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cena4Giovanni è il dirigente del Comune di Torino che si occupa di abitare sociale. L’ho incontrato l’altra mattina, insieme a una piccola delegazione emiliano-romagnola interessata a esportare da noi il modello delle coabitazioni solidali.
Arriviamo nel suo ufficio a due passi da piazza Castello alle nove e mezzo, ce ne andiamo che è ora di pranzo. La prima considerazione è sulla quantità di tempo che Giovanni ci ha dedicato, un tempo lungo e denso, non scontato, non dovuto, non usuale.

Giovanni ripercorre con tono appassionato la stagione della rigenerazione urbana, da dove è partita tutta le riflessione sulle politiche per l’abitare che si è sviluppata a Torino a metà degli anni Duemila e che col tempo si è consolidata in una costellazione di interventi che fanno del capoluogo piemontese un modello di intervento pubblico nel campo dell’abitare a livello nazionale. La seconda considerazione è stata sentire Giovanni presentarsi come architetto, per legittimare il fatto di aver lavorato ai vari progetti di riqualificazione urbana, ma subito dopo, con una manovra brusca, distaccarsi da quel background tecnico da cui anche lui proviene, per sottolineare come uno dei limiti delle politiche per l’abitare in Italia sia che sono troppo solo in mano ad architetti.

Sul concetto di distacco Giovanni è tornato quando ha spiegato la differenza che per lui c’è tra abitare sociale – quello che stanno provando a fare a Torino – e social housing, termine esploso con l’entrata in scena dei Fondi Immobiliari finanziati da Cassa Depositi e Prestiti che per Giovanni mi pare sia un sistema troppo lontano dagli abitanti per produrre oltre che case anche abitabilità.

Nel caso dell’abitare sociale la radice è quella della rigenerazione urbana, rispetto alla quale le esperienze più innovative avviate a Torino scontano una evidente dipendenza costitutiva. Conclusi i programmi pubblici di riqualificazione urbana, i quartieri popolari dove si era intervenuto anche in modo massiccio, investendo tante risorse, correvano il rischio di essere abbandonati. Per limitare il rischio si è intrapresa la strada dell’abitare sociale, con l’obiettivo di affiancare alla riqualificazione la rigenerazione. Infatti dopo essere intervenuti bene sul contesto fisico – gli edifici, le aree verdi, le strade – adesso bisognava intervenire sul software: gli abitanti.

Il passaggio dalle politiche per la casa alle politiche per l’abitare segna il modello di intervento scelto da Torino: la casa diventa un involucro tanto necessario quanto non sufficiente a innescare un processo virtuoso di rigenerazione urbana, che dipende anche da interventi più immateriali di accompagnamento sociale, creazione di comunità, reti di solidarietà, sostegno a sperimentazioni dal basso. Giovanni qui prende in prestito dalla matematica il linguaggio delle proporzioni per dire che l’abitare sociale sta alla rigenerazione urbana come la regola sta all’esperimento. La terza considerazione è stata scoprire che l’abitare sociale a Torino è diventato una regola, cresciuta sulla sperimentazione, importante ma conclusa, della rigenerazione urbana. Un passo avanti non da poco, rispetto alla stagnazione in cui versano tanti Progetti di Riqualificazione Urbana in Italia, in cui, in uno skyline di edifici ben tinteggiati, panchine pulite, altalene aggiustate, ci si è dimenticati delle persone che in quegli edifici abitano, che su quelle panchine si siedono e che su quelle altalene spingono i propri figli.

Questa idea mutuata all’esperienza della rigenerazione urbana, per cui il problema della casa viene superato dal tema dell’abitare è il primo principio alla base del modello torinese di abitare sociale. Da questa consapevolezza nasce la necessità di occuparsi in maniera coordinata non solo della casa intesa come involucro energicamente performante, ma anche degli altri pezzi dell’abitare: gli abitanti, le relazioni, la coesione sociale, il mutuo aiuto, le attività comuni, i servizi e tutto quello che intorno alla casa può crescere, e che in gran parte dipende dalla capacità di creare mix sociale e funzionale. Il secondo principio è che le politiche abitative devono riuscire a essere sostenibili anche economicamente: la domanda dalla quale Giovanni e i suoi colleghi sono partiti ragionando di abitare sociale era se il mercato potesse produrre azioni sociali di un certo rilievo. Nonostante l’incredulità dei massimi esperti della London School of Economics, Giovanni ci tiene a sottolineare che a Torino sono riusciti a rispondere in maniera affermativa. Hanno messo in discussione l’assunto del gotha economico d’oltremanica secondo cui “il mercato lo fa il mercato e il sociale lo fa il pubblico”, dimostrando che a volte il sociale lo può fare anche il mercato, come dimostra il modello delle coabitazioni solidali. Le coabitazioni solidali sono esperienze abitative promosse dal pubblico con il sostegno del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato – insegnano. In queste esperienze, che ho raccontato in due post di inizio autunno (qui la prima puntata e qui la seconda), come in tutte le altre azioni di abitare sociale promosse dal Comune di Torino, alla base ci sono sempre le due idee di Giovanni, strettamente interdipendenti l’una dall’altra: occuparsi non solo di case, ma ancor prima di chi in quelle case ci abita, promuovendo mix sociale e funzionale, e farlo in un quadro di sostenibilità economica. La quarta considerazione è che Torino si distingue nel panorama italiano dagli altri Comuni per avere scelto di governare in prima persona il tema della casa, strutturando un ventaglio di politiche abitative articolate, il cui coordinamento rimane saldamente in mano pubblica. Un ventaglio che Giovanni ha chiamato “costellazione di soluzioni” perché l’altra consapoveolzza che ha sempre avuto la città è che non c’è una soluzione unica per tutti i problemi abitativi: i problemi sono molti e di conseguenza molte devono essere le soluzioni proposte, ognuna pensata per rispondere a un micro problema.

