Oggi sono a casa con Laura perché entrambe siamo state dal medico stamattina, quindi niente asilo per lei e niente ufficio per me. Nel primo pomeriggio l’ho portata un po’ fuori a giocare al parco, facendo uno sforzo perché sono ancora un po’ ammalata. Poco lontano dal condominio dove abitiamo tre bambini africani la vedono sfrecciare sulla sua bici rosa e le chiedono di fermarsi a giocare, ma lei no, se ne va spedita per la ciclabile. Al ritorno i bambini sono ancora lì e le fanno la stessa domanda e Laura reagisce allo stesso modo. Io rispondo loro che dobbiamo andare a casa perché io non sto tanto bene. I bambini allora ci seguono fino a casa e ci chiedono se possono venire a giocare in casa.
Va bene” – rispondo io – “ma dovete avvertire la vostra mamma.”
La nostra mamma non c’è, ci viene a prendere più tardi.” – rispondono i due più piccoli, Samuele di 4 anni e Manuela di 6 -”Ci ha lasciati con lei”. Lei è Rita, 7 anni, sguardo luminoso e sorriso caldo come hanno spesso i bambini africani. Mi mostra le chiavi che sua mamma le ha lasciato per potere entrare e uscire di casa mentre lei non c’è.
Saliamo in casa tutti e cinque, facciamo merenda con fragole e mela autonomamente; senza il mio intervento si mettono a giocare insieme. Senza che Laura li avesse mai conosciuti prima.
Dopo un po’ hanno voglia di scendere in cortile, Laura timorosa di essere esclusa dai giochi perché in cortile non sarà più la padrona di casa e loro sono un trio affiatato, vuole che l’accompagni. Ma una volta in cortile i giochi continuano senza il mio intervento e la mia presenza è superflua, se non per rassicurare Laura”.

Questa storia me l’ha mandata qualche ora fa la mia amica Cosetta, dicendo che secondo lei poteva stare bene nel mio blog e che se volevo la potevo pubblicare.
Detto fatto. Mi sembra una bella storia, e mi sembra particolarmente adatta al “the day after the wolrd café”. Ieri infatti c’è stato questo pomeriggio di partecipazione-confronto creativo nel quale, tra una ciliegia e una nocciolina americana, tra un bicchiere di pepsi e una fetta di torta, 47 persone si sono scambiate conoscenze, hanno messo in comune idee, fatto proposte, ascoltato gli altri, scritto e disegnato tovaglie, cambiato tavolo (quattro in tutto, uno ogni 25 minuti), messo in discussione il proprio punto di vista, offerto soluzioni, “viaggiato” da un argomento all’altro, dato consigli su come impostare i 150 metri quadrati di spazio per bambini aperto alla città che vogliamo realizzare in mezzo alle case di Irughegia, il nostro simil cohousing per famiglie con bambini piccoli che giorno dopo giorno prende sempre più forma e diventa sempre meno un sogno.
Io seduta ieri non ci sono stata mai: il mio compito era fare l’arbitro, tenere il tempo, dare le regole, girare tra i tavoli e riempire di ciliegie i piattini vuoti, Della presentazione finale, quando abbiamo appeso alla parete le sei tovaglie piene di scritte e colori (bellissima e duratura prova del potere dell’intelligenza collettiva!), raccontando a tutti le cose più interessanti che erano uscite da quella discussione “circolare”, mi sono rimaste in mente alcune parole chiave intorno alle quali costruire un progetto: libertà, autonomia, apertura, autogestione, relax; alcuni diritti di chi frequenterà questo posto: diritto al rischio, diritto a non fare niente, diritto a stare a guardare, diritto a stare insieme, diritto a provare, diritto a gestirsi il tempo; e alcune caratteristiche che dovrà avere lo spazio: naturale, destrutturato, vuoto, creativo, evolutivo, versatile, dove si trova ciò che non c’è a casa, di aggregazione, con le ruote, nuovo, conviviale, diverso, speciale. Sono solo appunti, piccoli flash da organizzare in un report più completo e strutturato, da condividere con tutti i partecipanti, per provare a comporre le tante suggestioni stimolanti ma anche contraddittorie che sono emerse ieri. Perché per crescere Irughegia ha bisogno di pensieri nuovi e gente diversa, ma anche di un’identità comune.

PS: “Questo è il grado di apertura e autonomia che immagino ci sarà tra i bambini di Irughegia” mi scrive Cosetta a conclusione della “storia del giovedì a casa per caso”. Bisognerà non dimenticarselo!.

colonna sonora: Myth, Beach House 

Nota: l’immagine è di Francesco Boni, fotografo ufficiale del world café.

