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scorcioMarta attraversa la città in bicicletta di notte quando torna dal ristorante africano dove lavora per mantenersi, e in Africa ci tornerà presto, per raccogliere i dati per la sua tesi in antropologia, Rubèn, ciuffo lungo e scarpe da basket, si è trasferito a Torino da Ivrea, dove dove abitava in una comunità-famiglia con i suoi genitori, Alessandro si sta stirando la camicia perché domani ha un colloquio in una comunità di recupero che cerca uno psicologo, Clara si addormenta sul piatto dopo essere rientrata dall’allenamento al trapezio nella scuola di circo che frequenta mentre Francesca, che a Filo Continuo ha trovato anche il fidanzato, mi racconta che la spesa loro la fanno a turni con la cassa comune, cercando di acquistare prodotti a chilometro zero. Diego si è tatuato sul petto la data in cui è entrato in Casa Acmos e mi racconta perché non crede nella famiglia, mentre mischia tre o quattro cucchiai di yogurt greco al sugo di zucchine e pancetta che sta cucinando, Giulia trasuda entusiasmo mentre mi racconta cosa vuol dire essere un coabitante, e le parole le escono rotonde, senza gli spigoli dell’erre che le manca; Furio ha lo sguardo profondo, gli occhiali sottili e uno spirito anarchico che affiora delicato tra una chiacchiera e l’altra, Gaia si presenta con il piglio “da duri” di chi è abituato a sgomitare sotto canestro, ma si scioglie dopo un paio di bicchieri di birra, Ettore è arrivato dalla Liguria tre anni fa con il suo gruppo scout e poi non è più andato via, Isa vive in un affascinante palazzo del centro storico – con più di 200 anni di storia e un grande leccio nel cortile interno – costruito per i tessitori del re e che col tempo si è trasformato in un concentrato esplosivo di disagio sociale, Yassim è un ospite di passaggio, partito da Gaza per cercare di raggiungere suo fratello in Germania, Mika invece spera che gli venga accolta la domanda di asilo e di potersi fermare a Torino, e mentre aspetta va a scuola di italiano da Fabiana e Nicoletta, sul grande tavolo della cucina comune dove abitano i ragazzi di Casa Acmos e quattro rifugiati nigeriani.

Tutti loro, e poi Alessandro, Marco, Lidia, Martina, Daniele, Erica li ho conosciuti in ventiquattro ore super intense a Torino, dove sono stata per provare a capire come funzionano le coabitazioni solidali, ossia esperienze abitative promosse dal pubblico con la partecipazione del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato.

Oggi a Torino le coabitazioni solidali sono sette, gestite da associazioni e cooperative. Io ho visitato le tre di Acmos: ai Tessitori sono andata per il té del pomeriggio, a Filo Continuo ho assaggiato per la prima volta un arrosto di pesce, guardando il sole tramontare dietro le colonne di ferro, monumento di archeologia industriale simbolo del parco Dora, a pranzo invece sono stata a Sorgente, a chiacchierare di occupazioni e di Emidio Clementi. La notte mi hanno ospitato a Casa Acmos, la prima esperienza di coabitazione di Acmos, che nel 2001 aveva attrezzato un appartamento dentro una vecchia fabbrica di pneumatici abbandonata alla periferia nord della città, per consentire a giovani con lavori precari di sperimentare una propria autonomia abitativa, dividendo le spese con altri e promuovendo uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che fa parte dei valori fondanti dell’associazione. Per i più giovani Casa Acmos – un tavolo quadrato attorno al quale si possono sedere anche venticinque persone, una grande cucina attrezzata con mobili di recupero, libreria comune in corridoio e tre camere da letto ricavate in quelli che erano stati gli uffici della Ceat – funziona, l’idea di abitare comunitario piace, per espanderla Acmos ne parla con le istituzioni e trova nel Comune di Torino il partner giusto con cui costruire un progetto sperimentale di coabitazione solidale. Il Comune propone ai ragazzi una sfida impegnativa, il test infatti viene effettuato su un edificio vecchio e degradato con 160 mini appartamenti Erp, diventato negli anni una specie di ghetto in pieno centro storico, un microcosmo di delinquenza e forte disagio sociale: gli appartamenti cadevano letteralmente a pezzi e man mano che chi ci abitava moriva rimanevano vuoti, perchè troppo malmessi. Così dieci di questi, tra i più piccoli e i più distrutti, vengono affidati ad Acmos, che dopo averli risistemati gli metterà dentro altrettanti suoi ragazzi, per provare a stabilire contatti positivi con gli altri abitanti, cercare di ridurre i conflitti interni e il vandalismo dilagante. Isabella, 31 anni, una laurea in filosofia e uno stipendio che non arriva ai mille euro, è da un anno che fa parte della comunità dei Tessitori (il nome con cui sono chiamati i coabitanti di via San Massimo) e nel suo mini appartamento di 30mq, con letto a soppalco e finestre ariose che danno sul grande cortile interno, ci starà un altro anno. All’associazione versa un contributo di 225 euro al mese, che serve a coprire l’affitto e le altre spese condominiali. È la responsabile dei Tessitori, vista la sua lunga esperienza di abitare comunitario: dopo i primi tre anni in Casa Acmos, ha abitato due anni in Cascina Caccia, un bel casolare confiscato alla mafia a mezz’ora dalla città, che ospita un’esperienza mista di coabitazione e produzione agricola, e altri tre anni a Filo Continuo, dove, in una torre popolare di 21 piani, Acmos gestisce due appartamenti: qui i cinque ragazzi che ci vivono, consapevoli che coabitare vuol dire innanzitutto “abitare insieme”, hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Scomodità logistica (scendere tre piani in pigiama per fare colazione non è proprio la norma nelle case italiane!) che ripaga in termini di socialità, coesione e condivisione, sia all’interno del gruppo che nel lavoro di buon vicinato con gli altri inquilini.