La quinta considerazione è che a Torino il tema dell’abitare sociale è stato affrontato in maniera fluida, all’interno di un processo lungo, non programmato rigidamente, ma frutto di una consapevolezza che è cresciuta con l’esperienza, adottando una strategia che in gergo scientifico si chiama “trial and error” e che in sostanza vuol dire procedere per tentativi, ammettere l’errore e imparare sbagliando. Diversamente da quanto succede normalmente nelle istituzioni pubbliche dove non si fa niente per paura di essere accusati di aver fatto la cosa sbagliata, Torino non ha avuto troppa paura e ha messo in piedi una politica abitativa “under construction”, aggiustando di volta in volta il tiro per avvicinarsi sempre di più all’obiettivo, nella consapevolezza che l’obiettivo non lo si raggiungerà mai. Ma d’altronde – dice Giovanni – “l’utopia non serve per arrivarci, ma per indicare la strada da prendere”.

Forse gli obiettivi saranno utopici, ma è reale la transizione verso un mondo in cui il possesso lascia sempre più spazio all’accesso, con tutte le implicazioni legate alla condivisione e alla temporaneità che l’accesso si porta dietro quando si parla di casa. Transizione che Torino ha metabolizzato dai primi anni Duemila, quando ha iniziato a investire sull’agenzia sociale per la locazione Lo.C.A.R.e, per poi iniziare a pensare modelli legati alla temporaneità, con cui affrontare meglio i cambiamenti demografici, sociali e lavorativi in atto: nascono in quel periodo le idee di albergo sociale, delle residenze temporanee, del condominio solidale, delle residenze collettive sociali che si sono concretizzate negli anni successivi e di cui Sharing, Luoghi Comuni, A casa di zia Jessy, Housing Giulia e le coabitazioni solidali sono alcuni esempi.

Sono tutti modelli caratterizzati dall’essere governati dal pubblico, con l’indispensabile collaborazione del privato sociale e un’attenzione centrale per la gestione sociale, considerata l’enzima necessario per far funzionare tutte le esperienze di abitare temporaneo. L’esperienza insegna che questi esperimenti funzionano ancora meglio nei casi in cui è disponibile una cucina comune o comunque quando vengono organizzati momenti di convivialità legati al cibo, perché “mangiare insieme fa comunità anche nel terzo millennio”. La sesta considerazione è che tante volte non bisogna sforzarsi di inventare niente di nuovo, ma si tratta di riproporre strumenti semplici e conosciuti, banali come mangiare un piatto di pasta insieme.

Se assumiamo, come nel caso del mangiare insieme, che la vicinanza fisica stimoli anche la vicinanza relazionale, tentare di riprodurre questa condizione è molto più facile in contesti omogenei – con tutti i rischi di produrre comunità chiuse – piuttosto che cercare di promuovere interventi abitativi basati sulla mixité. A Torino, città che alle sfide si è dovuta abituare per forza, ci hanno provato a realizzarla questa fantomatica mixité., cercando anche il modo di renderla stabile. E per farlo hanno puntato sulla qualità dell’abitare: hanno cercato di rendere sia l’hardware – fatto di mattoni – che il software – fatto di relazioni – di così buona qualità da essere gradito anche a chi paga. Dopo aver costruito qualità, trovare l’equilibrio giusto tra chi paga di più e chi paga meno è il secondo passaggio per far quadrare i conti dei piani finanziari e consentire a tutto il sistema di sostenersi. Perché il software relazionale funzioni è però indispensabile investire su accompagnamento e gestione sociale: come l’olio e l’acqua non appena smetti di sbatterli si separano, Giovanni ci spiega che la stessa cosa succede agli abitanti di contesti basati sulla mixité, se non li sbatti l’uno con l’altro con un percorso di accompagnamento sociale gestito dall’interno.

A questo proposito, a mio parere, il vero vantaggio competitivo delle coabitazioni solidali rispetto a molti altri interventi di social housing è che la gestione sociale è affidata a persone che nei contesti di edilizia popolare in cui intervengono ci abitano anche, ed è tutta un’altra cosa. Vuol dire essere tutti sulla stessa barca, costruire rapporti tra pari e innescare condizionamenti positivi più potenti, ma certe cose bisogna vederle dal vivo per crederci.

