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Era dall’aprile del 2000 che non bevevo caffè: ripetuti attacchi di fortissima emicrania a grappolo e un consulto specialistico post Tac mi avevano convinto a smettere. Mi ha convinto a riprovare, almeno per una volta, Grazia, che ha accompagnato i pasticcini che le avevamo portato con cinque tazze di sottile porcellana bianca fumanti di un odoroso caffè “made in moka”, ordinato con gentilezza alla Gigia, la sua giovane governante marocchina.
Partiamo in quattro da Modena, con un caldo opprimente nonostante l’ora presta: Chiara, Elena, Cosetta ed io, il nocciolo montessoriano di Irughegia. Viaggiamo a metano, dirette verso Castellanza, dove ci aspetta Grazia Honegger Fresco, l’ultima allieva diretta di Maria Montessori,che al nostro world café non è riuscita a partecipare, fondamentalmente per una questione di gradini, difficili da superare se le gambe non collaborano.
Ci riceve nel suo studio, pieno di libri catalogati su scaffali e mensole di legno, su cui, a penna, su foglietti irregolari, sono scritte diverse etichette: “nascita”, “canto”, “Montessori Italia”, “riviste estere”, “musica”, “gioco”, “neonato”, “nido e simili”, “libri per bambini”, “quaderni Montessori”, “vita pratica”, “botanica”, “alimentazione”, “non violenza”, “zoologia”.
Ci stringe la mano rimanendo seduta, con a fianco il carrellino a cui si appoggia per camminare. “Accomodatevi, sedetevi, che cose ghiottissime che avete portato”, il suo accento romano è ancora forte, nonostante siano più di quarant’anni che si è trasferita qui in Lombardia, dove il marito dirigeva un’importante fabbrica di filati.
Siamo al chiuso, ma le grandi finestre che danno sul bel giardino con i sui altissimi cedri centenari mi danno l’illusione di essere all’aperto, seduta sull’erba a mangiare pasticcini ghiottissimi, sorseggiare – un po’ timorosa degli effetti, per la verità – caffè nero bollente e ascoltare l’intelligenza fine di Grazia.
Siamo venute a trovarla per confrontarci con lei sulla nostra idea di costruire nel nostro simil cohousing uno spazio per i bambini aperto a tutta la città, le diamo una copia del Quaderno che raccoglie gli spunti e le idee dei quali si è discusso nel world café.
C’è un po’ d’ombra?” chiede quasi subito, “i bambini hanno bisogno di angolini, di posticini riparati”. Dai suoi occhi capisco che il nostro progetto la intriga, ci sta ad ascoltare, fa tante domande, ci butta sul tavolo stimoli, contatti, esperienze, ci fa riflettere, non offre soluzioni ma pone problemi, il suo pensiero è profondo e logico, sembra un fiume in piena quando parla, inarrestabile e imprevedibile. Le cose facili non sono per lei, si vede. Per capire il mondo bisogna essere aperti alla complessità, saper guardare oltre, ascoltare anche quello che all’apparenza non c’entra, costruire un puzzle con pezzi di scatole diverse. Tutto torna alla fine, dopo tre ore di conversazione fitta ritrovo nei miei appunti un filo conduttore chiaro; mentre ascoltavo Grazia in diretta invece, concentrata per non perdere qualche pezzo, mi sentivo in centrifuga, ubriacata dal suo pensiero tentacolare, dalla sua capacità di spaziare, dal suo rigore concettuale.
Tutto torna, niente è detto per caso, il filo è robusto: il Mammut di Scampia, l’educazione attiva dei CEMEA, i laboratori di Giacomo Borella, la Maison Verte di Francoise Dolto, la Cà Gioiosa di Vittorino da Feltre, il villaggio Ceis di Rimini, l’orchestra di ragazzini delle favelas venezuelane di José Abreu, la Casa dei Bambini di Milano, Baden-Powell, ogni cosa ha il suo perché, la mente di Grazia è una specie di pozzo delle meraviglie, da cui pescare in un crescendo di ritmo.
