Posts Tagged ‘Spazio del Mutuo Soccorso’

FullSizeRender (1)Durante le mie peregrinazioni in giro per l’Italia per cercare di capire cos’è l’abitare condiviso e che forme assume, mi è capitato di entrare nello Spazio del Mutuo Soccorso, un progetto che nasce come occupazione abitativa di alcune vecchie palazzine abbandonate, di proprietà di un grande gruppo immobiliare nel quartiere San Siro a Milano, e che a distanza di qualche anno è diventato a mio modo di vedere un interessante modello di “condominio produttivo”, nel quale non solo ci abitano un centinaio di persone che prima non avevano casa, ma dove, attraverso l’autorecupero, sono stati attrezzati anche spazi per servizi e attività collettive aperti al quartiere, come ad esempio il gruppo di acquisto solidale popolare (GASP), la palestra popolare autogestita, un negozio basato su scambio e riuso, la ciclofficina, uno spazio tutto dedicato ai bambini e pure l’università popolare.

Come ho scritto dopo aver conosciuto la gente dello Spazio del Mutuo Soccorso, un’esperienza del genere si basa sulla convinzione che sia arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi collettivi, e che invece sia necessario costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita più condivisa, regolata da principi di co-responsabilità, autogestione e mutuo aiuto.

Ho raccolto anche le voci degli abitanti dell’Hotel Patria Occupato (e prima o poi scriverò qualcosa anche su questo), dove vivevano una trentina di studenti universitari che a Palermo non trovavano alloggi a prezzi calmierati e che hanno quindi deciso di occupare insieme un vecchio albergo di lusso del centro storico che dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e tantissimi anni di abbandono era stato acquistato dalla Regione e destinato a studentato, senza che però i lavori di ristrutturazione venissero mai portati a termine.Attraverso un modello ben studiato di autogestione e autotassandosi per allestire gli spazi, gli occupanti sono riusciti ad aprire lo studentato, attrezzando anche diversi spazi comuni aperti all’esterno come sale studio e altri spazi per laboratori, seminari e attività ricreative.
L’obiettivo di questi ragazzi era ridare funzione e valore ad un edificio storico che era diventato per la città il simbolo del degrado e dell’abbandono, rispondendo ad un bisogno reale degli studenti e contemporaneamente facendo pressione sui soggetti competenti per risolvere il problema. E infatti quando l’Università e la Regione hanno riattivato le pratiche per l’apertura dello studentato, sei mesi fa, dopo due anni e mezzo di occupazione, gli studenti occupanti hanno riconsegnato le chiavi all’Ente regionale per il diritto allo studio, disoccupando volontariamente lo stabile. Che però per i “corsi e ricorsi” che troppo spesso caratterizzano l’amministrazione pubblica è oggi di nuovo bloccato, rischiando di ricadere nel vortice del degrado da cui i ragazzi occupanti, insieme a tanti abitanti del quartiere della Kalsa che collaboravano con loro, lo avevano tolto.

Sono stata poi a Roma, a vedere alcuni dei progetti di autorecupero, tutti nati da esperienze di occupazione, “ufficializzate” grazie ad una legge semplice e sulla carta potentissima, che dovrebbe essere “copiata” in tutta Italia e che prevede che l’Amministrazione comunale, per far fronte all’emergenza abitativa, individui immobili pubblici abbandonati adatti ad interventi di recupero, e che poi tramite bando selezioni cooperative di cittadini che si occuperanno di ristrutturare gli interni di questi immobili, trasformandoli in abitazioni e dotandoli di spazi comuni attraverso i quali sviluppare forme di condivisione, tanto tra residenti che con il quartiere.

Ho avuto anche la fortuna di vedere la “potenza” dell’occupazione abitativa dell’ex Telecom a Bologna nello sviluppare una comunità auto organizzata, pratiche di condivisione tra i residenti, relazioni di prossimità e forme di aiuto reciproco con il quartiere. Ma di questo preferisco non parlare, perché la “ferita” di quello sgombero irresponsabile, che ha spezzato molti dei legami fragili e preziosi che erano nati all’interno dell’ex Telecom è ancora aperta. E perché alcune cose le ho già scritte qui e qui, e adesso voglio raccontare un’altra storia.