Mentre ci racconta di come funzionano concretamente le coabitazioni solidali, questo dirigente pubblico che si autodefinisce “il teorico del bicchiere mezzo pieno” ci introduce al suo sogno di costruire un “ordine nuovo” dove ognuno abbia secondo le sue necessità e contribuisca secondo le sue possibilità”. L’ultima considerazione è che sentire oggi un dirigente pubblico citare Gramsci è un’esperienza piuttosto rara. Non scontata, non dovuta, non usuale. Proprio come il tempo che ci ha dedicato Giovanni.

colonna sonora: Stagioni, Francesco Guccini 

Nota: la foto è stata scattata in una delle cene collettive organizzate dai coabitanti di via San Massimo. Grazie a Isabella per essere così naturalmente disponibile. E in bocca al lupo agli amici di Sant’Arcangelo di Romagna e di Vignola che sono venuti a vedere da vicino le coabitazioni solidali torinesi. Domani chissà che qualcun altro vada a vedere le loro..

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livingCasaAcmosIl villaggio media, costruito per i giornalisti venuti da tutto il mondo per le Olimpiadi invernali del 2006, sorge su una storica zona industriale nella prima periferia di Torino, dove nel passato produttivo della città c’erano gli stabilimenti della Michelin, della Ingest e della Vitali.
Finiti i giochi olimpici invernali i giornalisti sono tornati ognuno a casa propria e i loro alloggi sono stati trasformati in case popolari.
Si tratta di un’infilata di palazzoni – i più alti sono torri di 21 piani – atterrati sulle macerie delle fabbriche, circondati da rotonde e centri commerciali, dove nel 2007 sono arrivate più di 500 famiglie, molte con bambini, ma anche diverse coppie di anziani.
Spina 3 è un quartiere che prima delle Olimpiadi non esisteva e che oggi fa fatica a costruirsi una sua identità, nonostante il campanile-ciminiera e il cristo pixelato sulla pala d’altare della chiesa firmata Botta gli abbiano dato una certa eco mediatica. Così come lo skyline del parco Dora, inconfondibile per i pilastri delle antiche ferriere della Fiat che si allungano verso il cielo come grandi alberi ossuti di un mondo androide, anch’esso entrato tra le mete turistiche dell’altra Torino. La maggior parte dei visitatori comunque continua a venire in queste zone solo per fare acquisti e approfittare delle offerte imperdibili con cui si danno battaglia i vari supermercati.

In una delle torri di corso Mortara, tra le 90 famiglie che qui ci vivono, ci sono anche i due appartamenti di Filo Continuo, la coabitazione solidale che Acmos ha avviato nel 2008, mettendo cinque ragazzi a vivere insieme, dando loro l’opportunità di guadagnarsi un’autonomia abitativa a prezzo scontato – 100 euro al mese per le spese della casa più 80 di cassa comune per internet e cibo, nel caso di Filo Continuo – in cambio di dieci ore a settimana di lavoro volontario di accompagnamento sociale con gli altri abitanti. Per spingere sul concetto di “abitare insieme” in un palazzo fatto di ventuno piani di tradizionalissimi appartamenti modello “one house, one family”, i ragazzi di Acmos hanno pensato di rivoluzionare la distribuzione degli spazi, suddividendo gli ambienti tra i due appartamenti, separati da tre piani di scale, come se in realtà l’appartamento fosse uno solo: e così hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Una scelta non proprio ordinaria, che costringe a una migrazione quotidiana i coabitanti, che devono scendere tre piani in pigiama per fare colazione e salirne altri tre per andare a fare la lavatrice o collegarsi a internet, sotto gli occhi stupiti degli altri inquilini.

D’altra parte la condivisione non è una scelta facile (seppure nella maggior parte dei casi consapevole e voluta) e per funzionare in termini di attivazione di meccanismi di socialità e mutuo aiuto, ha bisogno di un “design degli spazi” pensato per facilitare gli incontri e stimolare i rapporti personali. Essere obbligati a uscire di casa per farsi da mangiare è sicuramente un sistema efficace (anche se con poche prospettive di diffusione), ma esistono anche scelte progettuali più soft per stimolare gli incontri, come ad esempio prevedere scaffali di book-crossing lungo le scale comuni, come fanno nella coabitazione Sorgente, o attrezzare gli spazi davanti agli ascensori con divanetti, macchina del caffè e wifi libero, come ho visto nell’ostello sociale Zumbini6, o ancora liberare gli appartamenti dalle lavatrici e spostarle tutte in un locale comune (altra scelta tutt’altro che facile, considerando che la lavanderia comune è uno dei temi più dibattuti anche tra i gruppi di cohouser più affiatati).