Osserva, segui il bambino, non giudicare”: ritorna più volte, quella mattina, il leitmotiv montessoriano, anche in riferimento al nostro spazio per i bambini. Grazia ci ricorda l’attenzione particolare di cui hanno bisogno i piccinissimi, i bambini da 0 a 3 anni, esseri speciali e delicatissimi, quelli che più di tutti hanno bisogno di un contatto stabile, di un linguaggio stabile, di punti di riferimento stabili. Grazia suggerisce di dedicare a loro il nostro spazio la mattina, quando i più grandi sono all’asilo o a scuola, di creare per loro e per le loro mamme uno spazio protetto, in cui stare insieme, uno spazio intangibile che si chiude e scompare al pomeriggio, quando arrivano i bambini più grandi. Con loro “la scuola è malefica (le parole di Grazia, quando si parla di scuola non fanno sconti a nessuno),tratta gli adolescenti come bambini e ai bambini fa fare cose che sono adatte a ragazzi del liceo”, quando invece ancora una volta basterebbe “osservare, seguire il bambino, non giudicare”, cercando di sostenere il bisogno di scoperta dei bambini delle elementari e soddisfare il bisogno di rendersi utili per la comunità e la voglia di mettersi all’opera degli adolescenti. La scuola deve essere viva, deve poter essere continuamente reinventata, deve abbandonare il duplice modello dell’”esercito e del convento”, deve essere capace di lasciare da parte gli antichi Romani e dedicarsi ai serpenti e ai pescecani, se su serpenti e pescecani si concentrano l’interesse e l’entusiasmo dei bambini.
L’adulto deve diventare una sorta di mentore per il bambino, è importante che capisca dove deve stare (in particolare in uno spazio come quello che vogliamo realizzare noi, dove l’adulto è l’organizzatore dello spazio, l’accompagnatore dei bambini, ma è anche genitore) e che sia nelle condizioni migliori per svolgere il proprio ruolo: Grazia suggerisce che lavori con piccoli gruppi, proponga attività semplici, ma anche belle e raffinate e pensi queste attività in funzione dei bambini che ha di fronte. Grazia è disponibile anche ad aiutarci a pensare specifici momenti di formazione e condivisione riservati al gruppo di genitori di Irughegia, per costruire una base comune da utilizzare nella gestione dei bambini. Bisognerà pensarci.
Parlando di tecnologia (un tema molto dibattuto nel world café), Grazia è consapevole che “la tecnologia è il loro mondo, ma ai bambini bisogna offrire altro. Perché la mano non funziona più, e bisogna ritornare ad usarla” Bisogna stare attenti all’uso che si fa della macchina, perché non sia un uso distruttivo della capacità creativa, bisogna riequilibrare i bisogni del corpo con quelli della mente,ritornare al modello rinascimentale in cui il gioco della palla aveva la stessa dignità dello studio del latino. Molto suggestiva l’idea di concepire il nostro spazio bambini come una moderna Cà Gioiosa, che anche non so cosa vuol dire fino in fondo, mi suona piuttosto bene.
Se devo provare a fare sintesi, alla fine viene fuori che l’identità del nostro spazio potrebbe ruotare intorno al “costruire”, nel senso di fare con le mani, di sporcarsele quelle mani, di paciugare e sciappinare.
Ormai i pasticcini sono finiti, il poco caffè rimasto è diventato freddo, la Gigia entra un paio di volte a ricordare che il pranzo è in tavola, il tempo è scaduto, si torna in Emilia, si aprano le danze!