Nel 2006, quando i primi Tessitori sono entrati in via San Massimo, hanno iniziato a lavorare sui rapporti di buon vicinato uno a uno perché il contesto era veramente difficile: un saluto per le scale, due chiacchiere in ascensore o l’invito a prendere il caffé insieme sono state le principali attività dei coabitanti per tutto il primo periodo. Col tempo è diventato più normale anche ricevere una risposta al saluto per le scale o sentirsi bussare alla porta per domandare una tazza di zucchero in prestito, così, sulla spinta dell’entusiasmo, i Tessitori hanno attivato il doposcuola per i dieci bambini del palazzo (anche se ci abitano soprattutto persone sole di una certa età), hanno iniziato a organizzare il cineforum nell’atrio, giornate di pulizie collettive, il pranzo di Natale e hanno sperimentato anche delle gite tutti insieme. Agli aperitivi in cortile all’inizio partecipavano in pochi, quasi tutti stavano a guardare quello che succedeva dalla finestra, poi pian piano la diffidenza si è sciolta e adesso ognuno contribuisce portando qualcosa, chi le sedie, chi i tavoli, chi la musica chi da bere o da mangiare.

Oltre a ridurre la conflittualità interna, l’altro grande obiettivo del progetto era lavorare sull’identità del posto, partendo dalla cura e dalla pulizia degli spazi. Ma non è semplice lavorare sulla cura del posto se l’ambiente intorno avrebbe bisogno di seri lavori di manutenzione e se il tema della casa popolare non è per niente di moda nel dibattito super attuale sui beni comuni. Anche in questo caso la strategia dei Tessitori di procedere per piccoli interventi, con cui avvicinare l’ideale abitativo alla situazione reale, qualche risultato però l’ha portato: la posa delle rastrelliere per le biciclette è stato uno degli “eventi” più partecipati, le panchine in cortile sono state accolte da un applauso collettivo da tutte le finestre, e l’idea di trasformare la grande aiuola incolta in un giardino profumato e in un orto di piante commestibili ha visto imbracciare la zappa anche persone che non erano mai scese in cortile.

Come nel caso delle piante, anche l”abitabilità è qualcosa che cresce adagio, che va coltivata con cura e a cui bisogna dedicare tempo e competenze. Oltre all’investimento personale occorre però anche qualcos’altro, indipendente da ogni buona volontà: se i semi vengono piantati nella sabbia da cantiere, ad esempio, è difficile che nasca qualcosa; magari non serve che la terra sia biologica, magari un po’ di sabbia e sassi non fanno niente, ma bisogna mescolarci anche del terriccio più fertile. In via San Massimo il terriccio sono i dieci coabitanti, rispetto ai 160 alloggi troppo pochi per realizzare quel “mix sociale” indispensabile a costruire un’abitabilità riconoscibile come bene comune: da quello che capisco, quando le pietre in un campo sono troppe, qualcuna bisogna spostarla, se in quel terreno si vuole far crescere qualcosa.

Nota: l’immagine è uno scorcio del palazzo di via San Massimo; la fotografia è stata scattata mentre salivo le scale per andare a prendere il tè a casa di Isa. I contenuti del post sono una mia elaborazione personale delle chiacchiere con i coabitanti fatte nei due giorni passati con loro. Grazie a tutti della disponibilità.

colonna sonora: La casa (senza rete), Sergio Endrigo 

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