Oltre ad un “design social”, la letteratura internazionale individua nella presenza di abbondanti spazi comuni un’altra caratteristica delle esperienze di cohousing, come ben riassume Francesco Chiodelli in un suo recente contributo.
Da questo punto di vista la torre dove vivono Clara, Domenico e gli altri coabitanti di Filo Continuo non è neanche male: ci sono due grandi sale comuni al piano terra, nelle quali una serie di associazioni organizzano il doposcuola, corsi di teatro, di musica e altre attività per i bambini, ma che sono usate anche dai residenti per cene e altri momenti di festa promossi dai cinque ragazzi di Acmos. E poi le sette torri sono collegate da un grande giardino interno sul retro, dove i bambini si ritrovano spesso a giocare, mentre i genitori possono chiacchierare tra loro e conoscersi.
Nei vicini palazzi di via Orvieto, dove vive un altro gruppo di coabitanti, di spazi comuni, sia al chiuso che all’aperto, non ce n’è neanche uno, nonostante gli edifici siano stati costruiti recentemente, negli stessi anni delle torri di corso Mortara. E la cosa sicuramente non facilita la conoscenza dei vicini e la costruzione di momenti di condivisione.

Un’altra caratteristica del cohousing è il protagonismo degli abitanti, sia nella progettazione che nella autogestione degli spazi comuni e delle attività collettive. Su questo le coabitazioni solidali hanno poco in comune con l’idea tradizionale di cohousing: promosse dal pubblico per tentare di migliorare contesti abitativi di edilizia popolare difficili, già esistenti e frutto di assegnazioni basate su punteggi e criteri di accesso quantitativi, qui non c’è spazio per la partecipazione attiva dei residenti nelle scelte progettuali. In questo contesto dai confini un po’ blindati, la presenza dei coabitanti però consente di riuscire ad ottenere dal gestore delle case popolari più spazi di manovra per piccoli lavori di manutenzione – ad esempio ridipingere l’atrio – o per organizzare attività comuni – come le pulizie del giardino o l’allestimento di un orto collettivo nelle aiuole incolte – o ancora per gestire gli spazi comuni, semplificando iter burocratici, accorciando i tempi e instillando alcuni meccanismi di autogestione in palazzi dove la gestione ordinaria spesso manca e dove far lavorare gli abitanti insieme è una forma molto efficace di accompagnamento sociale.

Chiodelli comunque riscontra una distanza tra letteratura e realtà, visto che non sempre queste tre caratteristiche ideali sono presenti nelle esperienze di cohousing realizzate; in particolare l’aspetto del coinvolgimento diretto dei futuri abitanti è raro, soprattutto in un paese come l’Italia, dove quello dell’abitare è un settore generalmente promosso da operatori privati, sia per tradizione imprenditoriale che ancora di più per il sistema di regole fissate dal pubblico. In altre realtà, ad esempio in Inghilterra, dove c’è una tradizione forte di pratiche di autocostruzione, da questo punto di vista è più facile avviare progetti promossi dal basso, sviluppati direttamente dai futuri abitanti. In Italia questo non accade neanche nell’autocostruzione, visto che anche questi progetti, quando riescono a partire, si trovano sempre a dover rispettare i tanti paletti tecnici previsti negli strumenti urbanistici, che normalmente fissano le dimensioni delle costruzioni, spesso anche la forma che queste devono avere e che assai raramente consentono di realizzare spazi diversi da quelli strettamente residenziali, i famosi spazi comuni indispensabili per creare modelli di abitare collaborativo.

Analizzando le esperienze concrete di cohousing, Chiodelli individua altre due caratteristiche che concorrono a definire il cohousing: la prima, legata al protagonismo degli abitanti, è riassumibile nel concetto di “vicinato elettivo”, ossia nel processo di autoselezione degli abitanti che caratterizza tutte le esperienze “pure” di cohousing, dove gli abitanti, quando non si conoscono già, si scelgono a vicenda, in un processo di conoscenza reciproca fondamentale per costruire il gruppo che dovrà abitare insieme.
Acmos, sotto questo punto di vista, fa un lavoro piuttosto strutturato di selezione dei futuri coabitanti, che approdano alla coabitazione dopo diversi passaggi: dalla partecipazione ai Gruppi di Educazione alla Cittadinanza, al lavoro nelle scuole, alla frequentazione di Casa Acmos. Inoltre i vari responsabili – che per scelta progettuale vivono dentro la coabitazione – incontrano anche singolarmente gli aspiranti coabitanti, per testare la loro predisposizione a un’abitare che acquista significato fuori dalle mura domestiche, in relazione alla capacità di stabilire relazioni di vicinato. Non è propriamente “vicinato elettivo”, ma qualcosa di non troppo diverso, a mio parere. Che tra l’altro, per come è concepito, protegge queste esperienze anche dal rischio che corrono i cohousing di trasformarsi in comunità chiuse.

Il lavoro preparatorio di Acmos è molto importante anche per il quinto aspetto che caratterizza i cohousing, ossia il retroterra comune di valori dei cohouser, che ha una sua centralità nella scelta di vivere in un cohousing. Si tratta di valori legati alla solidarietà, al mutuo aiuto, alla condivisione, ma anche alla convivialità e alla socievolezza, rafforzati da un pensiero economico che promuove idee di riciclo e riuso, rispetto dell’ambiente e della natura, mobilità lenta, acquisti collettivi e consumo critico. Un pensiero che vive nell’economia di mercato, ma che critica diversi aspetti del sistema capitalistico e che li combatte in prima persona, promuovendo stili di vita alternativi. Casa Acmos, ad esempio, che è la prima esperienza di coabitazione di Acmos, nasce proprio per consentire ai giovani di sperimentare una propria autonomia abitativa, sviluppando uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che ha tantissimi punti di contatto con la filosofia del cohousing.