Terremoto

“Tutto bene, che state lassù al quarto piano?” Di messaggi così ce ne sono arrivati parecchi, a noi Pitton family, dalle prime ore dell’alba fino a poco fa. E per fortuna tutto bene, ma che spavento! Dopo una serata di confidenze sentimentali con un mio vecchio amico di liceo, mi sono addormentata di botto, e col botto, qualche ora più tardi, mi sono risvegliata, smossa letteralmente da una scossa di terremoto terribile, come mai avevo sentito e come spero di non sentire più: il letto si muoveva di qua e di là, l’armadio pure, la nuova bicicletta da corsa che Luca tiene in camera appoggiata alla parete da quando gli hanno rubato l’altra dal garage è caduta per terra, io mi sono trovata addosso a Luca senza volerlo.
Adesso che sono tornata a letto, risento ancora nelle orecchie il rumore, sporco e viscerale, della terra che ribolle e si ribella. E in testa la sensazione di un qualcosa di tremendo che non finisce mai.
Poi però è finito. E un silenzio inquietante ha occupato il buio. Siamo scesi in strada tutti e cinque, in pigiama e ciabatte, dopo aver a fatica svegliato i bambini, che quell’onda rabbiosa e invisibile di terra viva, non l’hanno per fortuna sentita.
Uscire di casa non è stato facile: con la testa in palla e la paura nelle ossa, mettersi le ciabatte, prendere una coperta e infilarsi una felpa non sono state operazioni facili. In più i bimbi erano nel sonno più profondo e di farsi coinvolgere dal nostro panico non volevano saperne. Quando stavo per chiudermi la porta alle spalle, con Giovanni in braccio, due passi dietro a Luca a sua volta con Michele in braccio, mi sono accorta che ne mancava uno: Davide era tornato a letto, e dormiva beato, come se quel film di fantascienza apocalittica non fosse trasmesso sui suoi canali.
La nostra vicina del piano di sotto si è affacciata alla porta, ancora addormentata sentendoci passare, e, prima di richiuderla e tornare a letto ha detto: “Come sono belli i vostri bambini, tre splendori davvero, complimenti!”
Michele è andato avanti tutto il tempo che siamo stati fuori a dire “Che temporale! Uhhhh, che temporale, uhhhhh!”, incurante del fatto che di pioggia non ce ne fosse traccia, mentre Davide, appena ha visto da lontano il suo amico Olivier, si è svegliato all’improvviso, l’ha chiamato a gran voce, e gli è corso incontro festante. Giovanni, koalizzato alle mie braccia, si guardava intorno attento e muto.
In strada la situazione era surreale, tanta gente, gente che chiacchierava apparentemente tranquilla, gente che parlava al cellulare, bambini che giocavano, come se fosse giorno, come se non fosse successo niente. Ho visto diverse persone scalze e tanti capelli arruffati, occhi assonnati e abbracci composti. Noi Pitton dopo mezz’ora siamo tornati a letto, tutti e cinque sui futon dei bambini, tutti vicini, tutti insieme, lassù al quarto piano.
E mentre gli occhi mi si chiudevano dal sonno nonostante il cuore battesse ancora forte, mi sono chiesta se anche a Irughegia queste cose succedono..

colonna sonora: Blade Runner End Titles, Vangelis

nota: l’immagine è il nero della Nasa: what the paint looks like to the naked eye, and what it looks like under an electron microscope.

Che gente!

Nelle ultime settimane sono stata abbastanza presa dall’organizzazione di un workshop per immaginare lo spazio bambini aperto alla città che vorremmo costruire nel nostro simil cohousing per famiglie con bambini piccoli.

L’idea è realizzare uno spazio poliedrico, di aggregazione e produzione creativa, in cui poter leggere, scrivere, guardare film, montare video, ascoltare musica, suonare, comporre, usare internet, creare, giocare, fare esperimenti, costruire oggetti, partecipare a incontri, seguire corsi specifici, esporre, recitare, ballare, incontrarsi, conoscersi, rilassarsi, bere qualcosa, chiacchierare. Tutto – più o meno – in 150 metri quadrati dove catalizzare energie e entusiasmo, voglia di fare e voglia di esserci. Uno spazio per bambini e ragazzi come non si è mai visto. Una sfida che non possiamo affrontare da soli, noi dell’associazione CoAbitat. E per questo abbiamo pensato di confrontarci da subito con gente che con i bambini ci lavora, che ha studiato come fare aggregazione, che gestisce biblioteche, ludoteche, che insegna musica, danza, che fa teatro, che ha fatto del gioco una professione, che trasmette il piacere della lettura, gente creativa, che ha entusiasmo, gente che ci crede.