La retorica di chi giustifica gli sgomberi con il dovere istituzionale di “ripristinare la legalità” rivela dal mio punto di vista un atteggiamento irresponsabile di coloro che avrebbero invece a disposizione molti strumenti istituzionali, più o meno conosciuti, per coltivare i germogli di innovazione che nascono nelle occupazioni e che devono essere protetti e nutriti se si vuole alimentare una “primavera abitativa” con cui provare a rispondere ai crescenti segnali di emergenza sociale.
Il filosofo Roberto Mancini, in una lezione che ha fatto recentemente proprio a Modena, ha parlato di “truffa ideologica mediatica” riferendosi al comportamento di coloro che si appellano al rigore per giustificare interventi iniqui o assecondare poteri forti, facendo passare come superfluo e insostenibile il tentativo – più complesso sì, ma anche più lungimirante e produttivo – di avviare politiche di trasformazione (e non di riforma, sempre riprendendo le parole di Mancini) della società, che propongano un nuovo modello di convivenza basato sulla solidarietà.

Esempi di risposte istituzionali a chi in tutto il mondo rivendica spazi dismessi e terreni abbandonati per realizzare progetti sostenibili di abitare collaborativo ce ne sono diversi, come sottolineano anche Christian Iaione e Sheila Foster nel loro lavoro The City as a Commons: molto conosciuto è il caso del quartiere di Dudley street a Boston , dove i cittadini sono riusciti a farsi assegnare in proprietà collettiva sei ettari di terreni abbandonati pubblici e altrettanti privati sui quali costruire un “villaggio urbano” fatto di case con affitti calmierati, negozi di autoproduzioni, aree verdi e spazi in cui favorire la socializzazione e la costruzione di reti di collaborazione e solidarietà tra gli abitanti; ma i due studiosi raccontano anche molte altre esperienze di trasformazione di spazi dismessi in beni pubblici collettivi, come i community garden, le fattorie urbane, tanti micro progetti di abitare collaborativo, di autogestione di spazi culturali e di organizzazione di servizi collettivi.
In tutte le esperienze riuscite, i soggetti pubblici hanno la funzione di abilitare la gestione dei beni comuni da parte dei cittadini, facilitando la transizione verso modelli di proprietà condivisa che passano dal riconoscimento della “funzione sociale” della proprietà. Questi esperimenti si concretizzano in contesti in cui il Pubblico è consapevole del valore e dell’utilità sociale in termini di capitale relazionale, integrazione, opportunità lavorative, risparmi e stimoli culturali che la cogestione di risorse condivise da parte di gruppi di cittadini può creare per la propria comunità, rispetto a un controllo esclusivo, pubblico o privato, di quelle risorse.
Quando emerge un interesse collettivo a gestire insieme ad altri cittadini risorse condivise è stupido interpretarlo come rivendicazione antagonista, ma bisogna invece valorizzarlo per quello che è, cogliendo le forme di attivismo illuminato che lo animano e che hanno bisogno di un modello di governance policentrico in cui inserirsi.

Anche nel “quadrato” compreso tra via Sant’Eufemia, Carteria e Bonacorsa si sarebbe potuto provare a mettere la proprietà (inutilizzata) a disposizione della comunità, inserendola in un circuito di “produzione sociale”.
E invece ieri l’ex caserma di Sant’Eufemia, la palazzina di via Bonacorsa, la palestra popolare e l’ex deposito carcerario di via Carteria in cui ogni lunedì c’era il mercatino delle autoproduzioni e gli altri giorni veniva usato come ludoteca, palcoscenico per spettacoli di teatro e concerti sono stati sgomberati.
La colpa è grave perché in quel “quadrato” si erano iniziate a muovere parecchie cose, non si partiva da zero, c’erano dei possibili interlocutori: non ascoltare o non saper ascoltare i segnali che arrivano dal territorio (ce ne sarebbe da dire su come quell’area è stata “gestita”!, ma me lo tengo per un’altra volta) è molto preoccupante, se si vogliono innescare processi di rigenerazione urbana che vadano oltre la dimensione edilizia.
In ogni caso la mossa di ieri evidenzia come non si è voluto (o non si è stati capaci) di cogliere l’opportunità di valorizzare “un quadrato ad alto potenziale”.