Tutto questo sbrodolamento per dire che il cohousing è un modello difficile da definire, dai confini mobili e declinato sempre in maniera diversa, di cui in Italia esistono solo pochissime vere esperienze, osteggiato dalla destra per ideologia e dalla sinistra per presunzione, ma che nel suo limbo definitorio si concretizza in una miriade di iniziative abitative, piccole e poco raccontate, che in ogni caso con la condivisione e con l’abitare insieme hanno molto a che fare. Penso ad esempio alle coabitazioni solidali, che hanno il grosso vantaggio di essere un modello testato (che ripara dalla paura di sbagliare che blocca le nostre amministrazioni) e facilmente ripetibile (oltre che anche economicamente autosufficiente). Basta volerlo ripetere.

colonna sonora: Infinite possibilità, La Crus 

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scorcioMarta attraversa la città in bicicletta di notte quando torna dal ristorante africano dove lavora per mantenersi, e in Africa ci tornerà presto, per raccogliere i dati per la sua tesi in antropologia, Rubèn, ciuffo lungo e scarpe da basket, si è trasferito a Torino da Ivrea, dove dove abitava in una comunità-famiglia con i suoi genitori, Alessandro si sta stirando la camicia perché domani ha un colloquio in una comunità di recupero che cerca uno psicologo, Clara si addormenta sul piatto dopo essere rientrata dall’allenamento al trapezio nella scuola di circo che frequenta mentre Francesca, che a Filo Continuo ha trovato anche il fidanzato, mi racconta che la spesa loro la fanno a turni con la cassa comune, cercando di acquistare prodotti a chilometro zero. Diego si è tatuato sul petto la data in cui è entrato in Casa Acmos e mi racconta perché non crede nella famiglia, mentre mischia tre o quattro cucchiai di yogurt greco al sugo di zucchine e pancetta che sta cucinando, Giulia trasuda entusiasmo mentre mi racconta cosa vuol dire essere un coabitante, e le parole le escono rotonde, senza gli spigoli dell’erre che le manca; Furio ha lo sguardo profondo, gli occhiali sottili e uno spirito anarchico che affiora delicato tra una chiacchiera e l’altra, Gaia si presenta con il piglio “da duri” di chi è abituato a sgomitare sotto canestro, ma si scioglie dopo un paio di bicchieri di birra, Ettore è arrivato dalla Liguria tre anni fa con il suo gruppo scout e poi non è più andato via, Isa vive in un affascinante palazzo del centro storico – con più di 200 anni di storia e un grande leccio nel cortile interno – costruito per i tessitori del re e che col tempo si è trasformato in un concentrato esplosivo di disagio sociale, Yassim è un ospite di passaggio, partito da Gaza per cercare di raggiungere suo fratello in Germania, Mika invece spera che gli venga accolta la domanda di asilo e di potersi fermare a Torino, e mentre aspetta va a scuola di italiano da Fabiana e Nicoletta, sul grande tavolo della cucina comune dove abitano i ragazzi di Casa Acmos e quattro rifugiati nigeriani.

Tutti loro, e poi Alessandro, Marco, Lidia, Martina, Daniele, Erica li ho conosciuti in ventiquattro ore super intense a Torino, dove sono stata per provare a capire come funzionano le coabitazioni solidali, ossia esperienze abitative promosse dal pubblico con la partecipazione del privato sociale, nelle quali vengono inseriti in contesti abitativi difficili di edilizia popolare ragazzi giovani che, in cambio di uno sconto sull’affitto, offrono gratuitamente una decina di ore a settimana del proprio tempo a beneficio dei residenti, lavorando su abitabilità, accompagnamento sociale e relazioni di vicinato.