Pensavo saremmo stati in dieci, invece saremo in cinquanta, il 23 maggio, al Memo, a ragionare insieme su come progettare lo spazio bambini di Irughegia. Tanti inviti, grande interesse, molte adesioni, pochissime non risposte, alcune sorprese. Sarà bello vederli girare tra un tavolo e l’altro del world café per portare il proprio contributo, sarà interessante ascoltarli confrontarsi su come meglio costruire il nostro spazio bambini, sarà piacevole bere un caffè con loro, tra una cambio di tavolo e l’altro.

Mi sono arrivate mail incredibili, di quelle che ti danno una carica che sembra non finire mai. Ne riporto qualcuna e ringrazio tutti dell’interesse e della disponibilità che ci hanno dato.

Ciao cara Silvia, che cosa meravigliosa!!!!
Io ho progettato una cosa simile per la città di Bologna ma lo spazio era già stato promesso, poi .. dopo anni lo hanno venduto per farne abitazioni di lusso!!! Quindi mi interessa moltissimo venire, ascoltare, partecipare. Ci tengo e ci proverò ad ogni costo a esserci. Grazie per avermi cercato. Un sorriso.

Buongiorno Silvia e buona settimana. Non so cosa devo fare ma ci sarò! Sarò con voi il 23 maggio spero che mi diciate per fare cosa altrimenti verrò a respirare un po’ di speranza e di coraggio che di questi tempi possono fare miracoli. Ps: citando le parole del suo blog: ne vale la pena, ne vale sempre la pena!

Silvia, che cosa bellissima che state mettendo in piedi. Quanto mi piace chi si da fare per cambiare e migliorare le cose. Mi sembra un progetto molto ambizioso e vi faccio un grande in bocca al lupo. Ti ringrazio davvero dell’invito, ma sfortunatamente non potrò partecipare al workshop, perché è logisticamente troppo difficile per me. Ogni volta che mi sposto da casa devo mettere su un piccolo esercito di sostituzione. Ma tienimi informato su come va il progetto. Buon divertimento.

Ciao Silvia! Eccomi qui. Perdona il ritardissimo nella risposta. È colpa della pasqua e di tre compleanni su 5 della famiglia, Tutti nelle ultime due settimane. Il vostro progetto, da come lo descrivi, sembra meraviglioso. io sono rimasta folgorata dal cohousing che ho visto qui a Milano e sono certa che in una città a misura d’uomo come Modena una iniziativa del genere
funzionerà ancora meglio che qui. Ti ringrazio per l’invito.

Cara Silvia mi sembra un bellissimo progetto. Troviamo una data che vada bene a entrambi e ci sarò!

Il complimento più bello però forse me lo ha fatto uno che non parteciperà neanche al workshop, dicendomi: “il vostro progetto è troppo avanti perché un’Amministrazione vi appoggi, Irughegia rimarrà solo un sogno”. Beh, io credo proprio che si sbagli, farò di tutto perché Irughegia si realizzi, perché un nuovo modo di abitare, un nuovo modello di welfare, una nuova offerta di servizi, a Modena è possibile.

colonna sonora: Megamix, Jovanotti 

Tormentoni primaverili

In primavera impazzano i pollini, i germogli e gli ormoni.
Gli ormoni, ancora per qualche anno sono sotto controllo (ma tremo già al pensiero di quando i miei tre paciughini avranno 16, 14 e 12 anni, allora sì che saranno primavere intense!).
I pollini invece non li ferma nessuno, il paesaggio urbano è trasformato, nascosto sotto un mantello di lanugine piumosa, l’aria è invasa di allergeni floreali, Luca starnutisce a ripetizione e Michi ha spesso i suoi pugnetti negli occhi, per sfregarsi via il bruciore.
Anche i germogli non sembrano risentire troppo dell’inquinamento cittadino: dalle patate, dimenticate in una cassetta di legno in balcone, escono germogli ramificati ormai lunghi come il mio avambraccio; nei vasi ancora pieni della terra di due estati fa sono spuntate qua e là reminescenze verdi di radicchi che furono; si iniziano a schiudere le prime uova di zanzara dell’anno.