colonna sonora: Boléro, Ravel, Valery Gergiev, London Symphony Orchestra 

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È qualcosa di diverso rispetto a leggere il Quaderno..

Ma mi sembra che anche la versione fotografica del World Café di Irughegia dia una bella immagine del lavoro fatto insieme..

Grazie a FrancescoBoni per l’assemblaggio!

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Non troppo lungo, non troppo corto.
Non tutto a colori, non solo in bianco e nero.
Non eccessivamente grande, non fastidiosamente piccolo.

Parole facili, immagini vere.
Pagine che parlano, voci che rimangono.

Qualcosa già fatto, tanto da fare.
Persone speciali, da ritrovare.

Il primo mattone dello spazio bambini di Irughegia è questo quaderno, il report del World Café del 23 maggio.

Leggetelo e dite la vostra. Questa volta non sono solo  chiacchiere!

colonna sonora: Come As You Are, Nirvana

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 Oggi sono a casa con Laura perché entrambe siamo state dal medico stamattina, quindi niente asilo per lei e niente ufficio per me. Nel primo pomeriggio l’ho portata un po’ fuori a giocare al parco, facendo uno sforzo perché sono ancora un po’ ammalata. Poco lontano dal condominio dove abitiamo tre bambini africani la vedono sfrecciare sulla sua bici rosa e le chiedono di fermarsi a giocare, ma lei no, se ne va spedita per la ciclabile. Al ritorno i bambini sono ancora lì e le fanno la stessa domanda e Laura reagisce allo stesso modo. Io rispondo loro che dobbiamo andare a casa perché io non sto tanto bene. I bambini allora ci seguono fino a casa e ci chiedono se possono venire a giocare in casa.
Va bene” – rispondo io – “ma dovete avvertire la vostra mamma.”
La nostra mamma non c’è, ci viene a prendere più tardi.” – rispondono i due più piccoli, Samuele di 4 anni e Manuela di 6 -”Ci ha lasciati con lei”. Lei è Rita, 7 anni, sguardo luminoso e sorriso caldo come hanno spesso i bambini africani. Mi mostra le chiavi che sua mamma le ha lasciato per potere entrare e uscire di casa mentre lei non c’è.
Saliamo in casa tutti e cinque, facciamo merenda con fragole e mela autonomamente; senza il mio intervento si mettono a giocare insieme. Senza che Laura li avesse mai conosciuti prima.
Dopo un po’ hanno voglia di scendere in cortile, Laura timorosa di essere esclusa dai giochi perché in cortile non sarà più la padrona di casa e loro sono un trio affiatato, vuole che l’accompagni. Ma una volta in cortile i giochi continuano senza il mio intervento e la mia presenza è superflua, se non per rassicurare Laura”.

Questa storia me l’ha mandata qualche ora fa la mia amica Cosetta, dicendo che secondo lei poteva stare bene nel mio blog e che se volevo la potevo pubblicare.
Detto fatto. Mi sembra una bella storia, e mi sembra particolarmente adatta al “the day after the wolrd café”. Ieri infatti c’è stato questo pomeriggio di partecipazione-confronto creativo nel quale, tra una ciliegia e una nocciolina americana, tra un bicchiere di pepsi e una fetta di torta, 47 persone si sono scambiate conoscenze, hanno messo in comune idee, fatto proposte, ascoltato gli altri, scritto e disegnato tovaglie, cambiato tavolo (quattro in tutto, uno ogni 25 minuti), messo in discussione il proprio punto di vista, offerto soluzioni, “viaggiato” da un argomento all’altro, dato consigli su come impostare i 150 metri quadrati di spazio per bambini aperto alla città che vogliamo realizzare in mezzo alle case di Irughegia, il nostro simil cohousing per famiglie con bambini piccoli che giorno dopo giorno prende sempre più forma e diventa sempre meno un sogno.
Io seduta ieri non ci sono stata mai: il mio compito era fare l’arbitro, tenere il tempo, dare le regole, girare tra i tavoli e riempire di ciliegie i piattini vuoti, Della presentazione finale, quando abbiamo appeso alla parete le sei tovaglie piene di scritte e colori (bellissima e duratura prova del potere dell’intelligenza collettiva!), raccontando a tutti le cose più interessanti che erano uscite da quella discussione “circolare”, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave intorno alle quali costruire un progetto: libertà, autonomia, apertura, autogestione, relax; alcuni diritti di chi frequenterà questo posto: diritto al rischio, diritto a non fare niente, diritto a stare a guardare, diritto a stare insieme, diritto a provare, diritto a gestirsi il tempo; e alcune caratteristiche che dovrà avere lo spazio: naturale, destrutturato, vuoto, creativo, evolutivo, versatile, dove si trova ciò che non c’è a casa, di aggregazione, con le ruote, nuovo, conviviale, diverso, speciale. Sono solo appunti, piccoli flash da organizzare in un report più completo e strutturato, da condividere con tutti i partecipanti, per provare a comporre le tante suggestioni stimolanti ma anche contraddittorie che sono emerse ieri. Perché per crescere Irughegia ha bisogno di pensieri nuovi e gente diversa, ma anche di un’identità comune.

PS: “Questo è il grado di apertura e autonomia che immagino ci sarà tra i bambini di Irughegia” mi scrive Cosetta a conclusione della “storia del giovedì a casa per caso”. Bisognerà non dimenticarselo!.

colonna sonora: Myth, Beach House 

Nota: l’immagine è di Francesco Boni, fotografo ufficiale del world café.

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