Adesso che l’umore è sotto le scarpe, l’unica cosa sensata che mi viene in mente, per non disperdere tutto, è di proporre una candidatura collettiva del complesso demaniale dell’ex caserma e degli attigui spazi del vecchio carcere che erano stati occupati, autorecuperati e trasformati in spazi collettivi aperti alla collettività, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dell’iniziativa con la quale il Governo ha stanziato 150milioni di euro per ristrutturare o reinventare luoghi pubblici segnalati dai cittadini, nell’ottica di restituirli alla collettività.

colonna sonora: Unità di produzione, CSI

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BenvenutiArriviamo allo Spazio del Mutuo Soccorso che è già buio, seguiamo un ragazzo che illumina la strada con un faro da cantiere, entriamo nel grande cortile su cui si affacciano quattro vecchie palazzine anni Trenta. Nonostante la poca luce si intravedono muri coperti da grandi opere di street art.
Facciamo un cerchio intorno a Rossella, 26 anni e un forte accento milanese, che ci racconta la storia di questo posto dove l’eleganza dell’architettura della tarda Belle Epoque si è fusa con il degrado esteriore cresciuto dopo l’abbandono dello stabile.
A causa le condizioni pessime degli alloggi e della totale assenza di manutenzione, questo complesso di proprietà di una grande immobiliare si è infatti pian piano svuotato degli abitanti, in un processo che è durato buona parte degli anni Ottanta, come testimonia una copia del Corriere milanese trovata in uno degli appartamenti e datata 1987. Quando due anni fa i ragazzi del vicino centro sociale Cantiere insieme al Comitato Abitanti di San Siro hanno occupato questi spazi, oltre alla copia ingiallita del giornale hanno trovato solo la signora Albertina, l’unica inquilina che era rimasta, che ancora adesso a Natale porta agli occupanti il panettone, nonostante si sia trasferita in un altro posto.

Allo Spazio del Mutuo Soccorso  oggi abitano un centinaio di persone, poco più della metà straniere, di cui venticinque nuclei familiari stabili e altri ospiti temporanei. Questi ultimi sono soprattutto persone in emergenza abitativa, sette nuclei attualmente, alloggiati nella Casa Polmone, una soluzione “di passaggio” che offre accoglienza temporanea ma anche un’opportunità di sensibilizzazione civica data dal coinvolgimento attivo degli ospiti nel modello di autogestione. Oltre a Casa Polmone, altri due appartamenti tipo foresteria sono riservati a volontari e attivisti di fuori Milano che vogliono conoscere meglio lo Spazio e collaborare alle diverse attività che vengono organizzate.

Io sono arrivata qui insieme a un gruppo misto di ricercatori che partecipa al convegno organizzato da Tracce Urbane al Politecnico, che prevedeva anche un tour in autobus tra alcune esperienze milanesi di abitare collettivo, un pomeriggio di “turismo etnografico” come lo ha definito un collega.

Rossella ci racconta la genesi di questa esperienza collettiva che si sviluppa all’interno del movimento di lotta per la casa e rivendica il diritto all’abitare e il diritto alla città di persone che provano a rispondere alla precarietà attraverso pratiche dal basso di solidarietà e di mutuo soccorso. All’occupazione come sistema per sottrarre immobili abbandonati alla logica della speculazione immobiliare, si affianca l’autorecupero, utilizzato per ristrutturare gli appartamenti e gli altri locali aperti alla città, e l’autogestione, il modello organizzativo su cui si regge l’esperienza: queste tre caratteristiche, cementate insieme dalla logica del mutuo soccorso, sono l’ossatura intorno alla quale si sono sviluppate le attività ospitate dallo Spazio di Mutuo Soccorso e che ne fanno, a parer mio, un modello di “condominio produttivo” particolarmente interessante, stimolato dalla capacità di integrare insieme spazi abitativi e spazi per servizi e attività collettive aperte anche a chi vive altrove.