Oggi a Torino le coabitazioni solidali sono sette, gestite da associazioni e cooperative. Io ho visitato le tre di Acmos: ai Tessitori sono andata per il té del pomeriggio, a Filo Continuo ho assaggiato per la prima volta un arrosto di pesce, guardando il sole tramontare dietro le colonne di ferro, monumento di archeologia industriale simbolo del parco Dora, a pranzo invece sono stata a Sorgente, a chiacchierare di occupazioni e di Emidio Clementi. La notte mi hanno ospitato a Casa Acmos, la prima esperienza di coabitazione di Acmos, che nel 2001 aveva attrezzato un appartamento dentro una vecchia fabbrica di pneumatici abbandonata alla periferia nord della città, per consentire a giovani con lavori precari di sperimentare una propria autonomia abitativa, dividendo le spese con altri e promuovendo uno stile di vita sobrio, inclusivo e sostenibile, in un progetto di “disintossicazione dal consumismo” che fa parte dei valori fondanti dell’associazione. Per i più giovani Casa Acmos – un tavolo quadrato attorno al quale si possono sedere anche venticinque persone, una grande cucina attrezzata con mobili di recupero, libreria comune in corridoio e tre camere da letto ricavate in quelli che erano stati gli uffici della Ceat – funziona, l’idea di abitare comunitario piace, per espanderla Acmos ne parla con le istituzioni e trova nel Comune di Torino il partner giusto con cui costruire un progetto sperimentale di coabitazione solidale. Il Comune propone ai ragazzi una sfida impegnativa, il test infatti viene effettuato su un edificio vecchio e degradato con 160 mini appartamenti Erp, diventato negli anni una specie di ghetto in pieno centro storico, un microcosmo di delinquenza e forte disagio sociale: gli appartamenti cadevano letteralmente a pezzi e man mano che chi ci abitava moriva rimanevano vuoti, perchè troppo malmessi. Così dieci di questi, tra i più piccoli e i più distrutti, vengono affidati ad Acmos, che dopo averli risistemati gli metterà dentro altrettanti suoi ragazzi, per provare a stabilire contatti positivi con gli altri abitanti, cercare di ridurre i conflitti interni e il vandalismo dilagante. Isabella, 31 anni, una laurea in filosofia e uno stipendio che non arriva ai mille euro, è da un anno che fa parte della comunità dei Tessitori (il nome con cui sono chiamati i coabitanti di via San Massimo) e nel suo mini appartamento di 30mq, con letto a soppalco e finestre ariose che danno sul grande cortile interno, ci starà un altro anno. All’associazione versa un contributo di 225 euro al mese, che serve a coprire l’affitto e le altre spese condominiali. È la responsabile dei Tessitori, vista la sua lunga esperienza di abitare comunitario: dopo i primi tre anni in Casa Acmos, ha abitato due anni in Cascina Caccia, un bel casolare confiscato alla mafia a mezz’ora dalla città, che ospita un’esperienza mista di coabitazione e produzione agricola, e altri tre anni a Filo Continuo, dove, in una torre popolare di 21 piani, Acmos gestisce due appartamenti: qui i cinque ragazzi che ci vivono, consapevoli che coabitare vuol dire innanzitutto “abitare insieme”, hanno deciso di avere una sola cucina al terzo piano, mentre il salotto con internet e la lavanderia sono al sesto. Scomodità logistica (scendere tre piani in pigiama per fare colazione non è proprio la norma nelle case italiane!) che ripaga in termini di socialità, coesione e condivisione, sia all’interno del gruppo che nel lavoro di buon vicinato con gli altri inquilini.

Nel 2006, quando i primi Tessitori sono entrati in via San Massimo, hanno iniziato a lavorare sui rapporti di buon vicinato uno a uno perché il contesto era veramente difficile: un saluto per le scale, due chiacchiere in ascensore o l’invito a prendere il caffé insieme sono state le principali attività dei coabitanti per tutto il primo periodo. Col tempo è diventato più normale anche ricevere una risposta al saluto per le scale o sentirsi bussare alla porta per domandare una tazza di zucchero in prestito, così, sulla spinta dell’entusiasmo, i Tessitori hanno attivato il doposcuola per i dieci bambini del palazzo (anche se ci abitano soprattutto persone sole di una certa età), hanno iniziato a organizzare il cineforum nell’atrio, giornate di pulizie collettive, il pranzo di Natale e hanno sperimentato anche delle gite tutti insieme. Agli aperitivi in cortile all’inizio partecipavano in pochi, quasi tutti stavano a guardare quello che succedeva dalla finestra, poi pian piano la diffidenza si è sciolta e adesso ognuno contribuisce portando qualcosa, chi le sedie, chi i tavoli, chi la musica chi da bere o da mangiare.

Oltre a ridurre la conflittualità interna, l’altro grande obiettivo del progetto era lavorare sull’identità del posto, partendo dalla cura e dalla pulizia degli spazi. Ma non è semplice lavorare sulla cura del posto se l’ambiente intorno avrebbe bisogno di seri lavori di manutenzione e se il tema della casa popolare non è per niente di moda nel dibattito super attuale sui beni comuni. Anche in questo caso la strategia dei Tessitori di procedere per piccoli interventi, con cui avvicinare l’ideale abitativo alla situazione reale, qualche risultato però l’ha portato: la posa delle rastrelliere per le biciclette è stato uno degli “eventi” più partecipati, le panchine in cortile sono state accolte da un applauso collettivo da tutte le finestre, e l’idea di trasformare la grande aiuola incolta in un giardino profumato e in un orto di piante commestibili ha visto imbracciare la zappa anche persone che non erano mai scese in cortile.

Come nel caso delle piante, anche l”abitabilità è qualcosa che cresce adagio, che va coltivata con cura e a cui bisogna dedicare tempo e competenze. Oltre all’investimento personale occorre però anche qualcos’altro, indipendente da ogni buona volontà: se i semi vengono piantati nella sabbia da cantiere, ad esempio, è difficile che nasca qualcosa; magari non serve che la terra sia biologica, magari un po’ di sabbia e sassi non fanno niente, ma bisogna mescolarci anche del terriccio più fertile. In via San Massimo il terriccio sono i dieci coabitanti, rispetto ai 160 alloggi troppo pochi per realizzare quel “mix sociale” indispensabile a costruire un’abitabilità riconoscibile come bene comune: da quello che capisco, quando le pietre in un campo sono troppe, qualcuna bisogna spostarla, se in quel terreno si vuole far crescere qualcosa.