Il tormentone primaverile non conosce limiti. A casa Pitton, dopo Pappemen, è stata la volta di Batman e Robin (imperdibile la lotta in mare tra i due supereroi e i loro supercattivi avversari Pinguin, Joker e Catwoman a colpi di “beng” e di “bang” sonori e grafici, nella versione originale della serie tv del 1966, che tiene incollati allo schermo anche i miei poco televisivi pargoletti per i quali il fatto che i dialoghi siano in inglese sembra essere un particolare del tutto irrilevante), surclassati, almeno momentaneamente, dal gattobus, quella specie di autobus morbido e peloso dallo sguardo inconfondibile, il sorriso esagerato, la coda folta, una moltiplicazione di zampe, che attraversa velocissimo e invisibile ai più la campagna giapponese in quel piccolo capolavoro di fantasia che è Il mio vicino Totoro.

La primavera è anche la stagione della stanchezza atavica, il periodo di massime vendite di ricostituenti, complessi multivitaminci e pappa reale, tutti rimedi insufficienti se agli effetti narcolettici della primavera ci aggiungi gli effetti notturni dell’essere mamma di tre bambini in età prescolare, soggetti, a rotazione, a incubi terrificanti, ricorrenti intasamenti nasali, mal d’orecchie acuti, pipì di mezzanotte, pruriti ai piedi, freddo al naso, impellenti arsure, tossi metalliche (e fino a poco tempo fa infinite voglie di latte materno). Ho sempre così sonno che mi sento costantemente sotto l’effetto di una specie di droga speciale, capace di farmi vivere in uno strano limbo, magico e faticoso, tra sogno e realtà, mai pienamente sveglia ma mai neanche completamente addormentata, sempre con un occhio – da pesce lesso – mezzo aperto. In questi giorni penso molto a Irughegia, quella specie di simil cohousing per famiglie con bambini piccoli che fa sempre più parte della mia vita reale ma che è ancora solo un sogno. Ogni tanto mi sveglio di colpo con la paura che non si realizzerà mai; altre volte conto i giorni sicura che tra due anni saremo già a viverci; sempre so che è quello che voglio e che quindi, sogno o realtà, bisogna che si avveri.

NB: l’immagine è Giovane albero di Paul Klee (1932) nella libera interpretazione Davide, scuola dell’infanzia Simonazzi, Pasqua 2012.

colonna sonora: Grazing In The Grass, Hugh Masekela

Liberi di resistere

A me che mio nonno è stato prigioniero in Germania dal settembre 1943 all’aprile 1945 e quando è tornato, il 20 aprile, pesava 45 chili (per 183cm di altezza), comprese le schegge di bomba che aveva in pancia.

A me che mia nonna, suo genero (che è poi mio padre) lo ha sempre guardato un po’ storto, per via delle sue origini altoatesine, troppo vicine al confine con i cattivi tedeschi.

A me che sono cresciuta con i racconti di mia mamma, sfollata in colllina, a Castelvetro, a poco più di un anno, quando mio nonno (suo padre) lo avevano portato via i tedeschi e in città il rischio dei bombardamenti era troppo alto perché mia nonna (sua madre) rimanesse a Modena con due bambini in fasce.

A me che sempre mia mamma mi raccontava che un giorno a Castelvetro sono arrivati sette soldati austriaci che hanno occupato la casa dove abitava mia mamma, mandando lei, suo fratello e mia nonna a vivere in soffitta e volevano che ogni giorno si tirasse il collo a una gallina perché avevano fame e il maresciallo biondo che guidava il gruppo, mia mamma se la prendeva sempre in braccio e le dava dei pezzettini di cioccolata che tirava fuori dalla tasca della giacca e una mattina quando mia mamma si è svegliata i soldati austriaci non c’erano più e qualche giorno dopo è arrivato mio nonno e mia nonna che l’ha visto così magro non smetteva più di piangere.

A me che a sentire la Giulia che raccontava che andava a trovare suo nonno Ermanno per scrivere con lui il Bignami della storia della Repubblica di Montefiorino che lui aveva fondato sulle nostre montagne insieme ad altri patrigiani coraggiosi, mi è sembrato di farne parte anch’io di quella bella storia di coraggio e democrazia.

A me che mi piace sentirmi un po’ Milton, il giovane partigiano protagonista del romanzo di Fenoglio Una questione privata, nella sua corsa inarrestabile e disperata per cercare di dare un senso alla sua vita.

A me che resistere mi sembra tanto più necessario, quanto più sarebbe comodo e semplice non farlo.

A me che i miei bambini li ho addormentati tutti e tre, da quando sono nati, cantando Bella Ciao.

A me che l’altra sera, quando ho portato Davide e Michele a sentire il coro delle mondine di Novi, a vederli seduti in prima fila, con la bocca aperta, gli occhi spalancati, a battere le mani appassionatamente, mi si sono inumiditi gli occhi per l’emozione.