Suddivisi in gruppetti di sei o sette persone, iniziamo la visita guidata agli spazi del Mutuo Soccorso, per capire meglio come si concretizza l’idea di questo condominio produttivo. A noi ci porta in giro Mauro, un giovane zapatista con i lunghi capelli raccolti a coda che gli escono dal capellino della Quechua, che da vent’anni fa militanza politica e che a fine visita tornerà a Sesto San Giovanni dai suoi due bambini. Entriamo nel locale del GASP, il Gruppo di Acquisto Solidale Popolare creato da alcuni residenti del quartiere. Negli scaffali appoggiati alle pareti verdi ci sono cassette da frutta, bottiglie di vino, pacchi di riso. Questi prodotti, come anche i formaggi, la carne, gli ortaggi e molte altre cose che vengono acquistate collettivamente arrivano dalle aziende del Parco Sud di Milano, secondo la logica della filiera corta; per altri, gli agrumi ad esempio, stanno cercando fornitori da fuori, come testimonia la cassa di limoni sul tavolo all’ingresso che gli ha mandato da provare un produttore siciliano. Il principio del Gruppo di Acquisto Solidale è comprare insieme direttamente dal produttore, privilegiando aziende biologiche e locali, con un approccio critico al consumo, che salvaguardi i piccoli agricoltori. L’aggiunta dell’aggettivo “popolare” pone l’accento sulla matrice “proletaria” di questo Gas, che opera con la volontà di offrire prodotti di qualità a un prezzo più basso di quello dei supermercati. Questo per contrastare la deriva “radical chic” che ha investito il pianeta cibo e che rischia di stravolgere l’idea di partenza dei Gas, basata su l’acquisto di cibo sano e prodotto localmente a un prezzo equo, sia per chi lo produce che per chi lo consuma. Il prodotto nei Gas – ci spiega una signora che fa parte del gruppo promotore – non è visto solo come una marce, ma assume significato in quanto capace di attivare uno scambio di relazioni tra le persone che vi partecipano: oltre a benefici alimentari e economici per il singolo, far parte di un Gas produce a livello macro benefici sociali, culturali e ambientali che lo rendono un’attività particolarmente adatta ad essere ospitata dalla Spazio di Mutuo Soccorso.

Una connotazione popolare ce l’ha anche la palestra Hurricane, autogestita come il Gasp, che consente con un contributo di 10 euro al mese, comprensivo di assicurazione, di frequentare i tanti corsi disponibili (tra cui aerobica, danza del ventre, pugilato, muay-thai) tenuti da insegnanti professionisti volontari e di usare gli attrezzi e le macchine, tutte donate gratuitamente da cittadini sensibili. Più di 150 persone frequentano la palestra, mentre sono circa 70 gli iscritti a Unipop, l’università popolare ospitata al terzo piano, dove ha sede una scuola di musica, una scuola di lingue e dove si tengono varie iniziative di autoformazione per gli insegnanti e di approfondimento per tutti gli interessati. Al pubblico più giovane è dedicato lo spazio della Banda dei Pirati, con le pareti macchiate alla Pollock dai bambini, in cui è attivo uno spazio per laboratori, un doposcuola e una sala giochi, presidiati da educatori appassionati e anche in questo caso volontari.

C’è anche la ciclofficina Staffette Partigiane qui al Mutuo Soccorso e un mercatino di scambio C-Rise gestito quasi totalmente dagli abitanti, sulla base di regole molto chiare: all’interno dei locali del mercatino i vestiti, i libri e i giocattoli sono tutti sistemati in ordine, perché il primo comandamento è che bisogna segnare sempre tutto, è importante sapere quante cose arrivano e chi le riceve, per favorire la rotazione di più persone in un meccanismo di comunicazione trasparente. Il secondo comandamento è che cose rotte o inutilizzabili non vengono prese, e infatti la qualità dei prodotti è alta, e anche l’allestimento curato; la sensazione è quella di entrare in un negozio, ma un negozio particolare perché qui non si paga con denaro: il terzo comandamento infatti è che le transazioni si basano sullo scambio di beni, niente soldi ma nemmeno niente regali. Uno dei presupposti di tutta la filosofia dello Spazio del Mutuo Soccorso è proprio la messa in discussione e la modifica dell’agire individuale, in funzione della formazione di una comunità, e anche il mercatino dello scambio risponde a questa logica: le parole scritte sul cartello all’ingresso fanno capire che è arrivato il momento di smetterla di cercare soluzioni individuali a problemi comuni, è necessario invece costruire meccanismi di solidarietà reciproca, che incentivino la collaborazione e oltre a soddisfare un bisogno costruiscano un nuovo modo di relazionarsi agli altri, che va in direzione di una vita insieme.

Come ogni altra comunità, per funzionare, anche lo Spazio del Mutuo Soccorso ha bisogno di regole, così tra i frequentatori dello Spazio di Mutuo soccorso, gli abitanti e chi ci lavora volontariamente vige il “patto di mutuo soccorso”, una sorta di regolamento interno sottoscritto dai partecipanti che prevede una co-responsabilità nell’autogestione degli spazi: dalle pulizie, ai turni di apertura, dall’organizzazione di eventi alle assemblee periodiche, tutti sono chiamati a partecipare e a dare il proprio contributo, sulla base del principio marxista “ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni” che ultimamente ho sentito piacevolmente ripetere più volte.