Nota: l’immagine è uno scorcio del palazzo di via San Massimo; la fotografia è stata scattata mentre salivo le scale per andare a prendere il tè a casa di Isa. I contenuti del post sono una mia elaborazione personale delle chiacchiere con i coabitanti fatte nei due giorni passati con loro. Grazie a tutti della disponibilità.

colonna sonora: La casa (senza rete), Sergio Endrigo 

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orto_Elisabetta“Non la togliere quella, è neputedda!” L’ammonimento di Elisabetta mi blocca mentre sto per chiudere le cesoie intorno allo stelo lungo e sottile di una pianta che ha invaso il bordo dell’orto.
Elisabetta all’orto collettivo di via Massari ci va spesso, per dare una mano e fare due chiacchiere, lei che un pezzo di terra ce l’ha sempre avuto, sia quando era piccola e viveva in Calabria che qui a Torino, dove abita da più di cinquant’anni.
Gli altri ortisti chiedono a lei come fare per raddrizzare i fagiolini o evitare che le erbacce soffochino le piantine appena spuntate. Elisabetta tira appena su la testa e dà la sentenza, con la schiena curva verso la terra e gli occhiali che le scendono sulla punta del naso, “perché la terra è bassa e non si può lavorarla stando in piedi”, mi spiega.
“In ginocchio non mi ci metto più, neanche in chiesa – mi dice quasi per giustificarsi. “Quanti anni ho lavato i pavimenti della mia signora [una ricca torinese da cui andava tutti i giorni a fare le faccende] accovacciata sulle ginocchia! Ed ora se mi ci appoggio sopra mi sale un dolore come se mi stessero entrando dentro le scheggie di vetro di una bottiglia frantumata”. E così per scendere a livello della terra allarga le gambe, trovando l’equilibrio tra le zolle rimosse e le sue caviglie forti.

“È un tipo di menta selvatica che chiamano nipotina [la neputedda di qualche riga sopra] perchè è cresciuta anche sotto la croce di Gesù, mentre Maria diceva che Giovanni sarebbe stato sempre solo suo nipote, adorato sì, ma mai avrebbe potuto sostituire il figlio che le stava morendo”. Elisabetta mi racconta questa storia commuovente che capisco solo a sprazzi visto che il suo italiano è intercalato da parole in un dialetto che di torinese non ha nulla ma che non avrei comunque capito neache se fosse stato torinese. E intanto io non posso non pensare che la menta è proprio una pianta infestante, che spunta dappertutto, ai bordi dell’orto delle Casematte come ai piedi di Gesù in croce.

Stamattina sono stata a dare una mano alla mia amica Chiara a sistemare l’orto collettivo visto che più tardi arriveranno in visita i bambini della scuola elementare del quartiere di Borgata Vittoria, coinvolti nel Piano di rammendo delle periferie promosso da Renzo Piano.

Cade una debole pioggerella, ma in via Massari c’è fermento: un camioncino si ferma davanti al cancello di questo rettangolo di terra e scarica una decina di balle di paglia, con cui ricoprire le erbacce che si insinuano tra i bancali dell’orto sinergico. Mentre le donne scaricano la paglia, Gabriele, Sergio e Attilio vanno in cerca di cartoni nei dintorni, per costruire delle specie di camminamenti tra le corsie dell’orto. Chiedo a Elisabetta, che è piegata di fianco a me, quali erbe coprire di paglia e quali no, visto che di agricoltura ci capisco poco o niente, figurarsi sinergica! E mentre taglio le erbacce ascolto il suo racconto, che gira intorno all’orto, quello che i suoi genitori avevano da bambina, quello che ha condiviso venticinque anni con suo marito, trasformando un pezzo di terra abbandonato dietro le case popolari dove abitavano in un bellissimo giardino, e adesso quello di via Massari, dove viene per stare in compagnia.

L’emozione le rompe la voce mentre ricorda la mattina che è arrivata alla stazione di Porta Nuova, con tre valige legate con lo spago per evitare che esplodessero e di fianco un marito che non conosceva ancora. Era l’autunno del 1961, l’anno in cui a Torino, nel pieno del boom economico, arrivarono oltre 75mila immigrati e la città per la prima volta superò la soglia del milione di abitanti. Lei aveva vent’anni, Severino trenta e tutti i capelli bianchi, si svegliava all’alba e andava a lavorare in fabbrica in bicicletta e quando rientrava andavano insieme a sistemare il campo dietro casa, che a colpi di zappa e con tanta pazienza era diventato un orto da fare invidia a tutto il vicinato.

