiglie, che richiederebbero soluzioni pubbliche strutturali e non interventi eccezionali di occupazione abusiva. Non si può far finta di non sapere che all’ex Telecom vive ad esempio una coppia italo tunisina che dopo lo sfratto, prima di occupare, ha vissuto con i suoi tre figli piccoli per mesi in tenda nel giardinetto di un’amica, ma anche Mohamed che a Bologna faceva le mortadelle e che quando il suo padrone lo ha licenziato, è andato a abitare nel capanno dei maiali, dove è nato suo figlio, o ancora Luciano, bolognese doc che ha perso il lavoro con la crisi e si è trovato per strada con la famiglia.

Appena scendo dalla macchina dopo aver parcheggiato mi si avvicinano cinque o sei bambini con dei bicchieri in mano, mi chiedono come mi chiamo, che lavoro faccio, se ho dei figli e se voglio fare la battaglia d’acqua con loro. Uno mi racconta che dovrebbe andare in prima media e invece deve ripetere la quinta perché l’anno scorso i suoi genitori erano tornati a vivere in Tunisia e lì lo hanno bocciato perché lui il tunisino non lo parla e l’arabo non lo sa scrivere, visto che è nato e ha sempre abitato in Italia. Un altro mi chiede dove abito, gli dico a Modena, lui mi dice qui, e alza gli occhi indicandomi le tende colorate alle finestre. Mi invita a prendere il tè con la menta a casa sua, “però dopo il tramonto – mi dice – che prima facciamo il Ramadan”. Aveva gli occhi immensamente neri e una maglietta rossa a maniche corte, davanti questa scritta “AN ELEGAN STATE OF MIND”.

colonna sonora: Il battagliero, Tienno Pattacini
PS: Grazie a Glauco per il consiglio musicale.

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