Oltre agli spazi aperti al pubblico e ai progetti di solidarietà, lo Spazio del Mutuo Soccorso però nasce per rispondere a un bisogno abitativo, e per molte famiglie è per prima cosa una Casa. Nella visita guidata entriamo anche negli appartamenti, tutti davvero belli, a partire dalle porte d’ingresso in stile inglese, colorate di un bel blu. All’interno le stanze grandi e ariose non hanno nulla a che vedere con le dimensioni medie di quelle commercializzate sui giornalini di annunci immobiliari, dove una camera doppia è un buco al confronto. Gli spazi sono curati, l’arredo e i quadri alle pareti non danno assolutamente l’idea di temporaneità. Pur con l’incognita di un possibile sgombero, ogni famiglia si è radicata negli spazi che le sono stati assegnati, lo sguardo degli abitanti verso le loro case è uno sguardo basato sul legame ha fatto notare qualcuno. Ognuno ha investito tempo e denaro nell’autorecupero degli alloggi: qualcuno ha spostato muri, rifatto pavimenti, altri si sono limitati a sistemare quello che non funzionava, a tinteggiare le pareti, a cambiare i rubinetti; tutti hanno messo a norma gli impianti e installato caldaie nuove in appartamenti che prima non avevano neanche il riscaldamento, sostenendo collettivamente le spese per queste opere. Oggi ogni famiglia per abitare qui non paga un affitto, ma, oltre alle bollette, contribuisce per quel che può a una cassa comune per le spese legali e le opere di manutenzione. Il risparmio rispetto ad una locazione sul libero mercato è di oltre il 90% e a questo, ragionando in termini economici, bisogna aggiungere il beneficio per la collettività derivante dall’aver riqualificato uno stabile abbandonato in pessime condizioni, che possiamo stimare in un investimento complessivo di 200mila euro, se valorizziamo anche le ore uomo impiegate nell’autorecupero. Inoltre, il fatto che al Mutuo Soccorso sia stato organizzato un sistema di welfare dal basso, fatto di tutti i servizi di cui ho parlato sopra, fa sì che il risparmio ottenibile qui rispetto ad abitare in un contesto tradizionale sia ancora maggiore: Liat Rogel a proposito dell’abitare collaborativo di Scarsellini l’ha stimato in 1.593 euro all’anno per una famiglia di due adulti e due bambini ; al Mutuo Soccorso, per la maggiore offerta di servizi collettivi, possiamo alzare la cifra di altri mille euro, sempre facendo calcoli prudenziali.

Quindi anche senza tirare in ballo i benefici sociali a livello di abitabilità, qualità dei rapporti di vicinato, rete di solidarietà, educazione civica eccetera eccetera, solo dal risparmio economico si capisce come il condominio-produttivo-autogestito modello Spazio di Mutuo Soccorso abbia delle potenzialità non trascurabili, e per questo debba essere studiato con attenzione. Fondamentale a questo proposito è analizzare bene i punti di forza, come il mix sociale – fatto di famiglie in difficoltà abitativa, di giovani militanti dei movimenti di lotta per la casa, di nuclei stabili e di persone di passaggio – e il mix funzionale – fatto dall’integrazione tra spazi per l’abitare, spazi per il lavoro e spazi per le relazioni – ma anche gli aspetti architettonici, visto che ha un suo peso anche la conformazione fisica del posto: edifici belli, indipendenti ma vicini, affacciati su un grande cortile comune che funziona come la piazza di un paese, nei quali, in ognuno, sono mescolate residenze autonome e spazi aperti alla città. E poi è necessario riflettere anche sulle criticità, in particolare il forte impegno in termini di tempo e disponibilità a collaborare richiesto sia agli abitanti che ai tanti volontari e attivisti, su cui si basa il buon funzionamento del progetto complessivo. Ma d’altra parte Bauman ci insegna che tra libertà e comunità c’è un trade off insanabile, e se si vuole vivere insieme a un po’ di autonomia, controllo e individualismo bisogna saper rinunciare.
In ogni caso, dopo aver visto tante esperienze diverse di abitare condiviso, mi sembra di poter dire che è nelle soluzioni più radicali che si trovano i germogli di innovazione più interessanti e che per coltivare una “primavera abitativa” forse è da qui che bisogna partire.

colonna sonora: El Pueblo Unido, Inti Illimani 

PS: grazie agli amici dello Spazio del Mutuo Soccorso, super efficienti anche a mettere online fotogallery e video interviste della giornata! Il materiale lo trovate tutto qui.

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