Elisabetta fino a quel giorno di ottobre del 1961 non era mai uscita da Mileto, un piccolo paesino dell’entroterra calabro, e suo marito gliel’aveva scelto il padre, senza che lei lo conoscesse. La vicina di casa di Severino, a Torino, aveva detto a quel ragazzone alto, rimasto solo per colpa di una madre soffocante, che dei suoi compaesani calabresi avevano una figlia molto carina, di provare a scrivere loro una lettera, per vedere se si poteva combinare qualcosa. E così Severino aveva fatto, prima aveva mandato al padre di Elisabetta una lettera di presentazione, poi aveva chiesto di spedirgli una foto della ragazza, poi era stato invitato dalla famiglia di Elisabetta a trascorrere le vacanze estive a casa loro e infine, una volta tornato a Torino, senza aver neanche mai sfiorato quella ragazza un po’ timida e impaurita, aveva chiesto per iscritto, sempre via posta, di poterla sposare.

Il giorno dopo il matrimonio Elisabetta era già a Torino, con quest’uomo che conosceva appena e che aveva paura la abbandonasse alla stazione. E invece Elisabetta e Severino hanno imparato a conoscersi e ad amarsi piano piano, per venticinque anni, fino a quando lui è morto e lei, che aveva 47 anni e due figli già grandi, ha continuato a tenere dietro all’orto, prima là oltre il fiume dove abitavano poi qui a Borgo Vittoria, dove si è trasferita una decina di anni dopo e dove ha incontrato gli amici dell’orto collettivo di via Massari.

Nota: la fotografia è di Chiara Casotti dell’associazione Casematte. Anche la colonna sonora me l’ha suggerita lei. Grazie!

colonna sonora: Ostinatamente, Quarta Aumentata

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infografica_emilia_romagnaA Torino questo fine settimana si sono trovati diversi gruppi di coabitanti (o aspiranti tali) a raccontare i loro progetti, tra sogni, bisogni e difficoltà, tutti seduti in cerchio al Teatro dell’officina del Cecchi Point, durante il primo di una serie di incontri intitolati Vicini+Vicini organizzati dall’associazione Coabitare. C’erano i nuovissimi coabitanti di Numero Zero, un gruppo di Genova, un altro di Milano, La corte dei girasoli di Vimercate, la Toscana, Pandino e poi Ferrara, Castelmerlino, Bologna, Faenza, noi di Modena, Fidenza e tanti curiosi.

Noi coabitanti in progress dell’Emilia Romagna abbiamo organizzato una presentazione unica per descrivere i dieci progetti della nostra regione, sintetizzati in questa infografica, che mette in luce che in Emilia la condivisione si fa prima di tutto a tavola (l’attività collettiva più gettonata è il mangiare insieme, in inglese cooking team), partendo dal cibo (oltre la metà dei cohouser vuole creare gruppi di acquisto solidali), in una bella sala conviviale (che non manca mai), preferibilmente non in automobile (il 50% dei gruppi è interessato a sperimentare forme di mobilità in sharing).

I coabitanti emiliani sono gente pratica, a cui piace sporcarsi le mani (orto e officina sono tra gli spazi comuni più ricorrenti), aperta al territorio (diversi sono anche i progetti che nascono dentro i cohousing per realizzare servizi aperti al pubblico come micronidi, ludoteche e biblioteche, dopo scuola, residenze temporanee per persone in difficoltà, cura del verde pubblico, attività di animazione), solidale e cooperante. Come dice il sindaco di Modena al giornalista di Libération Eric Jozsef “qui c’è la tradizione a mettere le cose in comune per risolvere i problemi”, e i cohouser partono proprio da questo principio per provare a vivere meglio. Ma la politica oggi non sembra andargli dietro più di tanto, se la burocrazia, la mancanza di interlocutori adeguati e i tempi lunghi sono gli ostacoli principali contro i quali si scontrano i progetti di coabitazione. Chi porta avanti progetti di cohousing è spesso un innovatore generoso, convinto che sia possibile coniugare interessi individuali con benefici collettivi, è una risorsa preziosa in un periodo di crisi marcia e immobilismo dilagante, è una speranza a cui agganciarsi e uno stimolo a guardare più lontano. La politica non dovrebbe far altro che allungare una mano, avere un po’ più di fiducia nell’innovazione, un po’ più di voglia di sperimentare, dare una possibilità a chi vede quello che altri ancora non vedono: e cioè che il rafforzamento delle relazioni di vicinato possa essere una chiave di sviluppo delle città, che la filosofia della condivisione possa promuovere la rinascita dello spazio pubblico, che l’autogestione di servizi collettivi possa diventare un nuovo modello di welfare. Basterebbe ascoltare e provare a incentivare i germi di innovazione sociale, invece che considerare come una scocciatura tutto quello che esce dai binari consolidati. Se non si vuole vedere crollare il proprio bel castello impotenti, oggi non basta più amministrare, ma bisogna responsabilmente sostenere il cambiamento. Dopo aver letto il Buongiorno di Gramellini di venerdì scorso chiunque lavori nella pubblica amministrazione non può far finta di niente. Io per prima.

Nota: un grazie speciale a Cristina, mamma dell’infografica, che ha superbamente tradotto in un’immagine tutte le informazioni che avevo raccolto sui cohousing dell’Emilia Romagna, proprio come ce le avevo in testa. E lo ha fatto tutto in una notte!

colonna sonora: Emilia paranoica, CCCP

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