A me che domani è il 25 aprile, in testa sento già la banda suonare, e non vedo l’ora di essere in piazza a festeggiare.

colonna sonora: Bella ciao, Coro delle mondine di Novi

Nuovi supereroi

Ho l’influenza: febbre, male alle ossa, ghiandole del collo ingrossate, gola rossa e orecchie in fiamme, lo sguardo un po’ spento, i capelli appiccicati sulla fronte, il naso colante e gli stessi vestiti da tre giorni. Però non me lo sono sognato, c’ho pensato e ripensato, è successo davvero, ha detto esattamente così:

“Sono PAPPEMEN”
“C’ho le pile, tante pile”
“AARGH!!!”
“Sono uguale PAPPEMEN”
“PAPPEMEN ha sempre pile”

Michele è incredibile,
anche adesso che ho dovuto mettere in lavatrice la sua tuta da PAPPEMEN (l’uomo ragno, per chi non mastica l’inglese), perché “stava in piedi da sola”, e per compensare il suo piccolo proprietario col caschetto biondo gira per casa nudo con un paio di mutande rosse e gli inseparabili guanti di lana, anch’essi rossi,, in ricordo dei bei tempi andati (che torneranno non appena l’operazione di asciugatura sarà conclusa). E soprattutto adesso che la “golpe”, quell’animaletto dispettoso e furbo con cui ha un rapporto stretto di amore-odio, si è portata via i suoi ciucci, e il piccolo moschettone a forma di cuore che li teneva insieme giace triste e solo, con il cordino da scalata penzolante e tranciato dai denti dell’animale, nel cassetto di cucina.

 D’altra parte Michele è PAPPEMEN e c’ha tante pile..

colonna sonora: Spiderman, Michael Buble 

Planet of the Ananas

L’uomo del Monte ha litigato con quelli che producevano le scatolette per i suoi ananas sciroppati. Quelli che sono diventati ricchi e potenti grazie agli ananas dell’uomo del Monte. Quelli che con gli ananas dell’uomo del Monte hanno costruito la loro fortuna. Beh, questi qua hanno deciso che era tempo di kiwi, altrettanto esotici ma molto meno impegnativi dei loro cugini ananas, molto più comodi da sbucciare, molto più veloci da mangiare, molto più facili da coltivare. E così da un giorno all’altro, questi qua hanno deciso che l’uomo del Monte non gli serviva più, sorpassato, inadeguato, scomodo, appuntito come i suoi ananas.

L’uomo del Monte io l’ho conosciuto una mattina di sole, mentre andava a scegliere, come tutti i giorni dell’anno, gli ananas più dolci e maturi. E mi ha dato l’impressione di essere una persona sincera, appassionata del suo lavoro, una persona che conosce bene la terra, quello che può dare ma anche quello che bisogna darle perché rimanga fertile, una persona con il viso sempre rosso, per il sole e per il carattere, una persona che sa che ci vuole ben più di un anno perché un ananas raggiunga la perfetta maturazione, una persona che assaggia, si sporca le mani, ci mette del suo, una persona che non abbandonerebbe mai gli ananas perché i kiwi sono più adatti alle logiche del mercato.

In soldoni è successo che quelli che con le scatolette per gli ananas dell’uomo del Monte sono diventati ricchi e potenti a un certo punto hanno rinnegato l’ananas, tutto d’un tratto troppo grande, troppo dolce, troppo giallo, troppo corazzato. Hanno dichiarato che così non si poteva andare avanti, tutto il business dell’ananas in scatola dipendeva troppo e solo dalla figura dell’uomo del Monte, l’unico in grado di capire quando l’ananas è maturo al punto giusto, l’unico che ha l’autorità di dire “sì”, che assicura che gli ananas siano raccolti e messi in scatola il giorno stesso, il primo che anche a noi, a suo tempo, aveva detto “sì”, con convinzione e trasporto.

La situazione è complessa e delicata, non sappiamo che fine farà l’uomo del Monte, ma il problema non è tanto legato alle sorti di un singolo uomo (seppur dotato di una capacità straordinaria di riconoscere il momento dell’esatta maturazione dell’ananas): da questa faccenda dipende infatti il futuro dell’ananas in generale, la sopravvivenza di piatti che hanno fatto conoscere la cucina cinese nel mondo o di cocktail universalmente famosi come la Pina colada. Tra ananas e kiwi sono ufficialmente aperte le ostilità, non si sa come andrà a finire, si sa solo che sul mercato non c’è posto per tutti e due.

colonna sonora: Should I stay or should I go?, The Clash

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